Approfondimenti
Intervista a Djibril Tamsir Niane
a cura di Paola Bizzarri
Professore, per tanti europei l’Africa non ha storia. Che ne pensa?È vero. L’Europa non conosce la storia africana. È un dato che si sente e si vede tutti i giorni. Per gli europei l’Africa è un continente di cui si individua al massimo la collocazione geografica in modo più o meno approssimativo. Ma tutto finisce qui. Spesso gli europei ignorano che in Africa vi siano popoli e culture diverse. Non si conoscono davvero le mille ricchezze esistenti, le numerose differenze etniche, le tante comunità organizzate. L’Africa per gli europei è una sorta di enigma di cui si ignora tutto e sul quale si hanno tanti preconcetti. Non si tratta di una fatalità, ma di un atto deliberatamente voluto e ricercato dalle potenze europee per dare legittimità allo sfruttamento e alla sottomissione del continente durante il periodo della colonizzazione.
Qual è il motivo di nascondere la storia africana?
Le ragioni risalgono indietro nel tempo. Nascono prima con la tratta, poi con la colonizzazione. Come giustificare la schiavitù se non attraverso un’operazione culturale che non riconoscesse agli africani la dignità umana? Poi la colonia ha fatto il resto. Non si è riconosciuta la grande ricchezza culturale dell’Africa, le sue etnie, le sue comunità. Tutto ciò che di umano viveva e pulsava nel territorio. Ciò portava inevitabilmente a negarne la storia. Gli europei, coloro che hanno effettuato la conquista dell’Africa, hanno piuttosto creato pregiudizi di ogni genere, che in buona parte continuano anche oggi.
Faccia qualche esempio.
Innanzitutto che gli africani fossero meno uomini, o almeno meno intelligenti degli altri. Con tutte le conseguenze che una simile affermazione produce: gli africani, per esempio, non avrebbero avuto spirito logico, non avrebbero potuto apprendere la matematica, e via di questo passo. L’Africa e gli africani ne hanno sofferto moltissimo. Si trattava di una impostazione voluta perché funzionale alla conquista e all’esistenza della tratta dei neri. In fondo gli africani non erano che schiavi, utili soltanto per lavorare nelle piantagioni. A quale fine mai poteva servire loro imparare a leggere, scrivere, calcolare?
La colonizzazione ha permesso agli europei di dividersi l’Africa come una torta. Negare la storia ha reso il processo più semplice.
Eppure l’Africa è la culla dell’umanità.
Sì, i primi uomini sono nati in Africa. Per l’esattezza nella regione orientale, nella zona dei Laghi. Ma c’è di più. Gli europei non vogliono riconoscere che la grande civiltà egiziana è africana, è nera. Eppure sarebbe importante riconoscere questa verità storica. Eppure ormai ci sono studi molto documentati su questo. Cito soltanto un grande ricercatore, Cheikh Anta Diop. Un senegalese, fisico, storico, antropologo e saggio, morto nel 1986. Lui ha compiuto una gran lavoro in proposito. Dai suoi studi si dimostra chiaramente che la civiltà egizia è nera. Per ristabilire la verità storica, Cheikh Anta Diop non ha dovuto andare molto lontano. Ha cercato e trovato le prove nei libri dei Greci. Ma il suo lavoro ha dovuto scontrarsi con anni di alienazione culturale.
Vale a dire?
In tutto il periodo della colonizzazione, portoghesi, francesi, spagnoli, inglesi e tutti quelli che hanno conquistato e diviso l’Africa hanno piantato nel tessuto africano le loro scuole. In esse si parlava la loro lingua e si insegnava la loro storia. Si è prodotta così producendo una vera e propria ‘alienazione culturale’. Voluta appositamente per relativizzare e anche misconoscere la cultura africana. Le scuole create dai colonizzatori erano scuole di alienazione. La lingua parlata dagli autoctoni, per esempio, non era che un dialetto, non una lingua. La nostra storia era la storia della Francia, i nostri antenati erano i Galli, i nostri re si chiamavano Luigi XIV e così via. Si è trattato di un vero e proprio progetto portato avanti ad arte per negare la cultura, la storia e la lingua autoctona.
Gli africani cresciuti ed educati in queste scuole, con la conoscenza delle lingue europee, erano ritenuti evoluti. Potevano aspirare a diventare funzionari e a lavorare per i bianchi. Come se per noi neri, evolversi significasse diventare bianchi o come i bianchi. Altrimenti si restava selvaggi.
Dopo il processo di decolonizzazione, che cosa è cambiato?
Negli anni ’60 molti paesi africani hanno ottenuto l’indipendenza. Ma non era che una piccola parte di africani ad essersi battuta per ottenere l’indipendenza, utilizzando la dialettica degli europei.
Quest’anno ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Cosa significa questo per l’Africa?
I Diritti Umani restano una grande conquista. Rappresentano un impegno permanente per l’umanità. Ma spesso in Africa essi si sono ritorti contro gli africani. Bisogna tuttavia ricordare come per la riscoperta della storia africana, da parte dell’Onu e dell’Unesco in particolare, sia stata di fondamentale importanza. Nel 1966, a pochi anni dalla decolonizzazione, una delegazione ha chiesto all’Unesco di ricostruire una storia dell’Africa. Il processo di decolonizzazione non sarebbe stato possibile altrimenti. Ricordo ancora che fino ad allora la storia insegnata nelle scuole africane era quella dei paesi colonizzatori. Non esisteva arte, cultura, letteratura africana. Fu composto allora un comitato di 10 persone, impegnato a riscrivere la storia generale dell’Africa.
Fra costoro vi era anche Lei. Ci può raccontare cosa avete fatto?
La prima domanda che ci siamo fatti è stata questa: è possibile scrivere una storia dell’Africa? Ci siamo detti che era possibile. Bisognava solo cercare le fonti, i documenti. E siamo allora partiti alla ricerca di documentazione araba ed europea. Abbiamo analizzato scritti francesi, spagnoli, portoghesi. Ma, come si sa, l’Africa possiede una profonda tradizione orale. Allora ci siamo impegnati a raccogliere le testimonianze, andando di villaggio in villaggio. Abbiamo fatto migliaia di interviste registrate. Per noi si è trattato di una vera e propria scuola della tradizione, della parola. In Africa c’è una lunga tradizione che mantiene viva la storia orale. Una vera organizzazione della parola, un’arte del parlare e una tecnica di memorizzazione della genealogia attraverso i clan. Vi sono poi famiglie specializzate nella memorizzazione della storia. Sono i Djeli tra il popolo dei Mandingo, i Gueewel per gli Wolof, e i Farba per il popolo dei Peul. In ogni villaggio vi è un clan, una scuola specializzata nella memoria. Si tratta di una vera e propria arte della parola, supportata da una tecnica coltivata lungo i secoli per memorizzarla.
Dopo aver raccolto tutto questo materiale scritto e orale, ci siamo messi all’opera e abbiamo composto 8 volumi in lingua francese, araba e in swahily. Ogni volume conta circa 800 pagine.
A questo punto il professore comincia ad elencare ad uno ad uno tutti gli autori di quest’opera gigantesca: primo volume, Joseph Ki-Zerbo, burkinabè; secondo volume, l’egiziano Kemal; terzo volume El Fassi; il quarto fu il suo, il quinto del Professor Ogot, keniano; il sesto del professore Ajouje e gli altri di Alì Mazrim.
Professore, qual è, a suo avviso, l’insegnamento più importante che un europeo può trarre dalla lettura di questi volumi?
L’insegnamento maggiore è che l’Africa possiede una lunga storia. La storia più profonda del mondo. È stata una terra con grandi imperi, re, legislatori, come Syngatya. Fu lui a dare all’Impero del Mali una costituzione. La Carta di Kurukan Fuga, è la più vecchia costituzione al mondo. Voluta nel 1236 e votata con un’assemblea di popolo. Forse se si fosse continuato su quella strada, senza la rottura provocata dalla tratta e dalla colonizzazione, la storia dell’Africa avrebbe avuto un altro esito.
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