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C’era una volta la mano bianca

Il fatto è che facevano anche finta di crederci alla balla del mercato che regola se stesso. Si diceva che – fatto salvo qualche piccolo scossone – ci avrebbe pensato il mercato a rendere  giuste le relazioni economiche. Importante era che lo stato, cioè – pur con tutte le sue contraddizioni – la comunità, noi, se ne stesse fuori. Spettatore impassibile e inattivo di fronte allo svolgersi delle trattative mercantili. Adam Smith lo aveva detto bene: la mano bianca del mercato avrebbe colmato le disuguaglianze. Di più. Lo stato doveva anche fare autocritica e riconoscere i suoi errori di inefficienza, di pesantezza, di non lucidità nel cogliere le occasioni che il nuovo attore – diventato regista unico dello spettacolo – invece era capace di cogliere al volo. Di qui la corsa alle privatizzazioni. Di tutto. Anche dei servizi. Anche dei beni comuni ed essenziali. Come l’acqua.
E guai a chi provava a fare anche qualche piccola obiezione. Era tacciato immediatamente di eresia. Di statalismo. Doveva vergognarsi, fare ammenda. Che poi i risultati non fossero del tutto brillanti era nelle cose. Ci voleva un po’ di tempo. Bisognava che tutti si convertissero a questa nuova religione. Che tutti fossero capaci di sottomettersi a questo nuovo dio che avrebbe pensato lui stesso – quasi automaticamente – a sistemare le cose.
Si continuava – è vero – a leggere nei rapporti annuali dei vari organismi internazionali che le cose non marciavano del tutto bene. Che la ricchezza si spostava sempre più nelle mani di pochi. Che i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Che la miseria non era più esclusiva dei paesi del Sud, ma cominciava a fare capolino anche nei paesi cosiddetti sviluppati. Ma erano cose per studiosi o per predicatori nostalgici. La marcia trionfante del mercato continuava senza problemi. Anche quando le merci stesse, che del mercato dovrebbero essere la materia, cominciavano a volatilizzarsi, a diventare solo virtuali. Anche quando il denaro stesso – quello virtuale e non reale – con l’esplosione delle transazioni finanziarie era diventato lui stesso una merce.
Tutti i giorni nei vari giornali e telegiornali abbiamo dovuto subirci (e continuiamo a subirci) lezioni di finanza. Il Nasdaq (che razza di animale è mai costui?) aumentava o diminuiva. Le azioni crescevano o calavano, a Piazza affari come nella city, a Francoforte come a Pechino. Le massaie, se volevano essere “in” dovevano imparare questi nomi strani. Correre in banca a comperare o vendere, con l’onnipresente figura dell’operatore finanziario. Che dava consigli. Che – si diceva – era lì apposta per curare gli interessi del popolino.
Che c’entrasse tutto questo con il carovita, con l’aumento degli affitti e dei generi di prima necessità, con il fatto che i salari non raggiungevano più lo scopo di garantire la sopravvivenza, nessuno lo sapeva. Certo è che tutti dovevano adattarsi a questa nuova religione. Che aveva le sue liturgie e i suoi templi, i suoi sacerdoti e i suoi adepti.
In Italia, qualche anno fa, c’era stato il caso Parmalat. Un grosso imbroglio che aveva lasciato sul lastrico qualche decina di migliaia di “fedeli”, che in poche ore avevano visto mangiati tutti i loro risparmi da questo idolo trasformatosi in mostro. Ma, si diceva che si trattava ancora una volta di una anomalia italiana. Della leggerezza del bel paese.
Adesso ci crolla addosso il fallimento dell’economia degli Usa. Con milioni di persone sul lastrico. Con le banche in crisi. Con i colossi falliti. Mentre scriviamo arriva la notizia che il Congresso americano ha bocciato la proposta del presidente Bush che stanziava 700.000 miliardi per tentare di puntellare un fallimento spaventoso. Naturalmente, facendo ancora una volta pagare tutto ai cittadini. È crisi totale di un sistema che ha imposto una dittatura culturale a tutti. Che ha voluto porsi come unico. Ma i responsabili tacciono. Non sanno che dire. Forse sarebbe il tempo che i politici di destra o di sinistra che in questi ultimi decenni non hanno fatto altro che cantare inni a questo dio disumano, venissero a dirci di aver sbagliato tutto. Che ce lo venisse a dire l’Unione europea che ha fatto del non intervento dello stato un punto fondante della sua politica. Tacciono, invece. E cercano disperatamente di trovare qualche soluzione. Che, ancora una volta, peserà sulla vite dei loro cittadini. Il pensiero unico è morto. Sta sepolto sotto rovine umane spaventose. Ma loro, ancora una volta, non lo vogliono ammettere.
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