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Il futuro che ci aspetta

Il governo ha deciso di tagliare drasticamente i già miseri fondi messi a disposizione della cooperazione internazionale. Poco male, si potrebbe dire. Tenendo anche conto del fatto che già da tempo ormai – con l’unica eccezione dello scorso anno -, questi fondi sono sempre più andati assottigliandosi allontanando sempre di più il nostro paese da quello 0,7% del Pil, concordato a livello internazionale.

 

Nella Finanziaria 2009 si arriva allo scandaloso livello dello 0,1%. Mal comune mezzo gaudio, recita il proverbio. Poco male, si potrebbe ancora dire, se pensiamo che gli stanziamenti per la cooperazione non sono certo risolutivi dei problemi e dei drammi che attraversano i paesi poveri. Il male della miseria si risolve infatti soltanto con riforme strutturali del mercato e delle regole del commercio internazionale.
Eppure il segnale è grave e negativo da diversi punti di vista, e rappresenta una volta di più un imbarbarimento della politica. I tagli alla cooperazione diventano infatti simbolici di un modo di intendere e di gestire i rapporti umani.
Stiamo vivendo una crisi economica che coinvolge la globalità dei paesi del mondo e che domanda riforme eccezionali. Occorre ripensare in termini nuovi tutta l’economia mondiale. Mettere regole certe all’anarchia del mercato. Fermare la speculazione finanziaria e ricondurre l’economia a un rapporto reale e costante con la vita delle persone. Vanno drasticamente rivisti e riformati gli organismi economici e finanziari internazionali, primi fra tutti il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Non saremo in grado di uscire da questa crisi epocale se non saremo capaci di rivedere tutte le nostre relazioni economiche, sia a livello nazionale che internazionale.
Il pensiero unico, quello basato sul liberismo assoluto, dove tutti sono in competizione, in una sorta di guerra di tutti contro tutti, ha portato alla polarizzazione della ricchezza. I ricchi sono diventati enormemente più ricchi, mentre è andato crescendo in modo esponenziale il numero dei poveri. Il Fondo monetario internazionale stima che questa crisi abbia fatto aumentare di 100 milioni il numero dei poveri. Alla faccia degli obiettivi del millennio. Intanto anche nei paesi ricchi va aumentando il numero di coloro che fanno fatica a tirare avanti, mentre si preannuncia la crescita esponenziale del numero dei disoccupati.
Le politiche messe in atto dal nostro governo per contenere la crisi tendono a salvaguardare banche e imprese, seguendo la stessa linea di lavoro che ci ha portato a questa crisi. Con l’idea che rafforzando i forti ci sia una ricaduta positiva anche sulle fasce più deboli della società. Non si toccano i grandi patrimoni, si continua a non tassare le rendite finanziarie, in questo modo privilegiando ancora una volta i privilegiati.
Il mondo non ha un problema di ricchezza. Il problema vero sta nella pessima distribuzione delle ricchezze. Abbiamo più volte detto che, secondo i dati delle Nazioni Unite, l’uno per cento della popolazione detiene il cinquanta per cento delle ricchezze. E si capisce molto bene allora quanto sia miope fare tagli sulla cooperazione internazionale. Quasi che fosse qualche milione di euro in meno dato per i più poveri del mondo a sanare i bilanci dello Stato.
In questo modo si investe non sulla solidarietà, ma sull’egoismo. Quasi che espellendo ancora di più gli esclusi, si possa rilanciare il sistema economico nazionale. Le conseguenze di questa scelta diventano allora molto più gravi e assumono un valore anche di carattere simbolico. Si lancia infatti un messaggio che porta all’egoismo sociale e che spinge a credere che si possa uscirne da soli, escludendo i più deboli.
Già ora il nostro paese è percorso da episodi di intolleranza e di razzismo. Ricorre sempre più frequentemente il preconcetto di chi ritiene che la presenza di immigrati rafforzi l’insicurezza e porti via posti di lavoro agli italiani. I più deboli, e fra essi primi fra tutti gli immigrati diventano il capro espiatorio del fallimento dell’economia liberista. I tagli drastici ai fondi della cooperazione diventano in questo contesto un messaggio negativo, quasi un invito al “si salvi chi può”. A credere che si possa costruire la convivenza chiudendosi in se stessi. Guardando e accentuando soltanto i propri problemi.
Una politica intelligente dovrebbe proprio agire in senso contrario. Dalla crisi ne potremo uscire soltanto insieme. Sommando la voglia di futuro di tutti, nessuno escluso. Mettendo in primo piano i più deboli e i più poveri. Non sarà un futuro umano quello che ci aspetta se pensiamo di costruirlo investendo sull’egoismo – personale, di gruppo o nazionale che sia – e non sulla solidarietà e sulla cooperazione

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