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L’era post americana

Tra crisi politica ed economica

Gian Guido Folloni

Finisce un’epoca e ne comincia un’altra. Con nuovi attori e nuovi equilibri. Con la necessità di nuove regole. Intanto in Italia si sta passando da un sistema di democrazia partecipativa a un sistema oligarchico. Manzoni diceva: “Non sempre quel che viene dopo è progresso”.

Ora che si è arrivati al denaro tutti dicono che il caso è serio. Dopo il terrorismo, che nel frattempo si è spalmato a Ovest e a Est, dopo le “guerre di religione” e lo “scontro di civiltà” adesso siamo arrivati al cuore del problema. Quale sia questo cuore lo spiega bene il direttore di Newsweek international, Farhed Zakaria, nell’ultima analisi che questo professore, indiano di nascita e americano di formazione e di studi, pubblica con puntualità cronometrica.
Tutto ciò a cui assistiamo non è altro che il rapido e maturo mutamento del mondo: delle relazioni tra popoli, economie, tecnologie, mercati, Stati. Non il consueto rinnovarsi e l’evolvere naturale in ogni cosa. Ma uno dei cambiamenti epocali che la storia ripropone. Finisce un’epoca e un’altra inizia. Con nuovi attori e nuovi equilibri. Probabilmente con la necessità di nuove regole e di nuovi accordi per riconoscersi uomini e vivere in pace. Quale sarà la nuova Era non è facile a dirsi. Fermiamoci perciò alla definizione di Zakaria: inizia “L’era post-americana”.

L’oligarchia politica italiana
In simili frangenti il “nuovo” che avanza investe tutto, nel bene e nel male. Per dirla con Manzoni, “non sempre quel che viene dopo è progresso”.
Prendiamo ad esempio le ultime elezioni politiche italiane. Già in quella occasione abbiamo preso atto che in Italia la vita democratica aveva iniziato la parte discendente della parabola. I due competitori erano molto simili. I programmi non dicevano cose diverse. La campagna elettorale fu perfino noiosa. L’unico incontrovertibile dato evidente è stato che nella rassegnazione dei più si stava passando da un sistema a democrazia partecipata, dove contano i cittadini, ad un sistema oligarchico dove tutto è nelle mani di pochi e dei loro apparati: liste bloccate, nessuna possibilità per l’elettore di indicare preferenze, sbarramento di soglia e di legittimità a forze terze, vincolo di coalizione e di mandato, benché in Costituzione sia scritto il contrario.
In sintesi, il voto in Italia non serve più a scegliere la classe politica. Si indica un leader. A lui ci si affida. Il sistema mediatico, vero nuovo e potente attore sociale, filtra e legittima il mutamento. Vinca l’uno o vinca l’altro, ciò che è certo è che si è tolto potere ai cittadini e il Parlamento ha perso il suo ruolo.
Quali siano gli effetti di questa “novità” politico istituzionale è presto detto. Sicuramente un’atomizzazione dei rapporti e delle relazioni sociali. Sempre più spesso la sintesi è: cosa importa di ciò che accade nel paese, il necessario è che stia bene io.
Tra l’oligarchia vincente ed i cittadini si stabilisce una sorta di patto non virtuoso. È un ambiguo rapporto di causa effetto tra insicurezze e paure da una parte e domanda di protezione e garanzie di privilegio dall’altra. In esso si alimentano egoismi e bullismo, xenofobia e cripto razzismo. È in questo contesto che arrivano i soldati per le strade. Rispetto ai dati reali sono sostanzialmente superflui, ma sono “utili” a questa psicologia sociale. Cresce poi il misconoscimento delle libertà dei diritti personali, pretese per sé e negate agli altri, perfino negli stadi alla tifoseria avversa. Maturano le idee di classi separate nelle scuole per i bambini immigrati e vengono chieste le generalità a chi fischia un ministro in una pubblica assemblea.
Accade a noi, democrazia di lunga tradizione, gente abituata a socialità e a stili di vita eccellenti, certamente superiori a quelli della media degli abitanti del pianeta. E pare strano scoprirci così individualisti e rassegnati.

Il degrado della Terra
All’inizio del secolo sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Usa comparve uno studio analitico della situazione del mondo contemporaneo cui vale la pena prestare attenzione.
Verso la fine degli anni ‘70 i consumi sulla Terra hanno superato la capacità di rigenerazione del pianeta. Da allora in poi, continuando con l’attuale trend, le risorse naturali d’ogni tipo – aria, petrolio, foreste, acqua, eccetera – vanno verso l’inesorabile esaurimento. Niente risorse, niente vita sulla Terra.
La rivista americana indicava con un dato sintetico il livello di degrado raggiunto. In rapporto al tasso di rigenerazione allora, anno 2002, consumavamo la Terra con un fattore di 1,2. Un simile stato di cose dipende da due fattori: quanti siamo e quanto ognuno consuma. Il primo fattore è studiato dai demografi e ha il gran favore dei media che propagandano il controllo delle nascite, anche perché colpevolizza le popolazioni prolifiche, che sono quelle più povere. Il secondo, di cui pure si occupava l’autorevole rivista americana, colpevolizzerebbe i paesi ricchi, ne mette in forse l’opulenta qualità della vita, e per questo non gode d’altrettanto favore d’opinione pubblica.
Un cittadino americano (in fatto di materie terresti gli abitanti degli States sono i maggiori spreconi) consuma la Terra quanto undici indiani. Il doppio di un olandese, due volte e mezzo un italiano, sei volte abbondanti un cinese.
Per evitare la morte della Terra occorrerebbe tornare all’equilibrio tra consumi globali e capacità di rigenerazione del globo. Del problema in senso tecnico si occupano gli ambientalisti. Ma esso contiene notevoli implicazioni di natura politica. Di queste ultime non si parla abbastanza, ma proprio esse orientano gli equilibri di nazioni intere, le relazioni internazionali, le libertà individuali e collettive, il diritto internazionale.
Del resto è a tutti noto che da sempre le guerre sono fatte per ragioni economiche e per il possesso delle risorse. Le nuove locomotive dello sviluppo globale, Cina, India, Russia, Brasile, crescono in benessere e consumi e insidiano i vecchi primati dell’occidente.

Il crollo di un sistema
La crisi finanziaria globale impazza sull’orlo di un crollo sistemico e la speculazione minaccia i settori dell’economia produttiva, delle materie prime. E da molte parti del mondo si levano richieste di intervento congiunto dei governi e degli Stati per ricreare un’architettura di accordi e di regole per lo sviluppo, simile a quanto realizzato nella cittadina di Bretton Woods nel New Hampshire americano nel 1944.
La crisi, che ha avuto un’accelerazione esponenziale negli ultimi 10-15 anni, è in realtà partita con la decisione del 15 agosto del 1971 di sganciare il dollaro, moneta dei pagamenti internazionali e del commercio mondiale, dal valore delle riserve auree. L’oro, che non ha qualità magiche, serviva ad ancorare il valore del dollaro e delle altre monete a un riferimento reale. Da quel momento si è permessa la crescita cancerosa di capitale fittizio, un sistema di cambi monetari fluttuanti e il progressivo sganciamento della finanza, soprattutto quella speculativa, dagli andamenti sottostanti dell’economia reale produttiva.
Per superare la crisi finanziaria mondiale sarebbero necessarie le seguenti misure prioritarie: riforma del sistema monetario, del sistema finanziario, del sistema commerciale (Wto).
Tra gli obiettivi principali verso cui è necessario concentrare le energie di tutti, vi è la necessità di garantire sicurezza finanziaria ed economica ai popoli, unica condizione perché tutti possano accedere alla produzione e ai percorsi di istruzione e di ricerca e perché siano ragionevoli i prezzi per l’erogazione e il consumo dell’energia.
La necessità di realizzare le misure sopraelencate costituisce la ragione principale per convocare la conferenza mondiale finanziaria (“Nuova Bretton Woods”) in cui i vecchi protagonisti del G8 siederanno assieme ai nuovi attori internazionali.
La condizione per la creazione di un nuovo sistema di relazioni economiche e per la realizzazione di una nuova configurazione degli assetti finanziari, è rappresentata da un’innovativa leadership nell’economia globale e nello sviluppo mondiale. Soltanto un nuovo impulso all’industrializzazione e un sistema equo di scambio tra risorse e risultati dello sviluppo, potrà creare una rete di nuove relazioni economiche.
A un anno di distanza dalla crisi dei mutui subprime in Usa, l’evolversi della crisi ha portato banche e finanziarie sull’orlo del collasso. Né si vede il punto d’arresto. Gli interventi della Federal reserve e del Tesoro americani, le doverose garanzie dei governi europei verso i risparmiatori sono pannicelli caldi.

La nuova Era
Pensando alla nuova Era che non conosciamo ancora, la prima parola da introdurre è “equilibrio”. Equilibrio nell’uso delle risorse e nella sua distribuzione tra i vari popoli della Terra: il petrolio, l’acqua, l’aria, il cibo. Equilibrio tra le economie vecchie e nuove. Equilibrio – o meglio riequilibrio – tra nazioni storicamente ricche e nazioni arretrate.
È evidente che i problemi di una simile agenda non sono affrontabili in una sola nazione. Che richiedono una condivisione ed una compartecipazione multipla. Altrettanto evidente che la governance globale non è una possibilità ma una necessità.
Sotto l’incalzare dell’instabilità finanziaria si è iniziato a parlare di un paniere di monete. Un riferimento valutario plurimo a cui potrebbero partecipare il Dollaro, l’Euro, lo Yuan, il Reminbi e il Rublo.
Sarebbe un passo importante. Offrirebbe alla stessa economia americana un punto di ancoraggio che oggi le manca. Darebbe garanzie a tutte le nazioni grandi, vecchie e nuove, oggi in affanno per decidere su quali riserve valutarie puntare.
Ma occorre almeno un secondo importante passo che garantisca l’abbandono della finanza di speculazione parassita e ultimamente immorale all’origine del dissesto attuale.
Così come lo spreco delle risorse della Terra è la dilapidazione di beni a cui avrebbero diritto anche le generazioni che verranno dopo di noi, similmente l’economia speculativa che oggi fa fallimento era tutta orientata all’accaparramento per l’oggi e poco dedita a costruire solide base economiche capaci di dare durevoli prospettive ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.
Alla finanza speculativa e di rapina e agli inganni finanziari si potrebbe sostituire una nuova Banca per lo sviluppo con la quale innovare gli istituti del sistema monetario internazionale. Una banca capace di emettere titoli remunerativi ma non speculativi, garantiti dai governi le cui monete insieme diventano garanzia di stabilità finanziaria internazionale. Una nuova Banca per lo sviluppo che serva da sostegno ad una nuova grande politica di infrastrutturazione delle aree del pianeta oggi gravemente carenti degli elementi da base per poter partecipare in modo non servile e talvolta sub-umano al grande mercato aperto della globalizzazione.
Che investa su tecnologie durevoli per più generazioni. Tecnologie che servano a riparare i guasti di una terra depredata, che siano la base per la crescita di società – penso ai popoli dell’Africa – oggi ai margini. Che risolva con investimenti durevoli le carenze idriche e alimentari che l’ultima conferenza della Fao ha messo in luce e a fronte delle quali ha dichiarato la sua sostanziale impotenza.
Anche perché l’unica altra strada alternativa a questo progetto è il governo dei conflitti regionali e globali che la lotta per l’accaparramento del benessere non condiviso porta con sé. Guerra per il petrolio, per l’acqua, per il dominio e il controllo del lavoro e dei mercati. Una guerra che taluno vorrebbe per garantire l’esistenza di quel mondo a due standard nel quale è cresciuto il benessere che oggi temiamo di perdere, che per proteggere pensiamo di doverci affidare ad oligarchie politiche ed economiche che al contrario sono all’origine della crisi in atto. È la via della paura. Quella da cui Zakaria prova a mettere in guarda gli americani e l’occidente.
Guerre vecchie come il mondo. Che si sono sempre fatte, oggi di drammatica attualità, ma che non possiamo più permetterci. ■
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