Microeconomia: a colloquio con Bunker Roy
Paola Bizzarri
Ha ideato l’Università degli Scalzi ad uso dei più poveri. Qui si formano ingegneri, architetti, medici, informatici. Creati oltre centomila posti di lavoro. Nasce la democrazia partecipativa.
I paradigmi economici occidentali - se pur fallimentari come dimostrato in questi giorni - si divulgano su colorate slides ricche di dati e numeri. Anzi, tanto più questi sono concisi, ad effetto, tanto più siamo portati a stimare la bontà e l’efficacia dell’intero sistema. Ed ecco allora i numeri del modello di microeconomia a sviluppo locale realizzato dall’indiano Sanjit Bunker Roy: applicazione in 110 villaggi del Rajastan in India; ricaduta occupazionale su più di 100 mila persone ed esportazione nelle comunità più povere del mondo (Afghanistan, Etiopia, Bhutan, Senegal e Sierra Leone).In che cosa consiste esattamente questo modello di microeconomia? Ebbene, lontano migliaia di chilometri dai palazzi “che contano”, Bunker Roy, nato nel 1945 a Burnpur, ricca città nel West Begal, vicino a Calcutta, ha ideato e fondato l’Università degli Scalzi: il Barefoot College.
Il Barefoot College, ma il vero nome è Social Work and Research Center (SWRC), nasce nel 1972, nel poverissimo villaggio di Tilonia, Rajastan, nell’India Nord-occidentale, a quattrocento miglia a Sud di Delhi. Si tratta di un istituto costituito dai poveri per coloro che appartengono alle caste più basse: è una scuola speciale, un centro di istruzione non formale a sostegno del recupero e valorizzazione delle tradizionali abilità agricole e artigiane. Un modello straordinario, dove si ascoltano i più poveri dei poveri: gli anziani, le donne, i bambini e gli analfabeti. L’insegnamento si compie tenendo conto di quanto davvero è utile alle comunità, in funzione dei reali bisogni, evitando innovazioni costose, inutili, che gli abitanti del villaggio potrebbero non essere in grado di gestire e riparare.
Il modello economico alla base è unico: una forma di sviluppo sostenibile per creare piccole comunità autosufficienti. Il College accoglie gli umili in arrivo dai villaggi più remoti dell’India per insegnare loro a diventare ingegnere, architetto, medico, insegnante, informatico. Professioni che, a loro volta, costoro esercitano all’interno della propria comunità per renderla autosufficiente, anche da un punto di vista energetico grazie all’uso di fonti rinnovabili.
Sanjit Bunker Roy era in Italia a fine settembre per ritirare il Premio Masi “Grosso d’Oro Veneziano” della Fondazione Masi (Verona, 26-27 settembre). Il prestigioso riconoscimento è riservato a personaggi che hanno contribuito “a promuovere la solidarietà e il progresso civile nel mondo”. In questa occasione lo abbiamo incontrato.
Lei proviene da una facoltosa famiglia indiana: che cosa l’ha spinta, invece, a dedicarsi ai più umili?
Ho visitato un villaggio povero per la prima volta nel 1965. Mi trovavo nella regione del Bihar. Lì ho conosciuto la carestia e le sue migliaia di vittime. Quando tornai a casa, dissi a mia madre che volevo andare a vivere in uno di questi villaggi e che lì volevo lavorare. Mia madre non la prese bene. Non riusciva a capire. Proprio io, il figlio indirizzato a svolgere la carriera da ambasciatore, sceglievo questo tipo di vita. La ragione è semplice: ho visto i poveri e la fame. E ciò mi ha spinto a fare qualcosa per ripagare il mio debito verso di loro. Rimasi laggiù per diversi anni lavorando come volontario nei cantieri per la ricerca dell’acqua.
E come è nata l’idea di fondare il Barefoot College?
In gioventù ho potuto ricevere un’istruzione privilegiata, ma la vera istruzione che ho ottenuto risale al momento in cui ho capito quali conoscenze e capacità possedessero i miseri che lavorano per lo sviluppo del proprio villaggio. Simili conoscenze non si possono apprendere all’università: vanno sperimentate. Come successe a me durante il lavoro nei cantieri per la ricerca dell’acqua. Da lì ho capito la necessità di creare un istituito dove si potessero condividere queste capacità e conoscenze per applicarle su vasta scala.
Migliaia di bambini frequentano il Barefoot College e accanto alle conoscenze più pratiche, viene insegnato loro anche il modello di democrazia partecipata.
Il 60% di questi bambini frequenta la scuola di sera perché di giorno deve lavorare in piccole fabbriche o con il bestiame. Dal 1975 ad oggi, 15 mila minori sono passati nei corsi serali del Barefoot College grazie alla rete di oltre 20 sedi con un totale di circa 250 scuole serali sparse in 13 Stati indiani. I ragazzi imparano molte più cose sul leader locale che sul Primo Ministro indiano. Insegniamo loro anche la democrazia, la partecipazione dal basso e l’educazione civica: compiono loro elezioni interne, con tanto di riunioni e, oggi, la nostra Primo Ministro è una bambina di 12 anni. La giovane di giorno si occupa di venti capre e, la sera, svolge il suo ruolo di “Primo Ministro”. Nella mia scuola gli studenti supervisionano e se denunciano un insegnante perché non lavora bene, possono farlo licenziare.
Secondo Lei i metodi dell’educazione formale governativa sono in grado di istruire i giovani contadini?
No. Sono molto critico al riguardo. L’educazione governativa è incapace di istruire i giovani contadini. E l’incapacità nasce da un conflitto. Non parlo di un conflitto violento, ma di un conflitto di idee e di approcci. Le scuole governative insegnano l’alfabetizzazione, insegnano a leggere e scrivere, come superare gli esami. Il nostro College invece espone i suoi studenti a una formazione vera e propria, insegna loro uno stile di vita, l’importanza dell’ambiente, della cultura e delle istituzioni indigene. E, ricordiamoci, c’è grande differenza tra l’alfabetizzazione e l’istruzione. Il governo insegna la prima, mentre diverse scuole serali e il Barefoot College espongono ad una nuova forma di istruzione. Qui migliaia di poveri, che nessuno avrebbe mai impiegato, sono stati addestrati ad una professione. Se normalmente occorrono 10 anni per diventare ingegnere, da noi lo diventano in sei mesi e poi tornano nella loro comunità di origine. La miglior ingegnere ambientale è una donna afgana di 55 anni analfabeta. Tre anni fa ha portato l’energia solare in 200 case del suo villaggio e tutto funziona ancora perfettamente. In questo modo poveri e giovani restano nei villaggi e non sono costretti a raggiungere le grandi metropoli, aumentando le file dei disperati. Infine, i saperi secolari degli abitanti dei villaggi si conservano e non sono dispersi nel nulla.
Lei afferma che bisogna usare la saggezza locale, prima di coinvolgere competenze esterne: in che cosa consiste?
Cent’anni fa in India, quando non c’erano medici e ingegneri pronti ad uscire dalle università, che cosa facevano le comunità povere? Sopravvivevano lo stesso. Possedevano un loro sistema sanitario, un sistema di conoscenze e risolvevano quotidianamente i loro problemi con soluzioni facili: è il caso dei rabdomanti per l’approvvigionamento dell’acqua potabile. Il Barefoot College rispetta, identifica e applica questa saggezza vecchia di cento anni. Abbiamo solo deciso di usarla come avveniva in passato, anche perché è comune e viene utilizzata e applicata nelle comunità poverissime di tutto il mondo. In seguito abbiamo deciso di rendere questa saggezza l’attività principale del Barefoot College. E occorre porre molta attenzione: non è un’alternativa, ma è l’unica via possibile per andare avanti, per coinvolgere le comunità e per introdurre un approccio sostenibile allo sviluppo.
Sembrerebbe che l’istruzione, a Tilonia, non debba essere fine a se stessa, ma esclusivamente pratica. È davvero così? Va inteso in questo senso che istruzione e sviluppo devono coincidere?
Sì, va inteso esattamente in questo senso. Presso il Barefoot College non parliamo di istruzione nel senso restrittivo del termine, ma chiediamo ai nostri studenti di cambiare il loro modo di pensare e di vivere. Chiediamo loro di non pensare che il fatto di essere poveri e analfabeti si traduca con il dato oggettivo di non possedere nulla per contribuire allo sviluppo. Anzi, ognuno di loro dispone di importanti conoscenze ed enormi capacità dalle quali la gente comune può imparare. Tale concezione non si può apprendere presso un’università o college “normale”.
Il messaggio che noi vogliamo portare fuori dal Barefoot College è che ogni villaggio possiede qualche conoscenza preziosa utile per contribuire allo sviluppo. Bisogna però ascoltare i più poveri, avere l’umiltà di apprendere da loro. ■
*Un vero reportage da Tilonia sulla vita di Bunker Roy e degli studenti del Barefoot College è proposto nel libro “Raggiungere l’ultimo uomo”, di Maria Pace Ottieri (Torino, Einuadi 2008).
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