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La Carta di Kurukan Fuga

L’umanesimo africano

Djibril Tamsir Niane

L’imperatore Soundjata Keita, fondatore dell’impero del Mali, alla fine di una grande guerra, lui, il vincitore, volle assicurare una pace definitiva e suggellare la fraternità dei popoli. Per questo riunì un’assemblea generale a Kurukan Fuga. Questa assemblea redigerà un’insieme di leggi e di regole chiamato oggi dagli storici la Carta di Kurukan Fuga.

I conflitti non sono una fatalità. L’Africa si batte e si costruisce a dispetto di tutto. Tuttavia molte autorità restano scettiche. Un brillante politico ed esperto europeo scrive che “solo una lunga pratica di civiltà permette di modificare tale tasso di violenza inerente alla natura umana. L’Africa non conosce ancora questa esperienza di civiltà e nella maggior parte dei conflitti che dilaniano il continente, è raro che le popolazioni e le forze pubbliche impegnate credano nella capacità di uscirne”.
C’è in questa osservazione un grave errore, fatto da un autore che, peraltro, manifesta molta comprensione e ampiezza di vedute nell’avvicinarsi alla realtà africana. La tendenza di credere che l’Africa non abbia esperienza di civiltà è persistente. Ciò succede perché si continua ad ignorare il passato dell’Africa con i suoi grandi momenti e i suoi grandi uomini. Questo passato ha conosciuto civiltà belle e grandiose. Ci sono stati uomini che hanno pensato, riflettuto e messo in atto strutture politiche, creato modi di pensare, organizzato la vita in società su principi che sono alla base dei diritti umani. Quando riflettiamo su questo passato, abbiamo ragione di aver fede nel futuro.
È il caso di ricordare una grande figura africana, Soundjata Keita (1203-1255), fondatore dell’impero del Mali del XIII secolo. Questo “costruttore dell’impero” è stato anche un grande legislatore. Alla fine di una grande guerra, lui, il vincitore, volle assicurare una pace definitiva e suggellare la fraternità dei popoli. Per questo riunì un’assemblea generale a Kurukan Fuga (vicino a Kangaba, nell’attuale Repubblica del Mali, a 90 km da Bamako). Questa assemblea redigerà un insieme di leggi e di regole chiamato oggi dagli storici la Carta di Kurukan Fuga.
A proposito di questa carta, lo storico Iba Der Thaim dell’Università di Dakar, ha scritto che “il regno precoloniale del Mandè (o Mali) ha costruito un elevato senso di umanità, dal XIII secolo, che costituisce il maggiore contributo alla civiltà internazionale, nonché una tappa decisiva nella storia della democrazia su scala mondiale. Lo scopo di Soundjata non era altro che organizzare la vita comune tra i membri di una stessa comunità per scongiurare la guerra, instaurare la prosperità, la giustizia ed il benessere per tutti, nel mutuo rispetto, nella partecipazione, solidarietà e mutua comprensione”.
È importante sottolineare che 60 anni prima della Carta degli Inglesi, i legislatori di Kurukan Fuga hanno enunciato questo principio essenziale dei diritti umani: “Ciascuno ha diritto alla vita e alla preservazione della sua integrità fisica” (art. 5).
“Non fate mai torto agli stranieri”
Soundjata, illustre precursore, ha pensato di migliorare la situazione degli schiavi: “Non maltrattare i tuoi schiavi. Accorda loro un giorno di riposo settimanale, e fa in modo che terminino di lavorare ad un orario ragionevole” (art. 20). La Carta di Kurukan Fuga riconosce allo schiavo il diritto di mettere da parte un gruzzolo “Si è padroni dello schiavo, ma lo schiavo è padrone della borsa che porta”. Durante l’impero, la Carta ha garantito la libera circolazione di uomini e beni, e conseguentemente l’articolo 24 recita “Non fate mai torto agli stranieri”. L’immunità diplomatica esisteva grazie all’articolo 25 che dice “L’incaricato di una missione non rischia nulla nel Mandè”.
I clan e i gruppi etnici dell’impero di Soundjata sognavano di dare solidità alla pace. Erano soprattutto felici di prevenire i conflitti, visto che uscivano da una guerra lunga e crudele.
La convivialità
Per raggiungere meglio questo scopo, l’imperatore Soundjata aveva istituzionalizzato e codificato il sanankuya, una pratica sociale impropriamente tradotta con “parentela per finta”. In realtà si tratta di un sistema di alleanze tra clan che autorizza lo scherzo, il riso e il far ridere nei confronti di membri di altre etnie, in privato come in pubblico, senza che ciò porti a conseguenze. Ma questo patto è unito ad un diritto di aiuto e di assistenza tra genitori, o cugini acquisiti proprio attraverso la sanankuya. Una pratica che aiuta la convivialità; favorisce la distensione nella vita sociale; una pratica che esiste tra etnie diverse come i Sereres (Senegal) e i Peul del Senegal, del Mali e della Guinea. La parentela per finta esiste tra Malinkè e Peu, ecc. Si tratta di relazioni di “cuginato”, di parentela “per finta” che nel corso degli anni hanno largamente contribuito ad avvicinare clan ed etnie, e sono servite per spegnere sul nascere i conflitti.
La sanankuya ha velocemente superato il quadro mandingo per essere adottata da altri gruppi etnici come i Peul, gli Wolof, i Toucouleur. Possiamo dire che è stato adottata in tutto il territorio coperto dall’impero del Mali.
La parentela per finta è accompagnata da un’altra pratica, quella dello stabilimento d’equivalenza, di corrispondenza tra cognomi. Ad esempio un Wolof del clan Ndiaye è fratello omologo di un mandingo del clan di Diarra. Così Ndiaye = Diarra. Un Ndiaye che si trova in paese mandingo bambara sarà ospitato ed avrà come fratello i Diarra. Se vive stabilmente in questo paese, potrà prendere il nome Diarra ed essere assimilato al clan. La stessa cosa è vera per i Diarra che si recano nel paese degli Wolof. La stessa relazione si stabilisce tra un Diop, Wolof e un Malinkè del clan Traorè.
Non è raro vedere alcune persone, alcune famiglie che adottano il doppio cognome Ndiaye-Diarra o Traorè-Diop.
Ciò che occorre sottolineare è che gli Wolof si trovano nell’estremo Ovest, sull’Atlantico, e i Mandinghi (Barbara e Malinkè) nell’Est, sulle rive del Medio Niger. Li separano 1500 km. Questa alleanza, questa corrispondenza tra cognomi è stata istituita ai tempi di Soundjata, quando l’impero del Mali si è esteso a tutto l’Ovest sudano-saheliano.
Ad ogni modo, l’integrazione delle etnie è una realtà nell’Africa dell’Ovest; le etnie hanno saputo trovare nel corso dei tempi, i mezzi e le pratiche della vita in comune.
La pace e l’intesa sociale sono le grandi preoccupazioni di Soundjata; ha istituito, tra l’altro, un codice matrimoniale fissandone i rituali e tutto l’insieme delle regole che rinforzano i legami tra le due famiglie attraverso il matrimonio.
Voglio sottolineare che senza essere scritte, le leggi e le decisioni di Soundjata ci sono state trasmesse dalla tradizione orale, che in Africa rappresenta sia un insegnamento, sia una scienza coltivata dai clan delle famiglie il cui ruolo è quello di conservare e trasmettere le cose del passato. Si tratta di clan che si raggruppano sotto il nome di griot. La tradizione orale è riconosciuta oggi come fonte storica e come veicolo della letteratura e del pensiero africano.
Gli anziani e il dialogo
La ricerca di soluzioni ai conflitti e la prevenzione dei conflitti stessi costituiscono la grande preoccupazione che ha attraversato tutta la storia africana. Ma occorre conoscerla e studiare questo passato. Per la forza di queste cose, di fronte al ripresentarsi dei conflitti, gli africani hanno cercato e trovato soluzioni endogene ai conflitti stessi. Citerò due esempi, uno sul Senegal e l’altro sulla Guinea. Esempi che ci mostreranno che la società civile africana è in pieno risveglio e sa giocare efficacemente il suo ruolo.
In Senegal, appoggiandosi alla sanankuya – Kal e Wolof – alcuni funzionari sono riusciti a sedare un conflitto tra villaggi di pescatori Serere e Diola, con la tensione già esasperata; era difficile radunare le “palabras”. Alla fine i funzionari, grazie all’aiuto degli anziani, sono arrivati ad instaurare il dialogo. Gli anziani, infatti, ricordarono il vecchio patto che univa i Diola e i Serere, derivato secondo le tradizioni delle due sorelle Aguene e Diambone; il patto vietava qualsiasi forma di violenza che sfociasse nel sangue tra le due etnie. Quando si riuscì ad instaurare la pace e a definire i dettagli del patto, la tensione si placò. Le armi non parlarono più. Si convinsero a pescare insieme nelle stesse acque.
L’altro esempio riguarda la Guinea, la Sierra Leone e la Liberia. Come si sa, in alcune regioni dell’Africa dell’Ovest è riconosciuto alle donne, soprattutto alle madri e alle donne anziane, un potere di interposizione o di mediazione. I tre paesi erano in preda ad alcuni ribelli che seminavano desolazione nelle campagne. Utilizzando il potere di interposizione riconosciuto alle donne, si costituì un gruppo di donne della Liberia, della Guinea e della Sierra Leone, che si recò a Conakry, davanti alla presidenza della Repubblica di Guinea. Il capo di Stato fu costretto a riceverle. Esse sottolinearono la necessità del dialogo tra i capi dei tre paesi. Furono accolte con cortesia e furono ascoltate. Furono ricevute con gli stessi onori a Freetown e a Monrovia. Riuscirono così a ristabilire il dialogo, là dove un balletto tra le tre capitali aveva fatto arenare tutto. Esse formano oggi la «Rete delle donne del Mano River per la pace». (Il Mano è il fiume che attraversa i tre paesi interessati). La loro azione ha rafforzato la pace nei paesi (Sierra Leone e Liberia) che avevano conosciuto 10 anni di guerra. Questa rete oggi riconcilia famiglie e clan e favorisce il ritorno dei rifugiati.
Prevenire i conflitti
A livello internazionale “le forme endogene di governo e di prevenzione dei conflitti” sono oggetto di studio e di ricerche. L’OCSE si è interessata a questo, attraverso il “Club del Sahel” che ha organizzato, in proposito, un colloquio a Conakry nel 2005. Il tema era “La ricerca di una soluzione endogena e di una prospettiva durevole per lo sviluppo in Africa”, e le “Capacità endogene africane in materia di governo dei conflitti”. Numerose istituzioni oggi hanno capito quanto sia importante la ricerca sulle culture tradizionali e sulle soluzioni endogene ai conflitti.
Si è arrivati quindi a riconoscere le capacità endogene in materia di prevenzione e di risoluzione dei conflitti. L’Africa deve attingere alle proprie risorse, e ricorrere alla sua cultura del passato. Essa non è affatto un aggregato di etnie e di comunità ostili che passano il tempo a sbranarsi a vicenda. È un cliché che finalmente si sta mettendo in discussione.
La notte coloniale
Prima dell’invasione coloniale esisteva un’Africa dove gli uomini avevano organizzato la vita in società, elaborato un’arte e una cultura, sviluppato scienze e tecnologie; ma la notte coloniale, abbattutasi sul continente con l’espansione europea a partire dal XV secolo, e soprattutto la tratta degli schiavi, hanno tolto l’iniziativa storica all’Africa.
Tra le grandi figure africane abbiamo ricordato Soundjata Keita, il grande legislatore del XIII secolo, al tempo dei grandi imperi precoloniali. Si potrebbero ricordare tantissime altre grandi figure … Mi piacerebbe comunque ricordare Abder, Kader Kane, Karamoko Alpha Sambegou, rispettivamente fondatore del regno di Fouta Tore e del regno di Fouta Djallon. Hanno dato ai loro paesi una costituzione, imposto la scuola obbligatoria per tutti i bambini di genitori liberi. Il loro regno ha permesso la fioritura di una letteratura scritta in lingua Poular attraverso l’utilizzo dei caratteri della scrittura araba. Abder Kader Kane ha vietato la tratta degli schiavi e chiuso il suo regno alle navi negriere che risalivano il fiume Senegal intorno al 1780. Non posso terminare senza ricordare El Hadj Oumar Tall, l’erudito toucouleur simbolo di unità ed integrazione. Nato in Senegal intorno al 1797, ha compiuto i suoi studi coranici in Mauritania. Al ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca si è fermato dapprima nel Bornou e, dopo, nel Sokoto (Nigeria), prima di fondare la sua scuola Zaoua a Dinguiraye. Da lì si lancerà nella conquista, opponendosi ai francesi in Senegal, prima di fondare un vasto impero di cui fu capitale Segou. Questo studioso, una volta divenuto sultano, ha lasciato molte opere di teologia. Occorre poi ricordare che Timbuctù è stata nel XVI secolo, al tempo degli Askia, sovrani mecenati, sede dell’umanesimo africano, con tutta una serie di giuristi, filosofi, storici, tra cui cito il celebre Ahmed Baba, il fratello di Bagayogo, Mahmoud Kati, Abderrhamane Saadi…
Tutto ciò è stato nascosto dall’obbrobrio e dalle tenebre che si sono abbattute sul continente africano a causa della tratta e della colonizzazione.
Questi stereotipi e pregiudizi furono elaborati in nome della causa coloniale, per giustificare la pretesa inferiorità degli africani e lo sfruttamento degli uomini e delle risorse imposto all’Africa.
I decenni poco gloriosi dell’indipendenza non dovrebbero oscurare lo spirito. Occorre capire il perché delle cose.
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