Rapporto 2008 sulla povertà in Italia
Paolo Andruccioli
All’aumento della povertà relativa non solo nel Mezzogiorno, fa riscontro una preoccupante impotenza della politica. Le nostre “ricette” per combattere il fenomeno sono le peggiori d’Europa. Ecco che cosa propone la Caritas con il suo ottavo Rapporto nazionale.
La povertà in Italia non diminuisce. Ma in compenso cresce l’indifferenza della politica. Mentre infatti i fenomeni di impoverimento continuano a manifestarsi, le politiche sociali sono messe sotto scacco e alla luce delle valutazioni di risultato mostrano tutti i loro limiti. Così registriamo una tendenza pericolosa all’aumento della povertà relativa (quella che si misura attraverso l’accesso ai consumi): il 13% della popolazione italiana vive ormai con meno di metà del reddito medio italiano, ossia con meno di 500-600 euro al mese.Ripartire dai poveri
La conferma ci viene offerta anche questa volta dal Rapporto 2008 sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia (“Ripartire dai poveri”), curato dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan di Padova, presentato a Roma alla vigilia della Giornata mondiale di lotta alla povertà che si è svolta il 17 ottobre scorso.In Italia è povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli, e il 48,9% di queste famiglie vive nel Mezzogiorno (anno 2006, ultimi dati disponibili). “Si tratta di percentuali molto elevate - commentano i curatori del Rapporto. Avere più figli in Italia comporta un maggiore rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità, ma soprattutto per i figli, costretti a una crescita con meno opportunità. Eppure in altri Stati non accade questo. Ad esempio, effettuando un confronto con la Norvegia, si evidenzia che in quel paese non solo vi è un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma anche una relazione esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno (a meno di non averne più di tre), più basso è il tasso di povertà”.
E non esiste solo il problema atavico del Mezzogiorno e della povertà legata alla numerosità delle famiglie. In Italia la povertà comincia a manifestarsi anche in fasce di popolazione che prima sembravano immuni. I “quasi poveri”, per esempio, ovvero persone che sono al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese dei loro redditi, raggiungono una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà rispetto all’Europa dei 15. Cresce nel frattempo anche nelle regioni del Nord la povertà degli anziani soli o non autosufficienti; il dato è in controtendenza con il resto del paese: dal 2005 al 2006 infatti l’incidenza di povertà relativa (percentuale di poveri sul totale dei residenti) in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2.
La gravità del fenomeno
Se questi sono i dati e le tendenze, c’è anche da considerare e mettere in evidenza il nostro modo di affrontare il problema. “I poveri sono anonimi, faticosi e ci fanno vergognare. Per il paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento, ma neppure in Tv esistono. La politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Siamo l’Africa dell’Europa: con più violenza e meno dignità”. Questa la dichiarazione a tinte nette del gesuita Padre Antonio Valletti, del Centro Hurtado di Scampia, periferia di Napoli. La frase è stata citata da monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana durante la presentazione del Rapporto sulla povertà in Italia. È servita a Nozza per spiegare non solo la gravità del fenomeno, ma anche l’indifferenza generalizzata del paese. Un’altra battuta rende ancora più drammatico il quadro. “Ormai solo la criminalità – dice Gaetano Romano, direttore della Caritas a Napoli – ha soldi da investire e lavoro da offrire”. L’intera Campania si trasformerebbe così in una sorta di holding camorristica, mentre la criminalità organizzata italiana e straniera si insinua in molte pieghe della società e perfino nelle istituzioni, anche in altre regioni. Il tutto in una situazione di degrado sociale che appare davvero scandalosa. In Campania – ci fa sapere ancora il direttore Gaetano Romano – “migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori”.Che fare dunque? Rassegnarsi? Come si chiedeva la Caritas nel Rapporto del 2007? Ovviamente no, è la risposta della Caritas e della Fondazione Zancan, che però suggeriscono un cambio di passo radicale. Se le politiche non vanno bene, allora è arrivato il momento di cambiarle. Ma come? Prima di tutto prendendo atto che in Italia si investe poco e soprattutto si spende male per attivare politiche efficaci. La spesa per la protezione sociale è ancora sotto la media europea. Ma la cosa più preoccupante, in un momento di tagli alle spese sociali, è la scarsissima efficacia del risultato finale. Secondo il Rapporto di Caritas-Zancan, i trasferimenti sociali italiani non riescono a incidere efficacemente sul fenomeno della povertà: se ad esempio Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Irlanda riescono a ridurre del 50% il rischio di povertà, in Italia abbattono la quantità di popolazione povera solo di 4 punti percentuali. Si deve concentrare quindi l’attenzione sullo squilibrio degli investimenti: nel 2007 (dati del ministero dell’Economia e delle finanze) le istituzioni pubbliche hanno erogato prestazioni a fini sociali pari a 366.878 milioni di euro, di cui il 66,3% (243.139 milioni) per pensioni (+5,2% rispetto all’anno precedente); la spesa per la previdenza incide sul Pil per il 15,8% (15,6% nel 2006), quella per la sanità per il 6,2% (6,4% nel 2006), e quella per l’assistenza sociale per l’1,9% (lo stesso valore del 2006). Sempre nel 2007 l’assistenza sociale è stata di 46.988 milioni di euro, pari a un pro capite di 789,23 euro. Sono ancora i trasferimenti monetari a farla da padrone.
Riconvertire le risorse
Al contrario, l’incidenza dei servizi in Italia non raggiunge il 5%, mentre in paesi come la Danimarca o la Svezia supera il 20%. “Come evidenziano i dati – spiega Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan – i paesi che investono di più in servizi piuttosto che in trasferimenti monetari sono gli stessi che riescono a incidere sul fenomeno della povertà del 50%. Una strada chiara, da percorrere anche nel nostro paese”. E questo è il punto “forte” e per certi versi anche quello più controverso della proposta avanzata dalla Caritas. Si cerca di trovare la soluzione rivedendo gli equilibri interni alla spesa sociale. Invece di fermarsi a denunciare la scarsità delle risorse, Caritas e Zancan suggeriscono soluzioni coraggiose. “È possibile offrire risposte ai problemi della povertà – dichiara con una certa sicurezza Tiziano Vecchiato della Zancan - senza aumentare la spesa complessiva per la protezione sociale, riallocando una parte delle risorse destinate alla spesa sociale”. Per la Caritas, insomma, se proprio non si riesce a ottenere un aumento della spesa per il sociale, allora è bene ripensare i trasferimenti monetari. Si dovrebbe avere il coraggio di chiedere alle persone che beneficiano dell’assistenza sociale la disponibilità a rinunciare a una parte del trasferimento.Secondo la proposta della fondazione Zancan, che ha curato tutti i Rapporti della Caritas dal 2000, la lotta all’esclusione sociale deve ripartire dall’indennità di accompagnamento e dagli altri trasferimenti monetari (assegni sociali in primis). A gennaio del 2007 la spesa per l’indennità di accompagnamento ammontava a 7.128 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 3.047 milioni in cui coesistono indennità e pensioni di invalidità, per un totale di 10.175 milioni di euro. La spesa per assegni familiari è stata nel 2007 di 6.427 milioni di euro. Il Rapporto Caritas prevede forme parziali di riconversione delle risorse. Una parte del trasferimento monetario dovrebbe essere “fruita in termini di servizi accessibili, come prestazioni di sostegno alla domiciliarità, attività di socializzazione, servizi per l’inserimento lavorativo, di accoglienza familiare part-time, ecc”. “Occorre applicare seriamente il principio di equità sociale e di universalismo selettivo - sottolinea Tiziano Vecchiato – ponendo fine alle rendite di posizione, agli interventi a pioggia, mettendo al centro le persone.
Intanto le 220 Caritas diocesane italiane sviluppano un proprio modello di animazione pastorale e di intervento caritativo. Il Rapporto stima in 221 mila le persone che nel corso del 2007 si sono rivolte almeno una volta alle mense promosse dalle Caritas diocesane o collegate con esse, di cui approssimativamente 30% italiani e 70% stranieri. Ma la soluzione politica, ovviamente, deve venire dallo Stato. Forse si può trarre una lezione dagli interventi a favore delle banche. “Per risolvere la crisi finanziaria – ha ricordato monsignor Giuseppe Pasini, presidente della fondazione Zancan – non si è tardato a sconvolgere alcuni fondamenti ideologici del sistema capitalistico, che sembravano inamovibili e dogmatici. Se si vuole veramente il bene comune, un analogo ripensamento va fatto anche in rapporto alla società”. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - www.redattoresociale.it) ■
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