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Se i poveri si organizzano

INCONTRI: RENZO FIOR

Eugenio Melandri

Trentatré anni passati ad Emmaus. Fianco a fianco con quelli che la società scarta. Per quelle persone che il pensiero unico ritiene inutili, esuberi. Una persona che non ha mezze misure. Che guarda la realtà e cerca il modo migliore per stare, sempre e soltanto, dalla parte degli esclusi. Anche prendendo decisioni difficili. Come quando ha deciso di lasciare il ministero sacerdotale, per stare sempre e solo con loro.

È stato presidente di Emmaus Internazionale. Ora presiede Emmaus Italia, ma la sua casa è sempre a Villafranca dove, con moglie e figli, condivide la vita di una comunità di “inutili” che, mettendosi insieme, sanno fare cose grandi e inaspettate.

“Renzo, la prima domanda è d’obbligo, come sei arrivato fino qui?
Sono di Verona. Qui ho compiuto tutti i miei studi di formazione. Sono entrato in seminario dove ho fatto il liceo e la teologia. Nel 1971 sono stato ordinato prete. Dopo l’ordinazione il vescovo mi ha mandato in una parrocchia nella periferia della città. Erano anni di intensa ricerca nella chiesa, dopo la celebrazione del Concilio Vaticano II. C’era grande fermento nella comunità cristiana e io mi sono messo a lavorare intensamente. All’inizio ho svolto le attività  tipiche di ogni parrocchia, come l’organizzazione dei catechismi e gli incontri con famiglie e giovani. Dopo un anno o due di permanenza mi sono reso conto che la cosa più importante era cercare di far partecipare le persone alla riflessione e alla discussione. Concepivo la parrocchia come un ambiente aperto, un luogo dove tutti potessero star bene e incontrare altre persone con cui discutere. In quel tempo avevo l’impressione che la parrocchia e i preti fossero commercianti con il compito di vendere un prodotto che era quello classico della Chiesa, ovvero la partecipazione alle funzioni e la fruizione del Sacramento. Questo messaggio era veicolato da un versante staccato dalla realtà, un promontorio sopraelevato rispetto alla vita quotidiana delle persone. Ho cercato allora di fare altre cose. Ma sono nati dei contrasti e dopo quattro anni il vescovo mi ha trasferito in un’altra parrocchia, questa volta in campagna.

“Che cosa ti si imputava?
Forse il trasferimento è stato causato proprio dal mio tentativo di avvicinarmi alla realtà del quartiere. Ho iniziato, allora, a confondermi con altre realtà. A partecipare a gruppi che a suo tempo venivano classificati come di “estrema sinistra”, mentre a me in realtà importava che fossero interessati e sensibili alla vita del quartiere, alle case, agli spazi fruibili per le persone. Mi sono accorto, con disappunto, che tutto quello che si faceva al di fuori dei canali ufficiali politici e ecclesiali era visto come qualcosa di poco ortodosso. Tutto questo alimentava la mia convinzione di una sorta di estraneità della chiesa dai problemi concreti della vita della gente. D’altra parte capivo anche che questo mio modo di porre i problemi rappresentava per una parte della comunità e per la gerarchia una mia presunta volontà di sposare altre visioni di vita. Venivo identificato con la figura di un “prete capellone” che, andando in giro per strada a parlare con la gente, aveva spezzato gli schemi classici e gli stereotipi del prete. Da un lato suscitavo ammirazione e apprezzamento, dall’altro questo mio modo di essere creava dubbi e atteggiamenti di chiusura. Di qui il trasferimento.

“In una parrocchia dove sei rimasto solo un anno?
Sì. In questa nuova parrocchia con un parroco molto bravo, ma anche molto conservatore e ortodosso. Abbiamo cominciato a lavorare insieme, ma dopo un anno la situazione era diventata insostenibile. Per cui ho chiesto di lasciare la parrocchia, ma nello stesso tempo ho fatto presente al vescovo che non ero più disponibile a svolgere un compito parrocchiale ma preferivo andare a lavorare. A Verona c’erano già alcuni preti operai.

“È stato facile trovare lavoro?

Mi sono messo a cercarlo, ma ho fatto fatica a trovarlo. Quando facevo qualche domanda, mi veniva chiesto il mio curriculum formativo. E io immancabilmente snocciolavo tutta la trafila dei miei studi. Ma la risposta era sempre la stessa: non stiamo cercando gente che abbia tutti questi studi, ci serve un operaio e basta. Quando ho cominciato a dire che avevo fatto solo la terza media, ho subito trovato lavoro come facchino ai magazzini generali.

“Perché questa scelta di fare l’operaio?

Tutto è nato dalla riflessione che sono andato facendo durante l’esperienza parrocchiale. Vedevo la vita del prete lontana dalla vita della gente. Cominciavo a considerarmi un privilegiato che, bene o male, aveva sempre qualcosa da mettere sotto i denti e non aveva tutte le preoccupazioni di tante famiglie che dovevano far quadrare i conti con uno stipendio striminzito. Mi pareva che il servizio ministeriale dovesse essere completamente gratuito. Avevo bisogno di una condivisione più profonda con la vita quotidiana delle persone. La scelta di iniziare a lavorare è legata a questo e alla convinzione che, come diceva San Paolo, quando lavori ti guadagni da vivere. Questo, poi, mi ha spinto anche a concludere la mia esperienza di sacerdozio.

“Ma non ti sei limitato a fare solo l’operaio.
Nel lavoro parrocchiale mi ero scontrato con l’emergere in quegli anni del fenomeno della droga. Ho deciso allora, insieme con un altro prete che insegnava filosofia in una scuola cittadina, di aprire una comunità di accoglienza. La mattina andavo a lavorare ai magazzini generali e il pomeriggio me lo passavo in comunità. La comunità è nata in una casa al centro di Verona che ci era stata messa a disposizione da una istituzione cittadina. Qui abbiamo iniziato ad ospitare ragazzi con problemi di droga ma non solo, anche ragazzi che vivevano nella strada e non avevano riferimenti familiari. La nostra idea era quella di aiutare i ragazzi a trovare un lavoro e ad inserirsi gradualmente nella società, rimanendo comunque all’interno della città e della vita di tutti i giorni. Avevamo organizzato la casa in modo che ci fossero incarichi e impegni per ognuno, organizzando riunioni e gruppi di discussione, per aiutare questi ragazzi a ritrovare un po’ se stessi, a inserirsi pian piano nel mondo del lavoro e a costruirsi i futuro che sentivano più vicino. Devo dire che in noi c’era tanta buona volontà, ma anche poca preparazione. Ci siamo trovati così di fronte a problemi che non eravamo preparati ad affrontare. Questo percorso ci ha portato anche a scontrarci con una serie di problematiche legate alla tossicodipendenze, al fatto che questi ragazzi erano schiavi della droga. Non avevamo pensato seriamente ai loro bisogni. Alla fine, dopo due anni, abbiamo deciso di chiudere, non ce la siamo più sentita di continuare. Nel frattempo, durante questi due anni avevo iniziato la mia esperienza nella comunità di Emmaus.

“Tante esperienze in campi diversi, quindi, prima di arrivare ad Emmaus.
Forse le cose importanti della vita arrivano proprio come frutto di una ricerca e di un cammino. Quando sono partito non avrei mai immaginato di arrivare qui a Villafranca. Di sposare in tutto il movimento di Emmaus. Qui a Verona c’era una comunità Emmaus e il responsabile di allora doveva lasciare l’incarico. Ho accettato di farlo io. Ho lasciato il lavoro, abbiamo chiuso la comunità per i tossicodipendenti e ho iniziato questa avventura.
Dopo dieci anni, si è aperta la possibilità di fondare una comunità a Villafranca. Ci avevano infatti messo a disposizione una casa. Con la mia compagna abbiamo deciso allora di aprire questa comunità a Villafranca. E sono 23 anni che siamo qui.

“Come arrivano le persone qui da voi? Ponete condizioni all’entrata in comunità?
Sono tanti i modi attraverso cui le persone arrivano da noi. Innanzitutto il tam tam. Ci si passa la voce e qualcuno viene a chiedere, a informarsi. Poi, oggi soprattutto, attraverso gli assistenti sociali che cercano collocazione per persone in difficoltà. Ex carcerati, poveracci, gente che vive sulla strada. A noi l’Abbé Pierre ha insegnato che non dobbiamo pretendere nulla dalle persone che vengono. Non dobbiamo neanche chiedere loro che raccontino il loro passato. Neanche chiedere che ci facciano vedere la carta di identità. Oggi, ad esempio, ci sono diversi immigrati con noi. Noi non chiediamo loro nulla. Neanche il permesso di soggiorno. Può sembrare una scelta discutibile, senz’altro è una scelta difficile. Ma questa impostazione fa parte del dna di Emmaus così come l’ha voluto l’Abbé Pierre.
Proprio per questo non poniamo condizioni. L’unica condizione è che ci sia posto in comunità. A volte anche se non c’è si cerca di crearlo. Ma chi entra sa di doversi impegnare nel lavoro, perché Emmaus vive del proprio lavoro, non cerca sovvenzioni dall’esterno o dal pubblico. In più stiamo molto attenti a conoscere la situazione sanitaria di chi arriva. Vivere per strada comporta tanti rischi per la salute e molti arrivano portandosi addosso malattie del tipo Aids o epatiti varie. Su questo dobbiamo essere molto attenti in modo che queste malattie spesso infettive, non contagino altri della comunità. Intendiamoci bene, questa attenzione non significa rifiutare i malati, ma prendere le precauzioni necessarie perché le malattie non si spargano in comunità.

“Come vive la comunità? Quale è una giornata tipo?
Come detto, la comunità vive del proprio lavoro. Anzi, con il lavoro di tutti si riesce anche a fare solidarietà sia a livello internazionale che a livello locale. Ogni giorno facciamo sette ore e mezza di lavoro. Per noi si tratta di lavoro di riciclo: raccolta di cose usate e scartate e poi rivendute. In più abbiamo dei momenti comuni: i pasti e i momenti assembleari in cui discutiamo i problemi che man mano si pongono e prendiamo insieme le decisioni. È molto importante l’organizzazione della comunità. Anche per ridare un ordine alla propria vita, che la strada spesso fa perdere.
Va tenuto presente, nel presentare la tipologia di una comunità come la nostra che c’è uno zoccolo duro di persone che sono in comunità da diversi anni. Sono le persone che hanno scelto ormai definitivamente Emmaus come luogo di vita. Sono un po’ il centro della comunità, anche perché ormai hanno interiorizzato i principi di Emmaus. Poi ci sono altre persone che sono in comunità da poco tempo. Alcuni può darsi che restino, altri che vadano. Tieni conto che la nostra è una porta aperta, sia in entrata che in uscita.

“Tu sei stato per diversi anni presidente di Emmaus Internazionale.
Sai bene che il movimento nasce dalla grande intuizione avuta dall’Abbé Pierre. Quella dei poveri che si organizzano e trovano insieme il modo di uscire dalla miseria e dall’emarginazione. Un’intuizione che ha avuto successo. Pensa che ormai il movimento è presente in 40 paesi. Ci sono 330 comunità e 80 gruppi che fanno riferimento al movimento e stanno compiendo il percorso per diventare membri di Emmaus a tutti gli effetti. Certo, a seconda dei luoghi in cui le comunità nascono, cambia il tipo di lavoro che si svolge. Qui da noi, nei paesi ricchi, nelle nostre società dei consumi, la totalità delle comunità svolge un lavoro di recupero e riciclaggio dei materiali scartati. In Africa, Asia e America latina si svolgono invece altre attività di lavoro  e promozione sociale: lavoro agricolo, servizi di diverso genere, mutualità, ecc. Ma tutte queste esperienze diversificate hanno un denominatore comune: venire incontro a quelli che sono messi da parte dalla società, chiedendo loro di organizzarsi e di diventare essi stessi forza di cambiamento. Ma c’è di più. Le nostre comunità, fatte da queste persone messe da parte, che stanno fuori dalle mura della città, non solo riescono a dare la possibilità a tutti i membri di vivere dignitosamente, ma permettono loro di fare solidarietà con altri poveri sia a livello internazionale che a livello locale.
Ti faccio l’esempio delle comunità Emmaus in Italia. Nel nostro paese abbiamo 13 comunità con una media di circa 20, 25 persone per ogni comunità. Svolgiamo dappertutto attività di riciclo e recupero. In questi anni siamo riusciti a devolvere per progetti di solidarietà una media di 200 euro all’anno per ogni comunitario.

“Verrebbe da dire che gli “scarti” dell’umanità, utilizzando gli scarti della società dei consumi, si organizzano per costruire un mondo diverso.
Una cosa è certa. Questi “scarti” attraverso il riciclo creano ricchezza e recuperano la dignità di vivere. Sanno di non dipendere da nessuno, di non essere degli assistiti. In più riescono anche ad aiutare gli altri. Che dire? Possono davvero girare a testa alta. Ti faccio un esempio concreto: il progetto che stiamo facendo in Benin per portare l’acqua ad un intero villaggio. Questo progetto è nato a conclusione dell’assemblea mondiale che Emmaus internazionale ha tenuto nel 2003 in Burkina Faso. In quell’occasione il movimento ha deciso di impegnarsi su alcuni temi politici importanti. L’acqua, appunto, ma anche Banca etica, l’immigrazione e la salute. Su questi quattro temi abbiamo chiesto ai vari gruppi Emmaus sparsi per il mondo se c’erano situazioni particolari da segnalare per potere intervenire con il nostro aiuto. E ci è stata segnalata dai gruppi Emmaus del Benin la situazione di alcuni villaggi su palafitte che vivevano in uno stato di emergenza riguardo l’approvvigionamento di acqua. Abbiamo cominciato ad incontrare le popolazioni di questi villaggi e a programmare un intervento per porre rimedio alla situazione catastrofica in cui versavano in relazione alla risorsa idrica. L’intervento si basava su 4 filoni: portare l’acqua; aiutare le popolazioni a cambiare i loro atteggiamenti sanitari; creare forme alternative che tenessero conto della situazione dei servizi igienici in generale e della gestione delle acqua reflue; interpellare la politica affinché questo impegno di portare l’acqua in questi villaggi fosse concretamente attuato e affinché la gestione fosse direttamente affidata agli abitanti. Nello stesso tempo, partendo da questa realtà concreta, la nostra volontà era ed è di creare un movimento e una mobilitazione sul tema dell’acqua che si diffondesse in tutto il mondo, perché il problema acqua è una questione mondiale. Vogliamo superare la logica del “costruire pozzi e andarsene”. Ci sembra importante fare un cammino insieme alla popolazione e metterla in condizione di gestire al meglio questo patrimonio per evitare la privatizzazione e il conseguente naufragio di tutto il lavoro fatto.

“I poveri, quindi, che aiutano i poveri.
Nella prima riunione che abbiamo fatto in Benin erano presenti una quarantina di comunitari provenienti dalle comunità Emmaus europee e una decina di rappresentanti dei villaggi. I discorsi e gli impregni presi in quell’occasione ci hanno fatto capire ancora di più quanto le persone che vivono in comunità siano disponibili a mettersi a fianco di altre persone, che vivono a loro volta situazioni drammatiche. Questo è un po’ l’aspetto caratteristico del lavoro di Emmaus e dei suoi comunitari: gente emarginata e messa da parte che attraverso la disponibilità e l’accoglienza nella comunità dà un esempio forte di solidarietà e di disponibilità verso gli altri ultimi.

“Qui in Italia, proprio a partire dalla comunità di Villafranca è nato qualcosa di analogo: SOS Casa.
La sensibilità al tema della casa è stato l’impegno primario di Emmaus. L’Abbè Pierre considerava prioritario offrire spazi abitativi decenti a famiglie che dopo la guerra vivevano in situazioni di estremo disagio abitativo. Tutti ricordano la grande mobilitazione lanciata in Francia nel primo dopo guerra. La nostra comunità  si è mossa su questa direzione. A partire dagli anni ‘80-’90, quando è cominciato il fenomeno dell’immigrazione. Vedendo la situazioni di tanti immigrati che avevano profonde difficoltà economiche nel trovare un appartamento, abbiamo deciso di fare qualcosa. Abbiamo cominciato a muoverci con una soluzione di emergenza che è stata quella di acquistare una grande roulotte per ospitare persone, in prevalenza nigeriane, che avevano un lavoro ma non una casa. Partendo da lì abbiamo pensato di allargare questo progetto, creando una cooperativa chiamata SOS Casa. Emmaus ha messo 50 milioni per il primo mattone, con i quali abbiamo acquistato una casa e l’abbiamo ristrutturata. Per adesso abbiamo 16 appartamenti, altri 10 li stiamo sistemando e saranno pronti l’anno prossimo, poi ne abbiamo altri 6 in una filiale di Prato.

“Proprio in questi giorni tu ti sei fatto promotore di un incontro con altre associazioni italiane per affrontare seriamente il tema del razzismo che sta affiorando nella nostra società.
È una riflessione che dobbiamo assolutamente fare. Non possiamo rassegnarci a questa chiusura, spesso totale, nei confronti dei diversi da noi. Ho promosso questo incontro e sono stato ben impressionato dalla grande partecipazione. Anche di associazioni molto più grandi della nostra. Adesso si tratta di individuare un programma concreto di lavoro serio e non propagandistico.

“Renzo, sono 33 anni ormai che fai parte di questa avventura che si chiama Emmaus. Avrei ancora tante domande, ma lo spazio è tiranno. Ti chiedo un’ultima riflessione: che cosa ti hanno insegnato in questi anni i poveri con cui hai condiviso e condividi la vita?
Il rapporto con i poveri mi ha insegnato per prima cosa a non giudicare le persone dalle apparenze. Ho trovato nelle persone più povere e disagiate la capacità e la disponibilità ad aprirsi a gesti di solidarietà che non ho ritrovato da nessuna altra parte.
Ho imparato anche a saper ascoltare il prossimo, perché per quanto una persona possa dare l’impressione di essere cattiva, scavando nel fondo del cuore spesso si trovano sentimenti coperti da vicende difficili che ha dovuto sopportare durante la propria vita. Ho sviluppato anche una capacità di non arrivare subito al giudizio, di sospendere il giudizio stesso perché, per quanto possiamo avere degli elementi su cui basarlo, il cuore delle persone è sempre più ricco di quanto possiamo vedere in superficie.
Altra cosa che ho appreso è che, quando sembra che tutto vada bene nella società, il contatto con queste persone ci fa cogliere l’esistenza di un mondo sommerso di invisibili. Attraverso l’incontro con loro si spalanca un mondo che, narcotizzati dal benessere in cui viviamo tutti i giorni, facciamo fatica a scoprire.
La miseria non è una fatalità, una cosa che cade dal cielo. Ci sono delle profonde cause politiche, sociali ed economiche: a Emmaus vogliamo reagire, attraverso la solidarietà e la condivisione, per cambiare e se possibile distruggere le cause che generano la miseria. ■
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