In fondo in fondo, continuiamo a credere che solo noi siamo civili. Loro sono barbari. Da civilizzare, da sviluppare e, perché no?, da aiutare. Siamo riusciti in questo modo a rendere equivoca perfino la solidarietà. A svilire la cooperazione internazionale, rendendola funzionale ai nostri interessi e alla nostra pretesa superiorità.
Tante Afriche, quindi, ma anche una sola Africa. Quella che, fin dal tempo della decolonizzazione è stata sognata dai leaders e dagli intellettuali. Quella che con fatica, ma anche con cocciutaggine, viene perseguita con la nascita dell’Unione Africana. Oppure, ancora una volta, facciamo fatica a capire. Perché l’immagine che abbiamo dell’Africa è distorta. Colma di preconcetti.
Da sempre, anche per opera del pensiero coloniale, abbiamo creduto che l’Africa fosse una sorta di buco nero dell’umanità. Senza cultura, senza storia. Fino a poche decine di anni fa nelle scuole africane si insegnava la storia dei greci e dei romani; le vicende di Cesare e dei Galli. La Chiesa missionaria, fino a prima del Concilio, parlava di infedeli da convertire, ponendo l’accento sulla primitività delle religioni tradizionali. Nelle chiese si cantava: “Vedi che ancor rigurgita la terra di infedeli”. Dal punto di vista economico si continua a dire che gli africani non riescono a stare nel gioco dell’economia mondiale e che, quindi, devono essere aiutati a svilupparsi. Naturalmente da noi. Copiando i nostri modelli. Dal punto di vista politico, disconoscendo la storia delle grandi istituzioni e dei grandi imperi pre-coloniali, si è imposto all’Africa un modello di democrazia generato dall’occidente. In questo modo si è inserito nel tessuto sociale del continente un corpo estraneo. La ricchezza e la varietà delle etnie sono state disconosciute e banalizzate. E ciò che lungo i secoli ha rappresentato una modalità varia e umana di convivenza, è stato misconosciuto come tribalismo.
Ma non è questa l’Africa vera. Questa è l’Africa dei nostri stereotipi. Generati apposta per giustificare le forme di imperialismo economico, culturale e politico con cui ancora ci rapportiamo con gli africani. L’Africa di cui parliamo in questo quaderno è invece un’Africa in piedi. Fiera di se stessa. Capace di attingere dalla ricchezza delle sue radici. Fatta di persone che sanno mettersi insieme per resistere e progettare un presente e un futuro dal volto umano. Dal volto finalmente africano.
Le pagine che seguono ci parlano di questa Africa e della sua storia che non cessa di stupirci. Apprendiamo così che nel 1236 a Kurukan Fuga, il grande imperatore Sundjata aveva voluto una costituzione che anticipa la stessa carta universale dei diritti umani. Che si erano trovate forme istituzionali attraverso le quali etnie diverse convivevano e collaboravano insieme. E che oggi, partendo da questa storia, sta nascendo un’Africa nuova.
Che cosa ciò comporti per noi lo dovremo scoprire insieme. Mettendoci in dialogo e in ascolto. Superando divisioni e preconcetti, rivisitando anche tutte le forme di aiuto e di cooperazione. Viviamo un tempo difficile. Le regole della globalizzazione dettate dalle grandi firme economiche e finanziarie, pongono al centro di tutto denaro, ricchezza e interessi economici. La persona umana rischia di diventare un semplice ingranaggio di una megamacchina disumana. Spariscono le relazioni e il dialogo. Tutto si gioca nella grande piazza del mercato mondiale. L’Africa continua a resistere. A volere ad ogni costo mettere al centro la vita. A rifiutare un’economia che cosifica la persona e la rende esclusivamente funzionale al mercato.
Se saremo capaci di guardare l’Africa partendo dalla sua gente, riusciremo a scoprire che, in definitiva, non è l’Africa ad avere bisogno di noi, ma siamo noi ad avere bisogno dell’Africa. Che la nostra ricchezza rappresenta spesso una grande povertà umana. Che la loro povertà, invece, può diventare per tutti noi una grande ricchezza. Fatta di solidarietà, di relazioni, di attaccamento alla vita. L’Africa è ancora capace, pur nelle grandi contraddizioni che vive, di danzare la vita.
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