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Abdul, il procacciatore di fedeli

Liberazione. Quando s’apre finalmente lo sportello dell’aereo, una zaffata d’aria densa e umida mi prende alla gola e per qualche istante vacillo come ubriacato dal cocktail vitale dell’equatore. Messo piede sul caldo e odoroso suolo camerunense, come d’uopo in terra d’Africa, la folla m’attornia invadente, offrendomi ogni sorta di servigi. C’è chi mi propone un taxi, chi un safari, chi un hotel, chi fantastici tessuti, chi una hostess. Nella piccola folla che mi pare un muro nero pieno di occhi e denti bianchissimi, distinguo solo una persona anziana vestita con un dignitoso anche se liso, abito scuro e con una camicia bianca dal collo quasi nero che ospita un’improbabile cravatta regimental. Calza scarpe lucide ma bucate e scucite, e porta uno strano anello con simboli misterici. Mi sembra così diverso dagli altri suoi simili, e anche così riservato, che a conti fatti è l’unica persona a cui dedico un po’ della mia attenzione. Gli chiedo quale sia la sua mercanzia, visto che non sventola né dépliant né mercanzie: «Le offro un posto per pregare». Così, in un perfetto francese. Senza battere ciglio. Lo guardo negli occhi: sono rossi e neri e bianchi, hanno una pace che non mi sembra tanto comune in questa valle di lacrime che è il nostro pianeta. «Come ti chiami?», gli faccio. Mi risponde telegrafico: «Abdul, sono musulmano». Gli chiedo delucidazioni sulla sua offerta. «Le offro una moschea, una chiesa cattolica o un tempio protestante. Oppure, se lei vuole, un santuario delle religioni tradizionali di queste parti». Gli spiego che sono cristiano e cattolico. «Eccole allora le indicazioni per recarsi alla sua chiesa. In che albergo è alloggiato, così le spiego il percorso?».  «Sono da amici, dalle parti della cattedrale», gli spiego. «Allora lei non avrà problemi a trovare la sua chiesa. Non penso abbia bisogno dei miei servigi».
Faccio per allungargli una moneta europea, quando vedo che ritrae la mano. «Non è business religioso, il suo?», gli chiedo. «No – mi risponde deciso e quasi offeso – credo che la gente che viene dall’Europa abbia bisogno di pregare, anche se troppi tra di voi se ne sono dimenticati». Lo ringrazio, gli offro di nuovo la moneta e gli chiedo in cambio di pregare per me. L’uomo annota a fatica il mio nome su un quadernetto gualcito: debbo ripeterglielo tre o quattro volte, finché lo scrivo io stesso. Mi dice: «Proprio perché mi chiamo Abdul, il timorato di Dio, lo pregherò per te. Il nostro Dio, cioè mio e tuo». E mi saluta tracciando sulla mia fronte un segno di croce.
Ritrovo il mio nuovo amico al momento di riprendere l’aereo verso casa. Il volo, guarda caso, è in ritardo, e così posso intrattenermi con lui. Era uno scaricatore della compagnia aerea camerunense, finché per un incidente sul lavoro si ritrovò con la schiena a pezzi. Per miracolo riesce ancora a camminare. Aveva già sei figli all’epoca dell’infortunio – era trentenne – e ora ne ha nove. Doveva mantenere la famiglia, ma per lui non era facile farlo nelle condizioni in cui si trovava. Perciò provò tanti lavori, senza successo. Si recò ormai quasi disperato alla sua moschea, alla periferia della città di Duala, e pregò Dio con queste parole: «Tu mi hai fatto nascere, tu hai voluto che perdessi le mie facoltà per poterti meglio servire. Ora sei tu che devi trovarmi un lavoro, giusto quello che serve per far mangiare i miei bambini». Allah gli rispose a stretto giro di posta spirituale: «Diffondi il mio nome, fai in modo che la gente preghi, che non mi dimentichi». Così chiese e ottenne dalla direzione dell’aeroporto di poter avvicinare i viaggiatori per offrire loro i servigi di uno dei luoghi di culto della capitale. «Ce ne sono 224, di 35 religioni diverse», precisa.
«Ricordati di pregare anche in Europa – mi congeda – avete tante chiese bellissime, dove abita Dio, il più clemente e il più misericordioso». ■
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