Faccio per allungargli una moneta europea, quando vedo che ritrae la mano. «Non è business religioso, il suo?», gli chiedo. «No – mi risponde deciso e quasi offeso – credo che la gente che viene dall’Europa abbia bisogno di pregare, anche se troppi tra di voi se ne sono dimenticati». Lo ringrazio, gli offro di nuovo la moneta e gli chiedo in cambio di pregare per me. L’uomo annota a fatica il mio nome su un quadernetto gualcito: debbo ripeterglielo tre o quattro volte, finché lo scrivo io stesso. Mi dice: «Proprio perché mi chiamo Abdul, il timorato di Dio, lo pregherò per te. Il nostro Dio, cioè mio e tuo». E mi saluta tracciando sulla mia fronte un segno di croce.
Ritrovo il mio nuovo amico al momento di riprendere l’aereo verso casa. Il volo, guarda caso, è in ritardo, e così posso intrattenermi con lui. Era uno scaricatore della compagnia aerea camerunense, finché per un incidente sul lavoro si ritrovò con la schiena a pezzi. Per miracolo riesce ancora a camminare. Aveva già sei figli all’epoca dell’infortunio – era trentenne – e ora ne ha nove. Doveva mantenere la famiglia, ma per lui non era facile farlo nelle condizioni in cui si trovava. Perciò provò tanti lavori, senza successo. Si recò ormai quasi disperato alla sua moschea, alla periferia della città di Duala, e pregò Dio con queste parole: «Tu mi hai fatto nascere, tu hai voluto che perdessi le mie facoltà per poterti meglio servire. Ora sei tu che devi trovarmi un lavoro, giusto quello che serve per far mangiare i miei bambini». Allah gli rispose a stretto giro di posta spirituale: «Diffondi il mio nome, fai in modo che la gente preghi, che non mi dimentichi». Così chiese e ottenne dalla direzione dell’aeroporto di poter avvicinare i viaggiatori per offrire loro i servigi di uno dei luoghi di culto della capitale. «Ce ne sono 224, di 35 religioni diverse», precisa.
«Ricordati di pregare anche in Europa – mi congeda – avete tante chiese bellissime, dove abita Dio, il più clemente e il più misericordioso». ■
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