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Testimonianze

a cura di Valeria Viola

Di seguito pubblichiamo alcune esperienze e riflessioni di persone che fanno parte di gruppi e associazioni di agricoltori. È costante la loro domanda di una forte riforma del modello di agricoltura dominante, basato sull’agro business e sulle colture intensive ed estese. Tutti, sia in Europa che in Africa, domandano il ritorno all’agricoltura familiare, legata al territorio.

Essa solo garantisce infatti la possibilità di autosufficienza alimentare degli agricoltori e un corretto rapporto con l’ambiente e la natura.

ELISABETH ATANGANA PROPAC

È una donna la presidente del Propac, la piattaforma delle organizzazioni contadine dell’Africa centrale di cui fanno parte 10 paesi e 15 milioni di unità di lavoro familiare. Si chiama Elisabeth Atangana. Le chiediamo come il suo paese stia vivendo la crisi alimentare e con quali politiche secondo lei dovrebbero intervenire i governi africani. “La nostra rete di associazioni lavora affinché l’agricoltura abbia il posto che merita – afferma - visto che assicura l’alimentazione dei cittadini, viene praticata dall’80% della popolazione e costituisce il 30% del prodotto interno lordo dei paesi dell’Africa centrale. Inoltre, è anche un fattore di preservazione della biodiversità. Per questo gli Stati sovrani dovrebbero rendersi conto della sua importanza e investire in essa elaborando politiche per i piccoli produttori e per l’agricoltura familiare. Solo in questo modo si può perseguire un’agricoltura durevole e forte. Invece i nostri paesi si sono orientati verso politiche d’importazione di generi alimentari dall’estero (che sono più economici) per rispondere ai bisogni alimentari locali, a scapito dei piccoli coltivatori e produttori e dell’agricoltura di sussistenza. Questo ha avuto come conseguenza esodi rurali e disoccupazione”.
“L’agricoltura familiare – spiega Elisabeth Atangana - consiste in unità di produzione familiare dove si svolgono attività agricole, di trasformazione e di commercializzazione. È un modello di solidarietà tra famiglie che favorisce l’utilizzo e il consumo di prodotti naturali e prevede una gestione sostenibile delle risorse, la conservazione dell’ambiente e della biodiversità. Le associazioni del Propac producono in maniera del tutto artigianale una serie di alimenti, come il cacao, il caffè o le patate, che vengono messi in vendita nei mercati locali e regionali. Le nostre associazioni sperimentano modelli di agricoltura integrata, unendo programmi di agricoltura e allevamento. Portano avanti progetti di diversificazione dei sistemi di approvvigionamento dell’acqua, cercando di utilizzare quella potabile solo per bere e non per l’irrigazione. In alcuni casi, hanno avviato laboratori di ricerca agricola o centri di formazione e inserimento al lavoro rivolti ai giovani. Queste esperienze mostrano la nostra volontà di organizzarci nonostante le tante difficoltà e hanno permesso a molte donne di poter mandare a scuola i propri figli e di affrancarsi dal debito con il microcredito”.
“Per rilanciare un modello sostenibile di agricoltura – conclude Elisabeth Atangana - è necessario un dialogo tra i paesi africani e quelli del Nord del mondo per costruire spazi di solidarietà. Al contempo, è prioritario attivare politiche agricole armoniche e coordinate, che proteggano i mercati e che offrano un sistema di finanziamento tale da permettere agli agricoltori di rimborsare senza doversi piegare a debiti per tutta la vita. Vanno inoltre elaborate proposte concrete che tengano conto del ruolo centrale delle donne - che nei nostri paesi costituiscono il 70% della manodopera agricola - e che rafforzino le possibilità per i giovani. Ritengo fondamentale la formazione di risorse umane anche per attrarre più clientela e fronteggiare la concorrenza”. ■

BABAKAR NDAO ROPPA

Babakar Ndao è esponente del Roppa, la rete delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli dell’Africa occidentale. Questa rete assicura la presenza nella zona di una politica agricola comune elaborata con la partecipazione delle organizzazione contadine, che mette al centro l’agricoltura familiare e la sovranità alimentare.
“Dopo l’indipendenza dalla Francia, abbiamo vissuto un neo colonialismo. Intendo dire che tutto quello che mangiamo lo importiamo. Dopo gli aggiustamenti strutturali imposti, tutti i servizi come l’educazione e la salute sono stati destrutturati perché non portano soldi a breve termine. Inoltre ci sono una serie di fattori che minacciano le nostre attività, come ad esempio il cambiamento climatico. Oltre a modificare l’equilibrio dei cicli dell’agricoltura, il surriscaldamento del pianeta in molte zone del mondo, soprattutto in Africa, fa sì che molte persone emigrino. Si tratta di veri e propri esodi. Oggi perdiamo dunque terreno anche per motivi culturali, i giovani si muovono dalle campagne ed emigrano verso la città, aspirando ad una vita diversa, più moderna, con il lavoro, con i divertimenti. Mentre il luogo della produzione è la campagna”.
“L’agricoltura è stata dimenticata – prosegue Babakar - e il grande errore è credere che la nostra alimentazione possa basarsi sui prodotti di importazione. Roppa si impegna affinché si crei tra gli Stati africani dell’Ovest un’agricoltura complementare e un mercato senza frontiere. La nostra sarebbe una grande area agricola che, grazie alla sua eterogeneità geografica, potrebbe garantire la sovranità alimentare, valorizzare l’agricoltura locale e soprattutto assicurare la sostenibilità ambientale. In questo modo potremmo garantire impiego a milioni di persone africane. Ma per fare questo, gli Stati africani devono muoversi con investimenti in grado di generare nuove infrastrutture e devono avviare politiche affinché si realizzi un mercato comune”.
Fondamentale inoltre, secondo Babakar, è il compito degli Stati nazionali, che dovrebbero garantire al contadino un accesso più facilitato al credito, offrendo dei finanziamenti a lungo termine in maniera tale che questo non venga strozzato dalle rate ad alto tasso di interesse. “Le nostre organizzazioni contadine – conclude Babakar – partono dalla convinzione che lo sviluppo dei paesi meno avanzati passi attraverso il controllo dei mercati nazionali e sub-regionali, piuttosto che del mercato mondiale. Per questo nell’immediato futuro dobbiamo muoverci e fare pressione affinché i governi non si pieghino alle leggi di mercato attualmente esistenti, che fanno sì che i nostri prodotti vengano venduti a basso costo”. ■

I Croft scozzesi e gli eco-villaggi in Ungheria

L’Unione europea vive di agricoltura. Oltre la metà della popolazione dei 27 Stati membri abita in aree rurali, che rappresentano il 90% del territorio. Tuttavia l’agricoltura praticata è sempre più quella delle vaste estensioni in mano alle grandi imprese agricole. Esse utilizzano il suolo per monoculture e provocano un impatto negativo sulla fertilità. Il modello di agricoltura familiare va sostenuto anche nel vecchio continente. Esso riveste infatti, un ruolo importantissimo per tutte le comunità. Assicura le fondamenta di un tessuto sociale forte ed economicamente agibile e un governo delle risorse naturali e dell’ambiente improntato alla sostenibilità ambientale, sociale e alla sovranità alimentare della popolazione. In Europa sono presenti molti esempi di modelli di agricoltura familiare: aziende che si trovano spesso in estrema difficoltà nel sostenere la competizione con le più forti imprese agricole.
Riportiamo le esperienze di Patrick Krause della Scottish Crofting Foundation e di Gèza Varga, della Fondazione Gaia – Ungheria.

Patrick Krause ritiene che ci siano profonde connessioni tra la realtà scozzese in cui vive e quella dell’Africa sub-sahariana. Ripercorre così la storia del croft, letteralmente “piccolo podere”. “Dal ‘700 in Scozia – spiega - anche in zone molto remote esistono dei piccoli poderi che vengono usati per la coltivazione e per i pascoli di allevamento”.
Per “crofting” si intende dunque una pratica agricola caratterizzata dalla coltivazione di estensioni limitate di terreno arabile e dalla condivisione dei pascoli. La scarsità di terreno arabile disponibile e la pioggia eccessiva limitano i raccolti all’avena, alle patate e all’orzo. I crofters aggiungono all’approvvigionamento di generi alimentari per la famiglia, la pesca nei laghi o nel mare, quando vivono vicino al litorale. Nelle zone degli altopiani predominano i poderi con bovini da carne o pecore. “Anche se ci sono migliaia di crofts nella zona nordica – prosegue Krause - molti non vengono più coltivati. Dopo la seconda guerra mondiale ci sono state delle carestie che hanno fatto sì che i crofters non riuscissero più a sostenersi con l’agricoltura, tanto da dover far ricorso alla silvicoltura e  anche all’offerta di servizi di turismo”.
Il contadino di quelle zone non è un semplice produttore di cibo, ma è legato a una cultura molto forte, a uno stile di vita duro, a un modello di produzione sostenibile e attento alla salvaguardia della natura e dell’ambiente circostante. Si tratta di popolazioni che vivono nelle zone più remote della Scozia e che coltivano collettivamente la terra in modo sostenibile. “Oggi – conclude Krause - abbiamo bisogno di una politica agricola che ci supporti, che sostenga queste piccole aree, non solo perché produttrici di cibo, ma anche perché veicolano uno stile di coltura sostenibile e ricco di valori e cultura. Anche noi, quindi, sosteniamo la necessità di una regionalizzazione delle politiche agricole. Perché l’alimentazione deve essere prodotta all’interno del paese”.
Gèza Varga fa parte invece della Fondazione Gaia, che nasce in Ungheria nel 1990 con lo scopo di dare vita a degli eco-villaggi. Spazi abitativi sostenibili con l’obiettivo principale di creare e portare avanti un’economia locale, ecologica e sociale. Oggi vi risiedono circa 50/60 famiglie.
“Il funzionamento dell’eco-villaggio è il cuore del progetto – spiega Varga. Lì si sperimenta la sostenibilità da tanti punti di vista differenti: si fa uso esclusivamente di materiali di costruzione locale come l’argilla, la paglia, il legno e la canna. Vengono utilizzate solo energie rinnovabili come i pannelli solari, la legna e l’olio vegetale. Le famiglie lavorano per stabilire rapporti durevoli con l’economia locale, utilizzando la moneta corrente”.
“Una delle principali sfide che la Fondazione Gaia sta attualmente affrontando  è quella con l’Unione europea e con la legislazione nazionale, che non sono a favore di un’agricoltura sostenibile, né promotori di soluzioni che risolvano la crisi energetica. Auspichiamo di poter far sentire sempre di più la nostra voce, unendola a quella dei piccoli agricoltori europei e africani che perseguono i nostri stessi obiettivi”. ■

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