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Le borse vuote

Crisi della finanza e crisi dell’economia

Cristiano Colombi

Tra allarmismi e annunci di cure miracolose, la crisi ha una caratteristica preoccupante: i “medici” sono spesso tra i principali responsabili della degenerazione del capitalismo finanziario. E i conflitti d’interesse rendono tutto più complicato.

La crisi c’è e ci sarà. Su questo non ci piove. Dall’inizio dell’anno le borse mondiali si sono dimezzate. È fallita una delle principali banche d’affari, la Lehman Brothers. Gli intermediari finanziari operano nell’incertezza più assoluta e molti non lavorano. Gli Stati Uniti e l’Europa della moneta unica hanno varato piani di salvataggio per centinaia di miliardi di dollari o euro. Non solo, ma con un certo anticipo è già iniziato l’effetto sulla cosiddetta “economia reale”. Gli ordini dei beni durevoli, come le automobili, sono in picchiata (solo in Italia -26% ad agosto), la disoccupazione è in aumento, gli investimenti sono fermi al palo.
Ma la crisi ha un contorno poco chiaro. Le immagini degli scatoloni e della disperazione a Wall Street stridono con la schiera di leader politici in posa per aver trovato cure miracolose. Agli occhi dei cittadini, la confusione regna sovrana. Spiegare le origini della crisi finanziaria diventa un’impresa difficile, se le stesse autorità politiche e monetarie restano opache e i mercati di borsa sono preda dell’isterismo collettivo. Eppure possiamo provare a mettere a fuoco alcuni elementi per orientarsi in questa burrasca e mantenere alta l’attenzione su un nuovo bene comune, che non è più possibile delegare ciecamente ai globalizzatori: la stabilità finanziaria.

Finanza creativa e apprendisti stregoni
In primo luogo i cosiddetti “titoli tossici” sono solo la degenerazione della crisi. L’origine è precedente e le cause più profonde. Un denominatore comune è l’incontrollata libertà dei mercati finanziari di produrre ricchezza virtuale, costruendo castelli di carta sempre più artificiosi e sempre più rischiosi. Non si tratta solo di “speculazione” finanziaria ma di comportamenti entrati ormai nella prassi quotidiana. Così la famigerata crisi dei mutui subprime non è dovuta solo al fatto che i prestiti venivano concessi a persone che non potevano garantirne la restituzione, ma ai meccanismi per “monetizzare” il credito da parte delle banche, ovvero al fatto che i prestiti venivano trasformati in titoli da vendere sui mercati finanziari. Questo meccanismo faceva sì che la banca che aveva concesso un mutuo ad una persona poteva “venderlo” ad un altro operatore (e questi ad un altro, e così via), concedendo uno sconto ovviamente, ma al tempo stesso realizzando un’entrata certa subito invece di un’entrata incerta in futuro. E ciò era tanto più vantaggioso quanto più inaffidabile fosse la persona che aveva ottenuto il mutuo. In più, le varie “vendite” potevano essere complicate dai cosiddetti strumenti derivati, ovvero vere e proprie scommesse sugli andamenti dei titoli. È facile capire come alla velocità dei mercati finanziari questo castello di carte abbia potuto raggiungere dimensioni inimmaginabili per l’inconsapevole cittadino americano che aveva richiesto il mutuo iniziale. E allo stesso modo è evidente come i successivi “acquirenti” dei titoli così creati stessero comprando qualcosa “sulla fiducia”, senza elementi seri di valutazione. Un’incoscienza che ha coinvolto, con altri strumenti speculativi, molti comuni italiani nel tentativo di coprire i loro, ben più concreti, disavanzi di bilancio fidandosi delle banche.
Ma quello dei mutui subprime è solo l’esempio più estremo. In realtà ciò che dovrebbe essere sul banco degli imputati è la condotta irresponsabile e incontrollata dei mercati finanziari di creare strumenti tanto azzardati, che si ripete continuamente. Strumenti di cui, tra l’altro, nessuno conosce l’entità, perché solo una minima parte viene scambiata pubblicamente in borsa. Questa mole gigantesca di ricchezza, che è sì virtuale ma che come si sta vedendo può avere effetti catastrofici, è una minaccia continua alla stabilità finanziaria mondiale. Come è stato possibile mettere in mano a banchieri d’affari e speculatori senza scrupoli un’arma di distruzione di massa così potente e imprevedibile? Perché non ne sapevamo niente? Come mai si è rinunciato a qualsiasi forma di controllo?

Non è tutto oro quel che luccica
Queste domande permettono di allargare il problema, perché la responsabilità della crisi investe indubbiamente l’intero sistema. Ciò che è avvenuto negli ultimi trenta anni è stata la progressiva privatizzazione e deregolamentazione dell’economia mondiale sotto il dogma del libero mercato. È grazie a questa vera e propria ideologia che si è giustificata la creazione di mercati finanziari sempre più autonomi, o meglio auto-referenziali. È grazie alla fiducia incondizionata verso la capacità del mercato di comporre tutti i conflitti e coordinare al meglio tutte le decisioni che le autorità di borsa, ad esempio, hanno delegato persino molte funzioni di controllo a società private di revisione. E il colmo è che i mercati finanziari venivano spesso indicati come esempi, perché apparivano tra i mercati reali che più si avvicinano ai mercati “ideali”.
Questo potente apparato teorico e ideologico è servito come cavallo di Troia ai potenti gruppi di interessi, ai principali globalizzatori privati, per entrare nei templi della finanza. Sì perché, come al solito, il mercato libero è bello finché vale per se stessi. Colossi finanziari si sono così impossessati di poteri enormi, fuori dal controllo democratico perché relegati in un Olimpo ben protetto dalla complicità dei politici e dai tecnicismi degli economisti.
Ora sembra che i nodi vengano al pettine e che i governi si stiano adoperando in mille direzioni per porre un limite alla crisi. Eppure un problema di fondo rimane. Gran parte di coloro che si trovano ora a fronteggiare l’emergenza, chiamati a trovare soluzioni, sono stati in passato legati a doppio filo a chi ha creato questa finanza. Paulson, il segretario al Tesoro Usa, è stato direttore della Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari al mondo, da cui quest’anno ha ricevuto una lauta liquidazione. Per rimanere a questo esempio, il nostro Governatore della Banca d’Italia Draghi è stato vicedirettore della stessa Goldman Sachs. Molti personaggi autorevoli sono passati in questi anni da importanti incarichi pubblici a ricche poltrone private, e viceversa. E senza preferenze politiche. Basti pensare che lo stesso Gianni Letta risulta tra gli advisors della Goldman Sachs, con cui lo stesso Prodi ebbe rapporti. Ma la Goldman è solo un esempio, efficace nel caso italiano. Un esempio che si trova ora un concorrente in meno (la famigerata Lehman Brothers), che come un orologio svizzero, insieme a JP Morgan, ha cambiato il proprio status a banca commerciale appena prima del Piano Paulson e che ora, grazie a questo, è in prima fila a ricevere i miliardi di dollari di aiuti del governo americano.

È crisi sistemica?
Di fronte a conflitti d’interesse tanto forti ogni dubbio è lecito. Certo gli ultimi venti anni hanno visto un balletto della crisi finanziaria che ha fatto il giro del mondo un paio di volte: Europa, Messico, Sud-Est asiatico, Russia, Brasile, Argentina, Giappone… Ogni volta è stata preceduta o seguita dal moltiplicarsi di bolle speculative, ovvero da tentativi artificiosi di impiegare enormi ricchezze finanziarie. Arrivati negli ultimi anni ad interessare persino il mercato dei beni alimentari, con l’esplosione dei prezzi che hanno aggravato la crisi alimentare. Adesso è arrivata al centro, e da lì si è diffusa all’intero sistema.
Può essere l’evento finale che chiude l’epoca di maggiore instabilità finanziaria dell’economia contemporanea? Quanto è in realtà ancora controllabile? Ovviamente nessuno può sbilanciarsi in giudizi del genere. L’altalena di metà ottobre tra perdite record e recuperi record a distanza appena di un weekend certo non è un buon segno, anche se sembra. I grandi crolli sono sempre stati preceduti da un intensificarsi di crisi e recuperi di ampiezza crescente. Ma è questo il crollo del capitalismo finanziario?
Certo è che in molti si comportano ostinatamente come se non lo fosse. Oltre i piani d’emergenza – criticabili ogni volta che comportano la socializzazione delle perdite ed il salvataggio dei privilegi – non si va. Unico segno di cambiamento strutturale è la riforma dei principi contabili internazionali. Eppure la propaganda dei governi insiste nel presentare la crisi come un fatto grave ma passeggero. Di conseguenza il sistema non viene messo in discussione e la cura consiste solo nell’estirpare le “tossine” e dare “ossigeno” a banche e imprese. Con buona pace dei responsabili della crisi. Ma nessun cambiamento di modello. Anzi, la crisi può essere una scusa utile per evitare il cambiamento.
Ne ha dato prova l’Italia che con la Polonia ha minacciato il veto sul piano europeo per affrontare il cambiamento climatico, con la scusa che non è ora il momento di mettere vincoli alle imprese. È anche possibile che sui mercati i più forti cerchino di rafforzare le proprie posizioni dominanti. Scelte tanto irresponsabili possono essere dettate solo dall’illusione e dalla presunzione di essere tanto potenti da poter allungare la vita o scampare, almeno i potenti, al cataclisma. In questo caso il capitalismo finanziario potrà sopravvivere ancora, ma con un’ipoteca sempre più forte sulla stabilità finanziaria, cioè sulla pelle di tutti. Per questo occorre alzare gli occhi, scorgere l’Olimpo e riprendere il controllo su quei beni comuni globali che riguardano l’economia e la finanza. ■
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