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L’agonia dell’ultimo paradiso

India: a quattro anni dallo tsunami

Patrizia Caiffa

Le isole Andamane e Nicobare aspettano ancora. Hanno pagato un prezzo enorme in vite umane, mentre quasi tutto è stato distrutto. Ma la ricostruzione è lenta. Il governo non mantiene le promesse.

A quattro anni da quel giorno drammatico di dicembre, alle isole Andamane e Nicobare, in India, i segni del passaggio dello tsunami ancora si vedono. Distese di terraferma sono oramai definitivamente invase dall’acqua, con tronchi divelti di palme e mangrovie e lacustri paesaggi rimasti abbandonati dopo la distruzione operata dal sisma e dalla minacciosa potenza del mare. A livello sociale la ricostruzione di lungo termine, pur essendo a buon punto, non è ancora terminata. E mancano all’appello migliaia di case definitive per le famiglie sfollate, che vivono tuttora negli “intermediate shelters”, i rifugi temporanei, misere baracche di lamiera e legno confinate in angusti campi gestiti da organizzazioni non governative indiane. Le ong straniere sono infatti tutte fuggite, viste le condizioni esose che il governo indiano impone nella ricostruzione.
Quel 26 dicembre 2004 che devastò gran parte del Sud-Est asiatico, provocando 280.000 vittime, portò tanta morte e distruzione anche in questo paradisiaco e selvaggio arcipelago nella baia del Bengala, a 1300 km dalla terraferma indiana ma più vicino a Birmania e Thailandia. Si tratta di circa 600 isole, di cui solo una trentina abitate, alcune dagli indigeni Jarawas, Onge, Shompen e Sentinelesi, forse le ultime tribù del mondo ad essere ancora davvero isolate dal contatto con la civiltà. Molti di loro si salvarono proprio per aver ascoltato in tempo i segnali della natura. Famosissima è la foto dell’indigeno che tenta di lanciare una freccia ad uno degli elicotteri accorsi per i soccorsi. Essendo vicino all’epicentro del sisma, le isole indiane hanno pagato però un costo caro in vite umane: secondo la diocesi cattolica della capitale Port Blair, circa 20-25.000 morti (ma il governo indiano, pur non avendo fornito cifre ufficiali, ne stima 11.000), soprattutto a Sud, nelle isole Nicobare.
La ricostruzione a rilento
A Port Blair, ad esempio, nell’agosto scorso erano state costruite solo 99 case sulle 300 commissionate alla Caritas e da terminare entro il 2007. Ma la costruzione è molto costosa e procede a rilento a causa dei costi e dei lunghi tempi di trasporto dei materiali dalla terraferma. Le Andamane, pur essendo tutta giungla incontaminata e selvaggia, sono una riserva naturale ed il legname non può essere tagliato. “Tutti i materiali vengono dall’India o dalla Malesia – spiega Father Johnson De Cruz, direttore della Caritas di Port Blair (Acani). Ogni casa costa 700.000 rupie (circa 11.000 euro). Quelle che abbiamo costruito al Nord, migliori in qualità, sono costate la metà. Ma la nostra proposta non è stata ascoltata”.
La Caritas locale è nata subito dopo il maremoto e si è trovata a fronteggiare un lavoro immane, all’inizio con carenza di personale specializzato. “Abbiamo costruito prima 800 rifugi provvisori e fatto il possibile per aiutare le persone che avevano perso tutto, casa e lavoro – racconta il vescovo Alex Das Neves Dias -. Ora abbiamo anche 370 gruppi di auto-aiuto, in maggioranza donne che lavorano insieme e hanno imparato ad essere interlocutori dei leader in campo politico e sociale. In diocesi avevamo poco lavoro sociale. In quattro anni è successo tanto. Questo è uno dei pochi frutti positivi dello tsunami”.
La paura in quella mattina drammatica è stata tanta. I sopravvissuti ancora si commuovono al ricordo della tremenda scossa sismica, seguita poi dall’onda anomala. Father Anuj Kumar Nagi, prete indiano che vive oggi in una piccola parrocchia sperduta nella giungla a Nord Andamane, senza elettricità, né acqua, quando è arrivata l’onda era a Car Nicobar, nel Sud delle Andamane. “Era mattina presto, intorno alle 6, e stavo nel mio ufficio – racconta -. Ho sentito la scossa e sono corso fuori. Quando la situazione si è tranquillizzata sono tornato nella mia stanza. All’improvviso ha iniziato ad arrivare l’acqua, sono uscito e ho visto tanta gente correre, l’acqua saliva e mi arrivava alle gambe. Siamo andati nel posto più alto, e abbiamo visto l’acqua sommergere tutto, gli alberi, le palme da cocco. Non sapevamo di cosa si trattasse. Non avevamo mai visto uno tsunami. Siamo saliti ancora più in alto e abbiamo avuto tutti paura di morire. Ho visto cadaveri di persone ed animali che galleggiavano nell’acqua, una scena atroce. Ho pensato: questa è la mia fine”.
Per sei giorni, insieme ad altri cento disperati, tra cui molti bambini, sono rimasti nella foresta senza cibo, né acqua. Sono riusciti a salvarsi bevendo l’acqua delle noci di cocco e mangiandone la polpa fresca. Finché sono arrivati gli aerei che hanno trasportato i profughi a Port Blair e in altri campi in India. Father Anuj è stato portato a Chennai, nel Tamil Nadu. I suoi confratelli temevano fosse morto. Lì ha potuto contattare un amico sacerdote e tornare nelle Andamane. “È stato molto doloroso – dice -. Dieci minuti prima ero con tante famiglie. In un attimo non c’erano più. Ma ora la vita nella foresta, anche se dura e isolata, mi rende felice. L’esperienza dello tsunami, seppur drammatica, mi ha mostrato che c’è sempre speranza, anche nei momenti più difficili. Le cose possono migliorare, non dobbiamo mai disperare”.
Della casa e della chiesa di Father Prita M. Toppo, che quando è arrivata l’onda era ad Hut Bay, sono rimaste invece solo macerie. Anche lui si è salvato mangiando cocco per quattro giorni, finché non sono arrivati gli aiuti. “Pensavo che la mia vita fosse distrutta, non avevo più nulla – ricorda -. Pian piano ci siamo riorganizzati. La ricostruzione sta andando avanti, ma ancora non abbiamo le case permanenti per molte famiglie”.
I ritardi del governo
Gli agricoltori che hanno visto completamente allagati i propri campi – le Andamane vivono principalmente di agricoltura, anziché di pesca - si lamentano anche di non aver avuto risarcimenti adeguati dal governo indiano per poter riavviare le attività. “Mio padre ha perso l’intera risaia, sommersa da 1 metro d’acqua, e altri campi in cui viveva la famiglia – protesta Kesaidu, 43 anni, della Divisione foreste del governo, che lavora con quei pochi elefanti che nelle isole trasportano ancora il legname -. Il governo gli ha dato solo circa 550 euro, molto meno del valore effettivo. E tutti hanno perso qualcosa”. Kesaidu torna a casa da moglie e figli solo uno o due giorni al mese, perché si muove insieme agli elefanti che vengono spostati nelle diverse isole a seconda delle esigenze. Nonostante i sacrifici per la lontananza dalla famiglia è contento “perché almeno ho un lavoro”. Infatti nell’arcipelago, che finora ha goduto di standard di vita leggermente migliori rispetto al resto dell’India, si sta creando un problema di disoccupazione. La proibizione governativa di tagliare il legname – dovuta non solo alla presenza di una riserva naturale, ma anche al motivo più sottaciuto che in qualche isola ci sono delle basi militari indiane – sta lasciando a casa migliaia di adivasi (gli “abitanti originari” dell’India) arrivati una cinquantina d’anni fa dalla terraferma (soprattutto da Ranchi, nello Stato del Jarkhand) per lavorare nelle foreste, abituati com’erano ad una vita semplice e frugale nella natura. Ora i disoccupati vivacchiano con scarni sussidi governativi. E l’alcool e le droghe, sebbene assolutamente proibite, si stanno diffondendo anche qui. Un altro problema sociale molto sentito è quello dei suicidi, soprattutto giovanili, perché sono zone isolate che non offrono tante opportunità di studio e carriera. Molti sono fragili e temono la competizione, in particolare a scuola. Nonostante un po’ di turismo indiano da Kolkata e Chennai e qualche sporadico europeo che si rifugia nella splendida isoletta di Havelock, con spiagge bianchissime, coralli, migliaia di pesci variopinti, barracuda, delfini e tartarughe marine, anche uno degli ultimi arcipelaghi ancora incontaminati è minacciato da cambiamenti che sembrano ovunque ineluttabili. “Venti anni fa eravamo molto più felici – conclude il vescovo Dias -. Con la globalizzazione è arrivato il benessere e il materialismo e cominciamo a marciare verso l’Occidente e i suoi problemi”. Nonostante l’eterna contraddizione di stare in bilico tra tradizione e modernità, tra ricchezze enormi e povertà estreme, anche l’India sta rischiando di perdere il suo ultimo paradiso? ■
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