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Fieri della nostra storia

Un’altra Africa è possibile

Djibril Tamsir Niane

La storia e l’eredità culturale devono essere tenute in considerazione. Sono portatrici di principi, pratiche e regole utilizzabili sia per prevenire i conflitti sia per governare. Per effetto dell’impegno della società civile, saremo capaci anche di cambiare l’immagine del nostro continente.

Si sa che la riunione di Seattle dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) ha svelato il meccanismo degli scambi secondo le regole della mondializzazione. La reazione non si è fatta attendere. È nato l’Altermondialismo (movimento contro la globalizzazione), che ha lanciato la sfida di un altro mondo possibile. Un mondo con il volto umano, che non sacrifica la società a vantaggio delle multinazionali, che non livelli il mondo.
L’Africa non è rimasta al margine di questa sfida, ma ha creato il Forum Sociale Africano, dopo la creazione del Forum Sociale Mondiale. Il Forum Sociale Africano vuole rafforzare la società civile africana, ancora balbuziente, ma che fa di tutto per affermarsi, soprattutto per rafforzare la democrazia. Negli anni 2001-2006, il Forum Sociale Africano ha preso parte a tutte le azioni del Forum Mondiale e sul continente ha fatto cose decisive, soprattutto nell’Africa occidentale, dove ha saputo creare una sinergia tra i produttori africani di cotone di fronte al blocco americano che annienta i prezzi per sovvenzionare i produttori americani.
Per reagire alla mondializzazione, in Africa si è andato sempre più accelerando un grande movimento per l’integrazione e l’unità del continente. L’Unione Africana, nata nel 2000 a Sirte (Libia), non ha altra ambizione che la realizzazione dell’integrazione del continente. Ma l’azione delle politiche, limitata dal peso delle grandi potenze, deve essere ampiamente sostenuta dalla società civile. Il continente è diviso in 5 assemblee: Africa del Nord, Africa meridionale, Africa centrale, Africa dell’Est, Africa dell’Ovest. Ciascuna di queste ha un suo ritmo di integrazione. Ma l’Unione africana spinge. Utopia! Alcuni passi sono stati fatti e, in qualche caso, sono stati raggiunti progressi apprezzabili. Nell’Africa dell’Ovest, ad esempio, c’è già la libertà di circolazione di persone e merci. Nei 15 Stati che compongono questa comunità c’è un passaporto comune. Si può viaggiare anche con la sola carta di identità. Ma le difficoltà risiedono nella mancanza di capitali, infrastrutture insufficienti. In Africa si parla già di Stati Uniti d’Africa. Sicuramente si andrà per tappe, ma il cammino verso l’integrazione è ormai scattato.
L’eredità culturale della tradizione
Oggi, il riferimento alle culture e alle società tradizionali può rivelarsi una buona fonte, anche se non dà ricette precise. La storia e l’eredità culturale devono essere tenute in considerazione. Sono portatrici di principi, pratiche e regole molto ben utilizzabili sia per prevenire i conflitti sia per governare. Siamo tutti persuasi che non si può dimenticare la storia millenaria del continente. Lo sviluppo endogeno diventa allora possibile quando ci si appropria delle tradizioni e dei saperi locali e li si sa valorizzare. Il problema, per gli africani, sta nel loro uso. In politica, così come in economia, come nella cultura, si deve innanzitutto essere se stessi. È quanto dice chiaramente Joseph Ki-Zerbo quando scrive: “Per partire bene, bisogna conoscere se stessi. La coscienza di sé è la base di ogni autentico sviluppo” (pag. 82 Repères pour l’Afrique, 2007).
L’alienazione è stata molto profonda in Africa. Questa è forse la ragione per la quale la società civile diventa uno strumento di riarmo morale. Il fallimento delle politiche in numerosi paesi è bilanciato dall’emergere di una società civile forte che dà un apporto di consapevolezza: le donne e i giovani, soprattutto, che sono le prime vittime di uno sviluppo imposto dall’esterno.
In Guinea, di recente, ci sono stati grandi movimenti di contestazione alla miseria, allo sperpero dei governanti e all’incapacità dei partiti. È la società civile che si è sollevata, nel caso specifico i sindacati che hanno messo in moto un vasto movimento di sciopero illimitato che ha imposto al potere l’istituzione di un governo di consenso, diretto da un primo ministro che ne è a capo. Questa è stata la prima mossa. I costi umani, però, sono stati alti: la polizia non ha esitato a sparare sulla gente, causando più di trecento morti.
Verso il futuro
Un’altra Africa è possibile. Ne è prova la società civile: per effetto della sua azione cambierà l’immagine che ci si è fatti dell’Africa. Un’altra Africa è possibile: quella che si batte per strappare all’OMC un giusto prezzo per il nostro cotone, per le nostre materie prime. L’aiuto pubblico, occorre riconoscerlo, è stato una luce fatua per catturare l’Africa con la scusa dello sviluppo. L’Africa reclama un nuovo partenariato, ha una sua teoria sulla questione e ha elaborato un vasto programma di sviluppo: il NEPAD (Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa).
L’Africa non vuole essere mondializzata, vuole diventare un attore della mondializzazione. È questa la ragione della battaglia per l’integrazione regionale e sub-regionale il cui primo compito è quello di superare i micro Stati derivati dalla colonizzazione. Questi pseudo stati-nazioni, con al massimo 3-10 milioni di abitanti, che sono di intralcio al vero sviluppo.
Non vorrei finire senza aver insistito sul ruolo e sul posto dell’educazione dei cittadini. Un’educazione che deve essere fondata sui principi universali che traggono origine dal continente: il rispetto della vita, la ricerca del benessere per tutta la società e, soprattutto, l’assoluto culto dei diritti umani. Questi principi non sono estranei alla nostra cultura. È necessario che partiamo da noi stessi.
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