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Il cibo, la terra, la crisi

a cura di Francesca Tacchia

Non c’era bisogno di questa crisi finanziaria per disilludere ancora una volta i poveri del mondo. Per dire, numeri alla mano, che i paesi ricchi continuano a giocare con loro. In una sorta di partita che alla fine li vede sempre perdenti. Non c’era bisogno di questa crisi per ricordarci la vacuità di quelli che pomposamente, all’inizio del 2000, erano stati definiti “obiettivi del millennio”.

Ridurre la povertà del 50%, si diceva. E intanto continuavano le politiche di sempre, mentre gli obiettivi si trasformavano non in azione, ma in una miriade di parole vuote, di convegni, di pubblicazioni che, alla fine, servivano ad arricchire quelli che già ricchi erano. I dati parlavano chiaro, anche prima dello scoppio della crisi.
Tra il 2005 e il 2007 il numero delle persone che nel mondo soffrono la fame ha compiuto un balzo enorme in avanti: 75 milioni di persone in più, la maggioranza dei quali si trovano nei paesi poveri. Oggi, quindi, il numero complessivo degli affamati nel mondo è di circa 950 milioni. L’allarme lanciato dalla Fao parla di un aumento di 24 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana, 41 milioni in Asia e nell’area del Pacifico, 6 milioni in America latina e Carabi e 4 milioni nel vicino Oriente e Nord Africa. Nel solo Corno d’Africa la malnutrizione cronica coinvolge 14 milioni di persone. In Etiopia, Somalia, Gibuti ed Eritrea è ormai un fenomeno endemico, mentre si sta diffondendo in alcune aree di Kenya, Sudan e Uganda.
La fame, dunque, non diminuisce, anzi aumenta.
Ad aggravare la crisi alimentare c’è indubbiamente il vertiginoso aumento a livello globale dei prezzi del cibo, del petrolio (che grava sul trasporto e la distribuzione) e dei fertilizzanti. E troppo spesso tutto questo si combina con la siccità e i conflitti armati che fanno letteralmente impazzire i costi degli alimenti. Nel corso del 2008 i prezzi delle derrate alimentari mondiali sono aumentati in modo eccezionale. Dopo un aumento del 9% nel 2006, l’indice dei prezzi degli alimenti della Fao è aumentato precipitosamente del 57% da marzo 2007 a marzo 2008 (dati Fao - 2008). Un dato che ha provocato effetti devastanti sulle famiglie più povere e vulnerabili, sugli agricoltori e sui nuclei familiari che hanno a capo una donna. Negli ultimi mesi in oltre 25 paesi, in particolare del continente africano, si sono svolte manifestazioni popolari contro l’aumento dei prezzi del cibo. Un fenomeno che non ha risparmiato nemmeno i paesi ricchi. Basti pensare all’aumento di prodotti alimentari di base come pane e pasta che si è registrato in Europa. Anche in Italia la crisi si fa sentire: secondo un’indagine di Coldiretti nei primi tre mesi del 2008 rispetto allo scorso anno abbiamo comprato meno pane (-5,5%), meno pasta (-2,5%), meno ortaggi (-5,5%), meno carne (-3,4%) e meno frutta (-1,8%).

Cento milioni di nuovi poveri
Ora, puntuale, arriva il monito del presidente della Banca mondiale: la crisi che ha sconvolto la finanza, rischia ora, mentre i governi e le economie occidentali corrono ai ripari, di scaricarsi anche sulle economie più deboli del Sud del pianeta. Parlando a Washington il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick ha esposto dati e soprattutto previsioni a dir poco drammatiche e allarmanti: “Dall’inizio del 2008 il numero dei poveri del pianeta è aumentato di 100 milioni ed il rischio è che la cifra salga ancora». Vecchi problemi si assommano ai nuovi e formano una miscela esplosiva. In queste settimane, prima della fine di ottobre, alcune economie emergenti potrebbero subire un colpo mortale. Le esportazioni di molti paesi dell’emisfero sud stanno subendo un drammatico rallentamento, l’afflusso di capitali sta rallentando e la conseguenza sarà una verticale caduta degli investimenti. «Le onde degli shock finanziari che hanno colpito Usa ed Europa - ha detto il presidente della Banca mondiale - si riverberano sull’economia globale e la dura realtà è che i paesi in via di sviluppo si devono preparare ad un crollo dei commerci e negli investimenti». La crisi dunque moltiplicherà l’affanno di economie già in difficoltà. «Molti paesi, soprattutto africani - spiega la fonte della Fao - registrano un calo della produzione agricola dovuta al vertiginoso aumento del costo delle sementi».
Le ragioni dell’impennata dei prezzi non vanno ricercate nel mancato adeguamento tra domanda e offerta. Secondo il Rapporto Fao “Food Outlook”, infatti, nell’annata agraria in corso non c’è stato un crollo della produzione agricola, né di quella dei cereali. In realtà la produzione cerealicola mondiale 2007/2008 ha registrato un aumento del 4,9% rispetto al 2006/2007 e il trend è in crescita, secondo le previsioni, anche per la prossima stagione. Per quanto riguarda il consumo, questo è salito nell’ultimo decennio di circa l’1% all’anno: ciò significa che non c’è stata un’esplosione della domanda di alimenti, né di quella del grano. Le motivazioni dell’aumento considerevole del prezzo del cibo vanno ricercate, quindi, altrove. In primo luogo, è da considerare il fenomeno delle speculazioni da parte di attori che agiscono sul mercato internazionale dei prodotti agricoli: il panico sui mercati conseguente alla grave crisi finanziaria che sta investendo il mondo, così come alcune decisioni politiche prese in diversi paesi, hanno amplificato il movimento ascendente dei prezzi. In secondo luogo, l’instabilità del mercato dipende anche dalla sua stessa struttura e dal suo carattere estremamente concentrato. Ci sono pochi, grandi operatori commerciali internazionali che detengono sostanzialmente il monopolio del mercato e che non sembrano essere stati minimamente intaccati dalla crisi in corso. Alcuni esempi: il 60% dei terminal per il trasporto di granaglie negli Usa è di proprietà di sole quattro società: Cargill, Cenex Harvest, Adm e General Mills. Il primo gruppo mondiale nel commercio di semi, Monsanto, ha riportato un aumento di guadagni del 44% nel 2007. Anche per i supermercati la crisi alimentare non sembra aver scalfito il business: la catena inglese Tesco ad esempio, ha registrato un aumento dei guadagni del 12,3% in più rispetto allo scorso anno.
Vanno inoltre considerati altri fattori: l’utilizzo di una parte crescente della produzione agricola per la fabbricazione di biocarburanti; l’aumento del prezzo del petrolio che ha contribuito all’innalzamento dei costi di carburante e concimi e, contestualmente, di trasporto, di trasformazione e stoccaggio su tutte le filiere agroalimentari. Hanno grande influenza anche le cattive condizioni climatiche, dalle quai deriva un abbassamento di produzione dei cereali in alcuni grandi paesi esportatori come l’Australia.
Vanno ricordate poi le politiche di aggiustamento strutturale promosse  dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale che, in cambio di crediti di aiuto, hanno posto condizioni capestro come la riduzione del supporto e del finanziamento pubblico all’agricoltura. Con la sbornia delle privatizzazioni e di una liberalizzazione crescente del settore agricolo che ha portato i paesi del Sud del mondo a diventare da esportatori a importatori di alimenti. Strana questa Banca mondiale: da una parte è all’origine dell’impoverimento di questi paesi e, dall’altra, nei suoi documenti denuncia questo impoverimento, senza fare nessuna critica al proprio operato! Si aggiunge a questo, un progressivo consolidamento di una politica europea centrata sul modello industriale con vocazione esportatrice, che ha favorito un tipo di produzione intensivo e insostenibile. In più, negli ultimi decenni l’Unione europea ha sempre posto come condizione per avere rapporti commerciali l’adozione da parte di questi partner di politiche neoliberiste. Così oggi i paesi poveri si trovano a dover affrontare una crisi esportata dai paesi ricchi, senza averne i mezzi. Ancora una volta il peso più forte di un’economia fallimentare imposta a tutti dal cinismo dei ricchi sarà caricato sulle spalle dei più deboli. ■
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