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Parlare del cinema africano

di Cleophas Adrien Dioma

È una realtà: il cinema africano non ha lo spazio che merita sugli schermi e negli importanti festival. La domanda è: per quale ragione storica il cinema africano sembra sia stato abbandonato sul bordo della strada?
Secondo la scrittrice senegalese Fatou Diome, dopo il concetto della Negritudine, gli scrittori si sono trovati nell’impossibilità di fare passare un messaggio che era abbastanza d’élite. Per leggere bisognava sapere leggere nelle lingue della colonizzazione. Sembene Ousmane, scrittore senegalese, proverà a mettere le tecniche cinematografiche al servizio della letteratura.

Il suo cinema è un cinema impegnato, politico, che prova a lavorare sugli aspetti sociali del continente africano, usando la lingua wolof come lingua dei suoi film e il francese come lingua secondaria. Il cinema è forse l’arte che riesce a conciliare in meglio l’Africa con la sua eredità linguistica coloniale, facendo coesistere nei film le lingue africane con quelle della colonizzazione.
I temi affrontati sono il conflitto tradizioni-modernità delle nuove società africane, l’emigrazione/immigrazione e le recenti problematiche della vita urbana. I registi si organizzarono, creando la settimana del cinema africano nel 1969 in Burkina Faso (ex Alto Volta) che nel 1970 diventa la Fepaci (Federazione panafricana dei registi africani) e nel 1972 il Fespaco (Festival panafricano del cinema di Ouagadougou). Il cinema doveva essere un strumento di liberazione dalla mentalità coloniale e per l’unità africana. Malgrado tutto questo, il cinema africano non riesce ad uscire dai limiti nel quale è confinato. Un po’ perché sembra solo interessare un pubblico molto militante, sensibile alle problematiche del continente nero, un po’ perché per la sua dipendenza economica, il regista fa fatica a imporre la sua libertà artistica dovendo rispettare regolamenti e obiettivi dei finanziatori, quasi tutti occidentali. Poi c’è qualche volta l’impressione di una scelta politica quasi cieca a minimizzare il cinema africano: al festival di Cannes, tutti i film africani che partecipano al concorso entrano nella sezione “Un certain regard”, e film come “Il suo nome è Tsotsi” (Sudafrica), vincitore come migliore film straniero agli Oscar 2006 in America, in Italia è un film che ha girato solo nei festival ed eventi culturali. Un altro handicap del cinema africano è la mancanza di attori di fama internazionale con i quali si può identificare il pubblico. Malgrado tutto questo con le nuove tecnologie, i registi riescono a realizzare film a costi minimi per un pubblico normale africano. Poi la nuova generazione prova ad affrontare temi abbastanza contemporanei e abbiamo dei film come “Il pleut sur Conakry” che parlano dei sogni di liberta dei giovani in Guinea e “Africa Paradis” che in modo ironico prova ad immaginare un’Africa ricca, moderna, democratica che lotta con l’immigrazione che viene da un’Europa povera e caotica. ■

 

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