Per questo non abbiamo paura a definirci “di parte”. Con l’ambizione di parlare un linguaggio fatto di “Sì, sì”, “No, no”. Chiamando “pane” il pane e “vino” il vino. Proclamando quella che Gandhi chiamava “la forza della verità”.
Ed è in nome della verità che oggi ci occorre dire con chiarezza che la scelta fatta dal Parlamento italiano di privatizzare l’acqua entro il 2010 è semplicemente scandalosa. Forse anticostituzionale. Certamente antidemocratica. Una scelta ancora più grave se pensiamo che è passata anche con il consenso di gran parte dell’opposizione. In una sorta di “embrassons nous” degno di migliori cause.
E fa specie che questa decisione arrivi proprio mentre il mondo sta vivendo una crisi mai vista prima di ora, in cui si stanno manifestando con chiarezza proprio i limiti della gestione privatistica – e speculativa – delle ricchezze. Il pensiero unico sta vivendo una crisi fino a poco tempo fa inimmaginabile. Il sistema finanziario e bancario hanno subito un tracollo quasi mortale, mettendo in crisi l’economia reale. Il che significa abbassamento ulteriore del potere di acquisto per le famiglie, disoccupazione, crisi delle imprese, difficoltà a trovare i mezzi anche per i generi di prima necessità. Il tutto scaricato inesorabilmente – come da copione – sulle spalle dei più poveri e dei più indifesi. Perché a pagare ancora una volta dovrà essere la fiscalità generale, e, quindi, i cittadini che pagano le tasse. E nel nostro paese, si sa, a pagare le tasse sono soprattutto i lavoratori dipendenti.
Intanto il governo non si vergogna a sbandierare come scelta sociale l’introduzione della “social card”. Una sorta di tessera annonaria che umilia i poveri, facendone dei mendicanti. Un euro e trenta centesimi al giorno! Meno dell’aumento delle bollette ad Aprilia, dopo la privatizzazione.
Saremo sognatori, forse, ma continuiamo a nutrire la nostalgia di quella che potremmo chiamare “La bella politica”. Quella che dovrebbe avere a cuore il bene dei cittadini, la voglia di creare una società abitabile per tutti, la ricerca spassionata e incondizionata della partecipazione, il rispetto della natura e dei beni comuni. E nessuno ci toglie dalla testa che decidere di privatizzare l’acqua – così come di reintrodurre il nucleare – altro non sia che un altro modo con cui riprodurre quel connubio mortale tra affari e politica che ormai sta soffocando la democrazia, facendone una larva vuota.
Serve un colpo di reni. Uno scatto di orgoglio per riprenderci in mano ciò che è nostro. Non per legge o per convenzione, ma per diritto. Ricominciando proprio dall’acqua e dai beni comuni. Rivendicando il diritto di partecipare insieme alla gestione dei servizi idrici. Una mobilitazione che parta dal basso. Dai comuni, dai bacini idrici, dai territori.
È necessario usare tutti i mezzi disponibili: dal passaparola alle campagne di stampa. Coinvolgendo tutti, dalla chiesa, al mondo della cultura e dello spettacolo. Si muovano sindaci e amministratori. Si pretenda che la proposta di legge d’iniziativa popolare presentata lo scorso anno venga tolta dai cassetti della Commissione ambiente e venga discussa in Parlamento creando in questo modo un grande dibattito nazionale.
Non lasciamoci scippare i nostri diritti da nessuno. Dall’acqua e dai beni comuni può partire un grande movimento di partecipazione, di solidarietà e di democrazia. •
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