Il ruolo delle etnie e delle comunità tradizionali
Djibril Tamsir Niane
Secondo il pensiero occidentale la modernizzazione non può che passare attraverso la fusione delle etnie e dei vari gruppi che compongono la società, per dar corpo a uno Stato, chiamato stato-nazione. Le vecchie metropoli hanno favorito l’imposizione di partiti unici nei giovani Stati, in quanto, a loro modo di vedere, strumento efficace per cancellare l’eterogeneità etnica e suscitare uno spirito nazionale.
La teoria più diffusa afferma che lo Stato africano è essenzialmente conflittuale. Uno Stato moderno impone che il tribalismo e l’etnia siano trascese attraverso la modernità. Secondo questa ipotesi, il male è l’etnia. Essa poggia su un pregiudizio che gli africani pagano caro ancora oggi: è l’idea diffusa dai colonizzatori che la storia dell’Africa sia stata una lunga trama di scontri tra etnie, fra tribù selvagge. Nient’altro, in sostanza, che guerre tribali, dove il termine tribalismo è usato per caratterizzare in termini spregiativi questo stato di cose.Un’autorità del settore scrive: “La parola tribù è diventata negativa. Paesi di cui consideriamo l’organizzazione sociale e politica come tribale, soffrono necessariamente di tribalismo, l’esaltazione irrazionale del primato della tribù rapportata agli altri gruppi. Questa esaltazione sfocia nella violenza, che assume allora forme orribili”.
Ne deriva così che da parte dell’Occidente si stabilisce che la modernizzazione non può che passare attraverso la fusione delle etnie e dei vari gruppi che compongono la società, per dar corpo a uno Stato, chiamato stato-nazione.
Di qui la negazione e l’abbandono dei valori e delle altre strutture etniche che sfocia nell’adozione pura e semplice dei valori “moderni” e “progressisti”. L’Occidente chiede che le comunità africane diventino gruppi di cittadini moderni animati da una nuova identità, che non è altro che l’identità europea. Che gli africani escano dalla barbarie incarnata dalle relazioni etniche tradizionali fortemente arretrate.
Per questi motivi, all’indomani della concessione dell’indipendenza, le vecchie metropoli hanno favorito l’imposizione di partiti unici nei giovani Stati, in quanto, a loro modo di vedere, strumento efficace per cancellare l’eterogeneità etnica e suscitare uno spirito nazionale. Gli africani sono caduti nella trappola!
Intellettuali e politici hanno richiesto un partito unico forte, pretendendo, a torto, che nell’Africa tradizionale sono il consenso e l’unanimità che sanciscono le decisioni prese nelle “palabras” (riunioni di villaggio. N.d.r.). I finanziatori, da parte loro, hanno incoraggiato questa rincorsa all’uniformità, questo annientamento del pluralismo che costituisce la forza della democrazia. I dirigenti africani sono partiti per la guerra contro il tribalismo, dichiarando che esso rappresentava la sorgente stessa dei conflitti. Solo il partito unico era in grado di fermare le tendenze centrifughe alla base della molteplicità etnica. Voglio solo ricordare il caso del Ruanda che ha conosciuto un vero genocidio a causa della manipolazione dell’etnicità da parte prima dei colonizzatori e poi dei politici. È un caso molto emblematico perché Hutu e Tutsi non sono entità antinomiche. La politica ha mostrato, in quel caso, la sua faccia più odiosa.
Tra militari ed etnie
Sappiamo bene che la politica ha fallito percorrendo questa strada. Che ha portato spesso al dominio dell’etnia del Presidente sulle altre etnie. Di qui l’insuccesso di queste unificazioni forzate, le rivolte, le ribellioni. A questo punto compaiono sulla scena politica i militari, ma le divise non hanno fatto meglio dei civili. Hanno coperto l’Africa di ridicolo: si pensi a Idi Amine Dada in Uganda, a Bokassa nella Repubblica Centrafricana, a Mobutu nell’ex Zaire. In sostanza: causa dei conflitti non sono affatto le etnie, ma le politiche realizzate tramite i partiti unici o da militari privi di sentimenti nazionalisti o repubblicani.
Occorre riferirsi al passato dell’Africa per smettere di incriminare ingiustamente le etnie, le tribù.
In effetti, i regni e i grandi imperi che l’Africa aveva costruito prima del contatto con l’Europa nel XV secolo, e che hanno prodotto forme brillanti di civiltà, erano fondamentalmente multietnici.
I falsi pregiudizi contro l’Africa
L’Impero del Ghana (IV-XIII secolo), l’Impero del Mali (XIII-XVI secolo), l’Impero di Gao (XI-XV secolo) hanno coperto gran parte della zona sudano-saheliana, tenendo ciascuno insieme un gran numero di etnie, di comunità e di altre minoranze. Al loro interno, popolazioni diverse tra di loro come soninké, wolof, sereres, peuls, mandinghi, songhay e tuareg hanno convissuto, condiviso una vita politica comune, sotto una stessa ed unica autorità. Bisogna sottolineare con forza, anche per combattere i falsi pregiudizi messi in atto a torto contro l’Africa, che alla base di queste organizzazioni c’era una grande tolleranza. La religione tradizionale africana, l’animismo, è per sua natura tollerante: ognuno ha i suoi riti, la sua pratica religiosa. L’Imperatore malinkè o soninkè del Ghana o del Mali, ha saputo permettere a ciascuna etnia la pratica libera dei propri usi e costumi. È importante rendersene conto: etnie e comunità hanno goduto della piena libertà di culto e di una larga autonomia nel quadro di questi imperi e di questi regni. Questo spirito di tolleranza ha permesso ad ogni etnia innanzitutto di svilupparsi culturalmente: producendo maschere, organizzando società di iniziazione e di mutuo soccorso, ecc.
Il legame con il potere centrale rappresentava un beneficio garantito attraverso la fornitura di servizi delle etnie, dei gruppi socio-professionali, dei pescatori, degli allevatori, dei fabbri, che avevano dei rappresentanti presso il re o l’imperatore. I casi di proselitismo sono stati rari. Occorre inoltre sottolineare che alcuni sovrani dell’epoca precoloniale si sono convertiti all’Islam soprattutto in Mali (XIII – XIII secolo). Ma non hanno mai sollevato lo stendardo della Jihad.
Nell’Africa nera sarà l’Islam del XVIII e XIX secolo ad essere un islam combattente, soprattutto per contrastare l’egemonia europea che tentava di penetrare nel continente. Tutto ciò terminerà nel XIX secolo con la divisione dell’Africa fatta attorno ad un tavolo durante il Congresso di Berlino del 1885, da cui scaturisce la nuova tendenza di passare alla conquista delle terre africane.
Questa breve memoria storica era necessaria per dire che in Africa il male non è l’etnia. Le nostre culture sono essenzialmente etniche. Se si parla tanto dell’arte africana non bisogna dimenticare che la sua espressione è etnica; le maschere baga, l’arte senufa, le maschere bambara, l’arte ashanti, le belle maschere dell’Africa centrale, sono tutte fondamentalmente produzioni etniche. Non tiriamo sassi alle etnie; queste formazioni socio-politiche e culturali hanno ciascuna la loro originalità. Hanno attraversato i secoli senza distruggersi; hanno saputo coesistere nel quadro dei regni e degli imperi. Ma allora, perché oggi non riescono a sopravvivere nel quadro delle repubbliche?
Le etnie portatrici di valori e cultura
Non neghiamo la realtà: l’etnia costituisce senza dubbio l’elemento più importante nei conflitti interni africani, ma non pensiamo assolutamente che essa, ipso facto, sia la causa primordiale dei conflitti africani. Troppo spesso i politici e le élites africane restano vittime di queste teorie. I finanziatori, i politici hanno messo le popolazioni africane in una situazione difficile, respingendo l’etnicità che manifesta la personalità profonda dell’Africa. Occorre rimettere tutto in discussione, poiché le etnie sono realtà africane potenti e portatrici di valori: arte, lingue, rituali. Esse rafforzano l’io profondo degli africani: tutti abbiamo capito quanto sia pericoloso opporsi ad esse.
L’origine dei conflitti deve essere cercata altrove. L’esperienza ha finalmente dimostrato che per realizzare davvero l’unità nazionale, di cui tanto si parla e affinché non rimanga un pio desiderio, e per far nascere il patriottismo tra i cittadini, è necessaria la giustizia e la trasparenza nei sistemi di governo. Diciamola pure questa espressione di moda: è necessaria la good governance. Occorre creare consenso tra le diverse componenti rappresentate dalle etnie e dalle comunità. Cosa che i nostri antenati sono riusciti a fare nel passato.
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