È la nuova iniziativa che Chiama l’Africa e il Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale) propongono alle città italiane, e che comincerà il suo viaggio per il nostro paese da Venezia, il 18 aprile 2008.
Il titolo che si è voluto dare a questo evento è particolarmente significativo: “Persone”. A significare diverse cose. La prima, forse la più semplice, ma non scontata, è che gli africani, sia quelli che vivono in Africa, sia coloro che sono immigrati e residenti nel nostro paese, sono innanzitutto persone. Semplice, ma non scontato, visto che per secoli, durante il periodo della tratta e della colonizzazione, questa semplice verità è stata messa in dubbio. A volte assumendo posizioni filosofiche razziste, altre nei fatti, nella realtà. Per decenni gli africani sono stati ritenuti incivili, sotto-persone, gente di cui non fidarsi. Il patto coloniale che ha caratterizzato i rapporti tra Europa ed Africa dal 1498 (anno della circumnavigazione del continente africano da parte di Vasco Da Gama) fino ad oggi, ha sofferto di questo grande peccato di origine che ha falsato tutte le relazioni. Storici, filosofi e sociologi africani l’hanno ben messo in evidenza: all’Africa è stato negato di avere una storia e nelle scuole africane, fino alla decolonizzazione, si studiava la storia dei Galli, dei Romani e dei Greci. Neppure la storia dell’Antico Egitto veniva riconosciuta come africana. Solo gli studi di un grande storico senegalese, Cheikh Anta Diop, hanno dimostrato negli anni Sessanta, che si trattava di una civiltà nera. Quando gli africani giustamente chiedono di essere risarciti dalle potenze coloniali, non domandano risarcimenti materiali, chiedono con forza un risarcimento storico. Esigono di venire riconosciuti nelle loro peculiarità e nella loro storia. I filosofi e sociologi africani sostengono che la prima povertà che l’Africa deve affrontare, non è di carattere economico, bensì antropologico. A loro infatti, prima ancora delle ricchezze, è stata derubata la dignità di essere riconosciuti come persone. Dire questo è dire tanto, perché in questo modo si mettono in crisi tante relazioni di cosiddetta cooperazione con l’Africa. La gente dell’Africa, infatti, domanda prima la dignità, poi la cooperazione economica. Senza questa precondizione, ogni forma di aiuto e di cooperazione degenera nell’assistenzialismo.
Persone, allora. Ma non solo per questo. Dire persone per noi significa dire che proprio in Africa è nato l’Homo sapiens. Dall’Africa abbiamo avuto la vita. È in Africa che è avvenuto il processo di ominizzazione che ha visto un giorno lontanissimo nel tempo, un primate alzare la schiena e guardare in avanti, scoprire l’orizzonte. L’animale che guarda per terra ha soltanto la percezione del presente. Solo alzando gli occhi e guardando in avanti, verso l’orizzonte, si acquista la dimensione del futuro e, per converso, del passato, della storia. Chi oggi guarda con paura e sospetto agli immigrati che, spesso in condizioni drammatiche, passano i confini e raggiungono l’Europa, deve sapere che siamo tutti emigrati dall’Africa. Anche Le Pen, anche Bossi.
Persone. Perché a fare l’Africa è la sua gente. Che i protagonisti del presente e del futuro di questo continente sono le persone, donne e uomini, che lo abitano. L’Africa di oggi sta vivendo un protagonismo inaspettato di quella che in gergo viene chiamata società civile. Fatta di gente comune che si sta organizzando dal basso, per resistere alle difficoltà, per superare i drammi, per progettare un’altra Africa. Chi ha avuto modo di incontrarsi con l’Africa di oggi, non può non essersi incontrato con questa enorme realtà. Oggi il continente africano è divenuto un grande laboratorio di futuro. Per costruire un’economia dal volto umano. Per dare al mercato uno spessore di umanità. Per globalizzare i diritti e non solo i capitali. Per instaurare un dialogo fra uguali. Per non vendersi completamente alle multinazionali. Per costruire un’economia che metta al centro la vita e non soltanto gli interessi. Paradossalmente, pur nei drammi che la percorrono, oggi l’Africa rappresenta un grande serbatoio di speranza per tutta l’umanità. Per rimettere al centro di tutto le persone e la vita. Non è un caso che proprio dall’Africa ci arrivino esperienze di ricostruzione e di riconciliazione che solo un continente come questo poteva inventare. Dal Sudafrica alla Sierra Leone, dopo anni di conflitto, sono partite esperienze di riconciliazione e di ricostruzione della convivenza che prevedono anche un elemento che la nostra cultura politica non sa utilizzare: il perdono. Se la vita e la ricostruzione dei rapporti devono essere messe al centro, allora si può anche perdonare, pur di riprendere insieme il cammino.
Queste ed altre considerazioni stanno dietro all’entrata di questo evento nelle piazze italiane. La voglia di riprendere da parte nostra un cammino di dialogo interrotto dal colonialismo e dal neocolonialismo. L’idea di una cooperazione che non è assistenzialismo o aiuto, ma piuttosto instaurazione di nuove relazioni e di uno scambio alla pari, tra partner con la stessa dignità. La necessità per tutta l’umanità di riappropriarsi nei fatti del diritto alla vita come elemento centrale della politica e dell’economia. La voglia di diventare partner per costruire un mondo diverso, basato sul riconoscimento della fondamentale uguaglianza di tutti, ma anche delle grandi diversità che devono essere assunte come ricchezza.
Tutte suggestioni, queste, che nelle diverse piazze in cui le sagome verranno istallate, saranno approfondite in un luogo (una sorta di casa africana) dove con l’uso anche di sistemi mediatici e interattivi, ci sarà la possibilità di un contatto diretto con esperienze di questo genere nel continente africano.
Persone inizierà il suo itinerario per le piazze italiane a Venezia, il 18 aprile prossimo, a Campo Santa Margherita e toccherà almeno venti città italiane dal Nord al Sud della penisola.
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