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Ci ha insegnato ad amare l’Africa

OMAGGIO A JOSEPH KI-ZERBO

Vogliamo partire di qui. Dal ricordo di una “persona” che ci ha insegnato a capire il continente africano e che è stato all’origine di un incontro nuovo con l’Africa. Era presente a Firenze, quando, in Piazza della Repubblica, abbiamo iniziato il giro delle piazze d’Italia con tre TIR attrezzati che avevano un unico tema: L’AFRICA PUÒ. Con lui abbiamo scoperto che l’Africa non ha bisogno di aiuti, ma reclama la propria dignità. Domanda di essere ascoltata, di entrare nell’agenda del mondo. Rivendica la propria diversità e le proprie radici.
Solo partendo da queste radici, dalla conoscenza della propria storia, l’Africa potrà entrare nel gioco del mondo, raggiungere la propria modernità. E la storia dell’Africa, sconosciuta ai più, è storia di momenti alti e di momenti difficili. Ma è storia che affonda le sue radici nel cuore stesso della nascita dell’umanità. Perché l’essere umano ha avuto origine proprio in questo continente. La storia, e la scoperta nel Ciad di un cranio umano risalente a sette milioni di anni fa lo conferma, è nata in Africa prima che in altri continenti.
Siamo tutti figli della Madre Africa. Anche noi che ci vantiamo della nostra civiltà e del nostro “sviluppo”. È Joseph Ki-Zerbo che ci ha fatto incontrare in termini nuovi l’Africa. Che ci ha fatto capire che il continente africano non è la tomba, ma la culla dell’umanità.
E incontrare la storia dell’Africa ci ha portato a vedere con occhi nuovi gli abitanti di questo continente. A scoprire le donne e gli uomini che lo abitano come persone, e non come beneficiari del nostro aiuto troppo spesso paternalistico e imbevuto di superiorità.
Gli africani non vogliono il nostro aiuto. Chiedono però all’Europa alcune cose concrete.
Innanzitutto il riconoscimento della loro storia. Chi di noi conosce il Regno del Mali o del Ghana? Chi il re Alfonso del Congo? Chi la carta di Kurukan Fuga, emanata nel 1236 da un’assemblea voluta dall’imperatore del Mali Sundjiata, che anticipa la carta dei diritti umani del 1948? Dobbiamo confessare che non conosciamo la storia di questo continente e che per questo non riusciamo a dialogare con lui.
In secondo luogo, ci viene chiesto di riconoscere i nostri errori storici nei confronti di questo continente. La tratta degli schiavi prima, e soprattutto la colonizzazione dopo, hanno bloccato il cammino del continente. Non ci chiedono gli africani di risarcirli economicamente, ma esigono un risarcimento di carattere morale. Il riconoscimento degli orrori che abbiamo compiuto. “La tratta degli schiavi – scrive Ki-Zerbo – ha rappresentato una profonda ferita nel corpo dell’Africa, ma nonostante questo il sistema africano è rimasto strutturato secondo la propria tradizione. Durante la colonizzazione, invece, l’Africa ha smesso di vivere e di produrre per se stessa, e il concetto di sviluppo endogeno è stato completamente abolito”.
Proprio per queste ragioni nasce la domanda di una diversa cooperazione. Non fatta di aiuti, non progettata al di fuori, non basata sulla relazione tra “donatori e riceventi”, ma sul rispetto reciproco, sulla fiducia. Sul mettersi gli uni accanto agli altri.
E tutto questo può cominciare solo se riconosciamo le persone che abitano questo continente, con la loro diversità culturale, con le loro peculiarità, con le loro forme organizzative, con la loro storia.
Persone, dunque, che camminano insieme. Questa è per noi la nuova frontiera della cooperazione tra noi e l’Africa. Così come l’incontro con Joseph Ki-Zerbo ci ha fatto capire.
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