L’oleodotto Ciad-Camerun
Luca Manes – CRBM
Sospesi i prestiti al Ciad perchè insolvente. I soldi del petrolio usati per armare l’esercito e non a fini sociali. Sul campo i rottami di un’opera faraonica a vantaggio delle multinazionali petrolifere.
La Banca mondiale ha sorprendentemente deciso di terminare il finanziamento per l’oleodotto Ciad-Camerun, causa prolungati ed evidentemente non risolti dissidi con il governo di N’Djamena, pretendendo da questo il ripagamento anticipato di tutto il prestito di 140 milioni. L’esecutivo ciadiano, infatti, continua a non rispettare l’accordo preso tempo fa con i banchieri di Washington di destinare una parte dei proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero a un fondo per combattere la povertà che da anni attanaglia il paese. Con gli stessi proventi del petrolio – ben 1,4 miliardi di dollari solo nel 2008 – N’Djamena ha facilmente saldato i banchieri di Washington.In realtà non è la prima volta che la World Bank ha ripensato l’erogazione di fondi per l’opera che da anni sbandiera come il suo fiore all’occhiello nel settore dello sfruttamento dei combustibili fossili. Già al principio del 2006, l’allora presidente Paul Wolfowitz aveva fatto la voce grossa con il presidente del governo Idriss Deby, accusato di aver “spostato” le royalties del greggio dalle spese sociali a quelle per l’acquisto di armi. Poi nel lungo braccio di ferro tra Wolfowitz e Deby fu quest’ultimo ad avere l’ultima parola, dopo minacce, nemmeno troppo velate, di bloccare i flussi di greggio dal paese africano. Ora la storia si è ripetuta e in maniera definitiva. Deby, a detta della dirigenza dell’istituzione con sede a Washington, continua a “dimenticare” di aver sottoscritto un accordo per la creazione dei cosiddetti fondi sociali, preferendo acquistare armamenti per il suo esercito, impegnato a combattere le forze ribelli sostenute dal vicino Sudan.
Investimenti petroliferi
Ma è vergognoso che la Banca pensi solo alla sua reputazione e si tiri fuori così da una storia che lascia sul campo distruzione sociale e ambientale e più povertà. La Banca mondiale, infatti, è da sempre il primo sponsor politico e finanziario del mega-oleodotto, lungo 1.070 chilometri, gestito da un consorzio di cui fanno parte la ExxonMobil, la ChevronTexaco e la Petronas. In totale il più grande investimento nel settore petrolifero operato in Africa negli ultimi anni è costato ben 4,2 miliardi di dollari – il contributo della Banca ammonta a oltre 400 milioni. Purtroppo la World Bank fin dalla progettazione della pipeline ha ignorato l’allarme delle popolazioni locali e di numerose Ong africane e del resto del mondo, preoccupate per i pesanti impatti sull’ambiente, ma anche sui diritti umani che il Ciad-Camerun avrebbe comportato – impatti che si sono puntualmente verificati. Il modello di sviluppo basato sullo sfruttamento petrolifero a solo vantaggio delle multinazionali del Nord del mondo e delle élite locali è ancora una volta miseramente fallito, nel pieno dell’impunità anche per i banchieri di Washington. Ma il nuovo presidente Robert Zoellick per adesso non ne vuole sapere, proseguendo a promuovere ricette vecchie dove le energie rinnovabili finiscono sempre per soccombere a vantaggio dei combustibili fossili.Allora a rileggere le dichiarazioni pubblicate sul sito della Banca il 9 settembre scorso ci si pongono degli enormi interrogativi sulle reali capacità della Banca di fornire ai governi del Sud soluzioni innovative per la lotta alla povertà. Sembra impensabile che esperti tra i meglio pagati al mondo facciano un fiasco tanto clamoroso proprio con il progetto “punta di diamante”, che il management della Banca ha spinto fino in fondo.
In realtà Ciad-Camerun, come molti altri grandi progetti nel settore estrattivo, è stato finanziato dall’istituzione non sulla base di considerazioni di merito, ma semplicemente per ragioni politiche, sacrificando obiettivi più generali per favorire gli interessi privati di alcune multinazionali, con il beneplacito dei governi europei e statunitense e nella più assoluta impunità di tecnici ed esperti del management della Banca. Quando nel 2000 il Board dei direttori esecutivi della Banca approvò il finanziamento, il governo italiano si astenne. Fu l’unico esecutivo a esternare dissenso per questa opera così controversa. Perchè allora oggi il rappresentante italiano a Washington non fa pesare questo innegabile fallimento sul management della Banca mondiale? ■
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