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Pagine di diario n. 10 Ott. 2008

di Gianni Caligaris

Fini e il razzismo
Per favorire i processi di integrazione c’è la necessità di combattere “la tendenza all’isolamento da parte delle minoranze di stranieri” e “impedire il prodursi di fenomeni di razzismo e xenofobia che nel nostro paese tendono purtroppo ad aumentare per effetto di paura, ignoranza, degrado”. Lo sostiene il presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenendo a un convegno organizzato dalla fondazione “Fare futuro” (“la Repubblica”, 13/10/08). Mi fa piacere che Fini, appena salito a bordo del transatlantico antifascista, la pensi così. Ho sempre ritenuto che una destra sana e liberale (penso al glorioso Partito Liberale di Malagodi) non faccia che bene a qualsiasi democrazia.
Ma forse Fini dovrebbe spingersi un filino oltre e riconoscere che di quei “paura, ignoranza e degrado” sono concause non minori i comportamenti, le dichiarazioni e le azioni dei suoi alleati leghisti e di tanti suoi compagni di partito. I comizi deliranti di Borghezio, le abominevoli ordinanze dei vari Gentilini e Tosi, le “ronde padane” cosa sono se non incitamento alla paura, coltivazione accurata dell’ignoranza, apologia del degrado per chi assomma la propria debolezza al fatto di essere minimamente diverso?
Quando a Roma, sotto il podestà Alemanno, si vogliono chiudere le fontanelle per togliere agli zingari l’accesso all’acqua o quando si propongono le classi differenziali per i figli degli immigrati (“classi ghetto” le ha chiamate “Famiglia Cristiana”), cosa si fa se non alimentare forsennatamente la convinzione che il diverso in difficoltà è un pericolo che va allontanato e isolato, con le buone o con le cattive?
Fini è intelligente e mi spingo ad accreditarlo di buona fede. Tempo fa teorizzò il voto amministrativo agli immigrati. Voglio credere che creda in quello che dice; purtroppo fino ad oggi mi sembrano sparate a salve, botti innocui come i fuochi delle sagre paesane. I suoi compagni di partito che si sentono fascisti lo restano ed i suoi alleati leghisti xenofobi sono e xenofobi restano (e da tali agiscono).
Patente e droga
“Buonismo” è uno dei neologismi più urticanti degli ultimi anni, anche perché non ha un contrario (cattivismo?) e normalmente un termine sta in piedi se poggia su una buona antinomia.
Comunque, non è per “buonismo” (checché voglia dire), ma nulla mi rende più contento che trovare qualcosa di apprezzabile anche nel mio peggiore avversario. In questo caso parlo di Maroni. Sotto la sua faccia placida da bocciofilo nasconde concetti non dissimili da quelli che affaticano le sinapsi dei suoi compagni di merende più esagitati, ma lui li espettora in toni più moderati, anche perché ci tiene al dicastero e sa che a tutto c’è un limite e che non potrebbe stare dove sta se si esprimesse come si usa fare a Pontida di fronte agli analfabeti di ritorno con le corna celtiche di polistirolo espanso.
Beh, stavolta Maroni ne ha azzeccata una (l’idea probabilmente non sarà sua, ma per i ministri è sempre così, vivono di fatiche altrui): togliere la patente ai condannati per traffico o smercio di droga. È un’idea geniale nella sua semplicità. Vi immaginate i nuovi spalloni che dai centri di smistamento battono le province in bici con lo zainetto pieno di eroina?
Poiché la patente di guida non è compresa nella Carta dei Diritti dell’Uomo, allargherei il concetto: togliamola agli indagati per mafia e camorra, ai pedofili, ai colpevoli di violenze domestiche, ai magnaccia. Mandiamoli in giro a piedi o in autobus ad organizzare le loro vaccate.
Vai, Maroni, così forse abbattiamo anche le polveri sottili.
Qualcosa non funziona
Maso e Carretta stanno tornando in libertà, seppur vigilata. Carneade, chi sono costoro? Semplicemente, assassini dei rispettivi genitori. Il perfidissimo Jena, su “La Stampa”, ha inoppugnabilmente commentato: “È giusto, non possono reiterare il crimine”. Mi può star bene, non vedo volentieri nessuno marcire nelle patrie galere (che dalle ultime cronache di stampa paiono brillare per invivibilità), ma vorrei capire in base a quale logica giurisprudenziale il Carretta (la cosa mi riguarda particolarmente perché è della mia città) abbia anche la possibilità di godersi l’eredità di coloro che in primis l’hanno generato ed in secundis, come direbbe Sciacca (mai vista “La Squadra”? Provvedere) ne sono stati ammazzati. Qualcuno potrebbe invocare qualche cavillo, opporre che all’epoca fu riconosciuto incapace di intendere e volere, ma resto convinto che qualcosa non funziona.
Il Bene, il Male e l’imponderabile
Circa 5.000 anni fa, a Stonehenge, nel Wiltshire, vicino alla piana di Salisbury, una mamma e un papà seppellirono il loro bambino e gli posero fra le mani un riccio di terracotta, il suo primo ed ultimo giocattolo. Pochi anni fa, in Calabria, dei vigliacchi delinquenti di mezza tacca ammazzarono un ragazzino figlio di turisti americani. Al funerale il papà mise un soldino nel taschino della giacca del piccolo. Che bello e straziante quest’universale evolutivo cha accompagna, immutato nei secoli, il disperato dolore di genitori destinati a seppellire i figli con l’ultimo, accorato regalino. Camus diceva che era assurdo questo mondo in cui i bimbi muoiono. Certo, sarebbe più piacevole e più facile un mondo in cui crepano i cattivi e sopravvivono i buoni, gli innocenti. Ma ciò accade solo nei sogni dei bambini e nei western di prima generazione.
La realtà della realtà è che la realtà resta misteriosa e indecifrabile nella sua commistione fra il Bene, il Male e l’imponderabile.
Se ciò vi deprime, riascoltate i Doors in “Light my fire”, ma non in auto, potreste trovarvi ad andare a 160 all’ora, dopo spiegatelo voi all’autovelox o al Tutor.
Borghezio
Sono costretto a nominare ancora Borghezio e non mi diverto, poiché evocarlo mi da regolarmente i crampi. Non so se poi sia effettivamente andato ai funerali di Joerg Haider, verso il quale provava grande ammirazione. Ma ora che si è appurato che l’amico dei veterani della SS si è schiantato ubriaco fradicio e che era quanto meno bisessuale, come la mette il machissimo superMario, famoso per le sue invettive contro i ***attoni?
Peraltro il nostro dovrebbe sapere che nel fasullo Valhalla del nazismo (i cui miti ammuffiti assomigliano tanto ai deliri celtici dei nostri padani) erano tanti gli ariani che coltivavano quelle che lui chiamerebbe “devianze sessuali”, a cominciare da Ernst Rohm, energumeno di rango e fondatore delle SA (Sturmabteilungen), le camicie brune fatte massacrare da Hitler nella Notte dei Lunghi Coltelli non poiché guidate da un omosessuale, ma perché troppo potenti rispetto alle nascenti SS.
Sarebbe bene che si guardasse “La caduta degli dei” di Luchino Visconti, sulfureo racconto di quegli anni tremendi. Ma già, temo che le sue nozioni di storia si fermino ai risultati di calcio dell’ultimo week-end.
Vivere come in un film
Nei giorni scorsi riflettevo su come sia fastidioso vivere in un film, che è poi la nostra esperienza quotidiana. Vivere in un film porta con sé l’onere di dipendere dal regista o dal direttore della fotografia. Mi spiego, se io avessi vissuto e conosciuto la guerra del Vietnam dentro “Berretti verdi” ne avrei avuto un’immagine ben diversa da quella che mi avrebbe dato essere in “Platoon”.
I mass media producono un film, e quella è la nostra realtà. Dopo la sciagura della Thyssen Krupp siamo entrati nell’anno delle “morti bianche”. In questi mesi un agricoltore schiacciato dal ribaltamento del trattore è in prima pagina, un anno fa finiva in un trafiletto nella cronaca della provincia. Non me ne lamento in assoluto, anzi, ma mi sento incartato nel cellophane, costretto a vedere “come in uno specchio” (ma San Paolo usava la metafora per dire “vedo confuso”).
Pur senza occulte regìe, i mass media per loro natura sono amplificatori di panico: dopo i fattacci di Roma, uno zingaro andava in prima pagina anche se tamponava un Tir con un’Ape. Da quando è iniziata la cosiddetta crisi dei mutui subprime i titoli, nel più perfetto esempio di profezia autoadempientesi, erano tali da far scappare dai mercati finanziari anche il raider più spericolato.
Poi è anche vero che il sistema ha una sua omeopatia. Da un po’ di tempo a questa parte abbonda, nelle titolazioni di cronaca nera, il termine “italiano”. Anni fa mi lamentavo del fatto che se un pusher era africano era “un ghanese”, se era italiano era “uno spacciatore”. Ovvero, il deviante straniero era qualificato con l’etnia, quello autoctono con la categoria criminogena. Ultimamente sembra che alla confezione della notizia sottostia l’avvertenza “se il criminale è italiano, mettiamolo subito in chiaro, così non alimentiamo fraintendimenti fantasmatici”.
I problemi verranno dopo. Mario Balotelli raccontava di una partita in cui gli avversari gli sibilavano “non esistono italiani negri”. Fra un po’ avremo italiani bianchi onesti e italiani neri onesti, nonché italiani bianchi devianti ed italiani neri devianti. Abbiamo già avuto un italiano nero ammazzato a sprangate. Stiamo camminando sul filo sottile di un confine cruciale: quello fra xenofobia e razzismo. Lo facciamo dentro il film in cui ci immergono i mass media, soprattutto il fast food televisivo, dove la riflessione e l’approfondimento sono lussi che i telegiornali non possono permettersi.
È il quinto potere, bellezza (Sidney Lumet, da rivedere assolutamente insieme a “Quarto potere” di Orson Welles). Intanto, mentre aspettiamo il sesto, rileggiamo “1984” o anche il distopico “Mondo Nuovo” di Huxley. Meglio un vaccino che un antibiotico.
Pensierino della sera
«Ormai i cobra fischieranno sugli ultimi piani/ Ormai le ortiche faranno tremare cortili e terrazzi/ Ormai la Borsa sarà una piramide di muschio/ Ormai verranno le liane dopo i fucili/ e molto presto, molto presto molto presto./ Ahi, Wall Street» Federico García Lorca, «Danza della morte», 1929. ■
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