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Cleophas Adrien Dioma 

Qualche giorno fa è arrivato a Parma lo scrittore storico guineano Djibril Tamsir Niane. Ha tenuto un corso sulla storia dell’Africa, dell’impero mandingo. Andando a mangiare con lui, gli ho chiesto “ma si sente più africano o più guineano?”.

Mi ha risposto tranquillamente: “Guarda, io sono prima di tutto della Guinea, come tu sei del Burkina: non dobbiamo essere utopisti, quegli Stati esistono, hanno la loro identità, la loro storia. La gente che vive in quegli Stati ha qualcosa in comune, qualcosa che fa si che un malinke della Guinea sarà diverso da un malinke della Costa d’Avorio, anche se hanno la stessa lingua e quasi la stessa cultura d’origine”. È difficile parlare di Africa se non teniamo conto di queste cose.
Il continente africano, con la sua molteplicità di Stati, è un punto d’incontro tra etnie e culture. Sto leggendo adesso il libro di Amanita Traore “L’immaginario violentato”. Parla dell’Africa partendo non solo dalla sua storia personale, ma anche dalla storia del Mali, il suo paese. Il Mali è un esempio di paese detto in via di sviluppo, ma il caso del Mali non può essere applicato alla Nigeria.
In Nigeria, lo scrittore Ken Saro Wiwa ha voluto portare la Shell a cambiare atteggiamento e tenere conto dell’ambiente tramite manifestazioni pacifiste. Tutto ciò ha portato invece alla sua morte e al fatto che adesso una parte del popolo nigeriano si sente obbligato ad usare le armi e i sequestri per ottenere almeno qualcosa dalla mano petrolifera nigeriana.
In Mali, gli studenti sono riusciti a cacciare il presidente dittatore Moussa Traoré e ad avviare un processo di democrazia abbastanza solido, con manifestazioni che talvolta hanno portato alla morte.
Poi c’è la gente normale. Quelli che ogni mattina si alzano cercando il pane quotidiano. Quelli che lavorano. Le persone. Persone che vivono, lottano, sognano. Persone che sperano. Persone che qualche volta migrano per salvare loro stessi e la loro famiglia. Il cambiamento forse partirà da loro, quando acquisiranno la consapevolezza della loro importanza nel tessuto sociale del proprio paese. L’anno scorso sono andato in vacanza attraversando il Mali, il Burkina Faso e il Niger. Sulle strade vedevo tutte quelle donne con i piatti pieni di frutta e verdura. Vendevano qualsiasi cosa per poter mandare i figli a scuola. Non aspettavano gli aiuti o la cooperazione. No, avevano gia pensato che la prima cosa da fare, come diceva il presidente Thomas Sankara, era “alzarsi e camminare”. L’Africa cammina, difficilmente, ma cammina. Sta cercando la sua strada tra le scelte politiche qualche volta sbagliate dei suoi governi, i diktat delle banche mondiali e delle multinazionali e l’immagine precaria che porta la cooperazione.
Abbiamo bisogno di aprire le finestre, lasciare che la luce entri nelle case. Sorridere al mondo. Non avere quella fretta che ci porta sempre a pensare che le cose non vadano bene in Africa, che è tutto lento. Dobbiamo solo pensare che ogni società, ogni paese deve imparare da solo, imparare a convivere con se stesso, con la sua complessità e con le sue contraddizioni.

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