La fragilità degli Stati africani
Djibril Tamsir Niane
La tratta degli schiavi e la colonizzazione hanno contribuito a fare dell’Africa l’oggetto di una storia fatta da altri. Per gli africani la tratta è stata la prima forma di mondializzazione. Con l’indipendenza il vecchio padrone, con una mano ha concesso il potere politico e con l’altra si è tenuto stretto il vero potere. Quello che, tra l’altro, dà forza politica.
I conflitti sono un male ricorrente in Africa. Essi da più di trent’anni fanno di questo continente una terra desolata. Ovunque focolai di guerra, guerre civili, etnie che si oppongono le une alle altre all’interno dello stesso paese, della medesima repubblica.
L’accesso all’indipendenza di molti paesi africani, negli anni ‘60, ha suscitato euforia e c’è stata grande speranza di vedere questi paesi prendere in mano il proprio destino e uscire dal sottosviluppo imposto dalla colonizzazione. L’euforia, ahimè, ha avuto breve durata. La storia dell’Africa indipendente, durante i primi trent’anni, è stata una sequela di miseria, di sperperi punteggiati da colpi di stato. Le giovani repubbliche hanno conosciuto l’implosione. Dappertutto focolai di guerra. Gli specialisti delle cifre stimano che, negli anni ‘80, scontri e violenze in genere hanno causato oltre 3 milioni di morti e più di 160 milioni di africani hanno vissuto i tormenti della guerra civile. Il solo genocidio del Ruanda ha provocato oltre 800 mila morti. Le fiamme si sono estese alla Liberia, alla Sierra Leone, alla Repubblica Democratica del Congo e oggi le ferite sono ancora aperte. Negli anni ’80, gli africani hanno battuto ogni record sui rifugiati: il 43% dei rifugiati del mondo intero. Si può pensare che 40 anni di indipendenza siano stati anni neri pieni di conflitti. Per dare risposte giuste al perché di quei conflitti, che hanno messo a dura prova repubbliche appena costituite dopo le lotte eroiche d’indipendenza, è necessario conoscerne le origini.
Dopo che i confitti in Africa si sono moltiplicati, sono state avanzate molte teorie per tentare di darne una spiegazione. Un esperto del PNUD, Sam G. Amoo, è sicuramente nel vero quando nel 1997 scrive: “La ricerca delle origini dei conflitti e la loro soluzione si trova nei modelli preconfezionati e nei modelli intellettuali che cercano di deformare realtà africane per adattarle a teorie costruite dall’esterno”. La spiegazione vera va cercata nelle condizioni e nelle circostanze che hanno visto nascere quegli Stati, nel loro passaggio da colonia dove comandava l’Europa allo statuto di Stato, di repubblica. In verità, divenuti Stati nazionali, senza capitali, senza dirigenti né tecnici né amministrativi e, soprattutto, senza infrastrutture, i paesi promossi a sovranità internazionale arrivano a mani nude, poveri, nel concerto delle Nazioni. Nel contesto di quell’epoca (1960) li si è classificati con la categoria di “paesi sottosviluppati”. Erano l’incarnazione stessa della fragilità, erano le “periferie marginalizzate” che descriveva l’economista Samir Amine. Paesi senza progetti né strategie proprie. “Proprio come per il passato, gli imperialisti continuano a pensare per quei paesi, a concepire progetti in loro vece”.
Va tenuto presente un fatto molto importante: solo dal 5 al 10 per cento della popolazione che costituisce l’élite - cioè quelli che avevano frequentato la scuola dei colonizzatori - ha preso in mano il governo. Un’infima minoranza che governa l’80-90 per cento della popolazione di mentalità ancora tradizionale, analfabeta, che non parla la lingua dei colonizzatori, dà l’idea di due mondi che si affiancano senza comprendersi. Nessuno stupore allora che in molti paesi i nuovi governanti siano percepiti come i prosecutori del vecchio stato delle cose instaurato dai bianchi colonizzatori.
Se poi ci si vuole attenere alla storia, dopo il Codice nero di Colbert, ministro di Luigi XIV che ha privato i Neri dello statuto stesso di uomo, fino al XX secolo, fino agli aggiustamenti strutturali della fine del XX secolo, le sole a legiferare sono state le potenze europee e il G8. L’Africa non aveva più l’iniziativa storica. In breve, la tratta schiavistica e la colonizzazione hanno contribuito non poco a fare dell’Africa l’oggetto della storia di altri. L’indipendenza si può considerare come l’ingresso dell’Africa nell’arena del mondo per riprendere la sua iniziativa storica. Ma questi nuovi Stati si presentano al mondo privi di tutto, come schiavi liberati.
Diciamolo pure, veri soggetti passivi, “questi Stati sono stati trascinati nella mondializzazione senza altre forme di procedura e secondo schemi tracciati dal grande capitale finanziario”. Raggruppamenti come l’ACP (Africa Caraibi Paesi del Pacifico), che altro sono se non una costruzione voluta e organizzata dall’Occidente al solo scopo del proprio profitto.
Il vecchio rito dell’Occidente
Bisogna che il mondo sappia che la mondializzazione non è altro che il nuovo volto di un vecchio rito che consente all’Occidente e al G8 di mettere le mani sulle ricchezze del continente, nel quadro di un commercio mondiale riorganizzato. Da una parte ci sono i mondializzatori, le multinazionali, gli attori del G8 e dall’altra la grande massa dei mondializzati che continuano a soffrire il deterioramento dei termini di scambio.
Non siamo presenti là dove vengono fissati i prezzi dei nostri prodotti minerari, delle nostre risorse agricole. Non siamo noi a produrre a cuor leggero il cotone, per poi ricevere di ritorno solo cianfrusaglie.
Per noi la tratta degli schiavi è stata la prima forma di mondializzazione. A causa di questo evento, l’Africa ha pagato il prezzo di un salasso demografico senza precedenti nella storia. In tre secoli e mezzo sono stati deportati nelle Americhe oltre 50 milioni di africani. Questa primitiva forma di mondializzazione ha visto l’Europa impossessarsi di terre lontane e spadroneggiare sui mari.
Non ci si deve sbagliare: ci troviamo dinanzi a una nuova forma di sottomissione dei paesi sottosviluppati da parte dei commerci mondiali voluti e organizzati dai grandi, dalle multinazionali, la cui grande potenza si impone agli stessi Stati.
Gli Stati africani, per tutte queste ragioni, sono nati molto fragili, in un contesto difficile: il vecchio padrone, con una mano ha concesso il potere politico e con l’altra si è tenuto stretto il vero potere, quello che, tra l’altro, dà forza politica.
Questa fragilità delle origini ha costituito un terreno favorevole alle divisioni, ai conflitti e questo terreno favorevole è stato sfruttato magistralmente innanzitutto dalle forze esterne, poi dai politici locali che traevano benefici dai frutti delle divisioni. Si potrebbe affermare che le divisioni sono a loro volta divenute motivo di conflitto, che diverse teorie tentano di spiegare anche se in modo molto superficiale.
Esistono diverse ipotesi sull’origine dei conflitti: si avanza l’idea delle difficoltà, provocate dalla mondializzazione e dalla costruzione della nazione in Africa; si invoca la preminenza dei sentimenti tribali sull’idea di nazione sconosciuta ai neri. Insomma si procede con osservazioni generiche da cui si traggono insegnamenti singolari che vengono eretti a teorie.





