Il protagonismo della società civile
Da circa 20 anni l’Africa è percorsa da un forte movimento della società civile che resiste all’oppressione e alla povertà e che progetta nuovi modelli di convivenza e di democrazia. Sono le persone che si organizzano e che pretendono di essere protagoniste del cambiamento. Di seguito alcune note per descrivere la società civile e le sue caratteristiche.
L’Africa subsahariana deve far fronte a crisi economiche, politiche e sociali talmente acute e ricorrenti che di certo, unite all’HIV/AIDS, all’insicurezza alimentare e alla guerra civile, hanno finito per trasformarsi in disastri umanitari. Farsi carico di questa affermazione non è segnale di un afro-pessimismo. L’Africa nera non va bene. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Eppure questo continente, pur così carico di drammi, non sta per suicidarsi, come sostiene Stephen Smith. Si batte, invece. Esiste una resistenza africana che si batte contro la destrutturazione che minaccia l’intero continente. È necessario affermarlo con forza, se vogliamo guardare la realtà così come è.
Sarà afro-ottimismo, come si dice in gergo. Eppure è necessario avere uno sguardo di speranza sull’Africa. Senza, naturalmente, mettere a tacere né le difficoltà economiche, né lo stallo politico con cui deve fare i conti la maggior parte della popolazione africana. Questo sguardo mira a rivelare ciò che l’attualità sensazionalista si guarda troppo spesso dal mostrare: l’esistenza di uomini e donne che segnano la storia e costruiscono la speranza. Sono milioni, provengono da ambienti politici, da movimenti sociali, dalla gente comune, e stanno mettendo in moto un meccanismo virtuoso che sta cambiando la situazione africana.
L’Africa non capitola davanti alla mondializzazione, si mobilita. Interpella gli attori mondiali e locali affinché l’uguaglianza e la solidarietà siano valori iscritti nell’architettura economica mondiale. Il Forum sociale mondiale è soltanto uno degli esempi che mostrano una società civile in ebollizione, decisa a far valere l’idea di una mondializzazione solidale dei popoli. E ciò sta cambiando anche l’atteggiamento dei politici. In modo più diplomatico ormai anche i capi di Stato africani dicono a chiare lettere che la forma e il contenuto della globalizzazione sono stati determinati dai paesi ricchi, in accordo con il settore privato, con le grandi multinazionali. Chiedono, quindi, una nuova organizzazione dei processi di mondializzazione che sia basata sull’equità e la possibilità per ogni popolo di poter fare la propria strada.
Strade nuove
Questa Africa, poi, tanto martoriata dai conflitti, sta cercando, attraverso la sua società civile, di trovare strade anche nuove per risolverli e prevenirli. Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, la pace è certamente ancora fragile. Ma la transizione in corso è stata il frutto dell’azione di tante iniziative locali, regionali e internazionali, che hanno visto come protagonista la società civile. Il dialogo fra i congolesi, senza il quale il processo di pace non sarebbe stato possibile, ha definitivamente mostrato che il contributo della società civile è irrinunciabile nella ricerca della pace e della riconciliazione.
La stessa crisi nel Darfur, pur nella sua drammaticità e dovendo scontare le troppe “prudenze” della comunità internazionale, sta mostrando anche una netta volontà da parte africana ad intervenire nelle crisi che scuotono il continente. Sotto gli auspici del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana, sono state prese delle decisioni importanti al fine di fermare la catastrofe umanitaria che infuria in questa regione sudanese.
Anche se sarà sempre violata, la firma il 28 marzo 2008 di un “Accordo sulle modalità di istituzione della Commissione del cessate il fuoco e di un dispiegamento di osservatori in Darfur” è una delle più importanti iniziative condotte dal Consiglio. In virtù di questo accordo, è stata portata sul territorio una Missione di osservazione dell’Unione Africana. L’Accordo prevede ugualmente il dispiegamento di una Forza di protezione della popolazione civile che, a dire del Consiglio, potrà passare da missione di osservazione in missione di mantenimento della pace.
Le crisi africane contemporanee si sviluppano in un contesto diverso da quello del periodo coloniale. Ma a guardarle da vicino, spesso sono il frutto di un sistema mondiale basato su un paradigma nordcentrista. Sul piano interno, queste crisi evidenziano ugualmente l’insuccesso di una cultura politica segnata da corruzione e clientelismo. L’Africa subsahariana non è povera, è stata impoverita, ha detto Aminata Traoré. È impoverita perché ieri come oggi è inserita in un sistema mondiale nel quale la logica e le regole di funzionamento sono state stabilite dalle potenze economiche e dai paesi ricchi, che hanno detenuto e detengono tuttora il potere nelle proprie mani. È impoverita perché da troppo tempo è governata da capi che considerano il paese come una loro proprietà privata.
Un agire collettivo innovativo
C’è in Africa una storia di violenza economica e politica che, in forme diverse, continua a ripetersi riproponendo lo schema coloniale. Di qui l’imperativo di un nuovo agire collettivo che sta esprimendosi spesso in forme non tradizionali. Dai tempi delle lotte per l’indipendenza, la mobilitazione popolare si è strutturata e inquadrata dai partiti politici. Oggi, tuttavia, le forme tradizionali di partecipazione sono superate dalla società attraverso nuove forme di organizzazione che nascono dal basso e che domandano insistentemente modalità diverse di partecipazione popolare. È questa la società civile. Che, se da una parte denuncia le responsabilità internazionali e il persistere di relazioni economiche e politiche di carattere neocoloniale, smaschera ugualmente l’insuccesso e la corruzione delle pratiche politiche di tanti governi africani.
Quali che siano le ragioni di questa situazione, occorre dire che lo Stato in Africa, tramite i suoi governi, è stato costretto a servirsi di strumenti politici stabiliti all’esterno del continente, senza nessun riguardo per i bisogni reali delle popolazioni. Di qui il vicolo cieco in cui spesso si sono andati a cacciare i governi e i partiti politici. Lo Stato post-coloniale non ha realizzato il progetto di una giustizia sociale che costituiva il sogno dei movimenti per l’indipendenza. I partiti politici non possono, dunque, essere l’unica struttura di partecipazione popolare, perché incarnano uno Stato il cui bilancio è segnato dalla delusione per il mancato raggiungimento del sogno che ha portato all’indipendenza. Di qui, ancora il sospetto e il distacco da parte della gente.
Un popolo in movimento
Scrive Frantz Fanon: “L’espressione vivente di ogni nazione è la coscienza in movimento del suo popolo. (…) Nessun leader, quale, qualunque sia il suo valore, si può sostituire alla volontà popolare. Il governo nazionale deve, prima di preoccuparsi del proprio prestigio internazionale, restituire dignità ad ogni cittadino, arricchire le menti, riempire gli occhi di cose umane, sviluppare un programma umano che sia gestito da uomini coscienti e sovrani”.
Sami Amin, dal canto suo, parla di una nuova coscienza africana vissuta dalla “società civile dal basso”. Con questa espressione, l’economista e intellettuale egiziano descrive ciò che, ai suoi occhi, costituisce la rinascita di un movimento associativo africano, opposto alle disarticolazioni sociali, economiche e politiche che il sistema in vigore impone alle società africane.
Stiamo vivendo, in una parola, una sorta di nuova rivoluzione che parte dal basso e che prende, come centro del proprio impegno, i diritti e i bisogni reali della gente. Un nuovo modo, originale e tipicamente africano, di partecipazione politica.
La società civile
Con la sua integrazione nella globalizzazione neoliberale, l’Africa sta attraversando una crisi strutturale molto grave. Questa integrazione forzata non le permette, infatti, di prendere in mano il proprio destino. Tuttavia, malgrado il peso ideologico e la grande capacità di azione del neoliberalismo, i popoli africani resistono e stanno costruendo delle alternative.
Il neoliberalismo vuole imporre una visione secondo la quale la liberalizzazione delle energie individuali, grazie all’economia di mercato, favorirebbe il decollo economico africano. Va ricordato innanzitutto che la gestione del debito è stata la leva essenziale per obbligare i dirigenti ad accettare le politiche di mondializzazione economica neoliberale, imposte dai G8 con le classiche formule del “consensus di Washington” o dei “programmi di aggiustamento strutturale”. In questo modo la mondializzazione è stata un ostacolo alla costruzione di uno stato moderno africano.
Tra il 1980 e il 1996, il peso del debito estero è triplicato. Ogni anno l’Africa subsahhariana trasferisce ai paesi creditori l’equivalente del quadruplo dei propri bilanci sociali. Ma, malgrado questi trasferimenti colossali, gli arretrati di pagamento continuano ad aumentare e ad accrescere il peso del debito. L’Africa è così costretta in un circolo infernale.
La globalizzazione ha permesso un’intrusione massiva di capitali, ma soprattutto ha rafforzato la logica di spoliazione caratteristica delle relazioni tra l’economia mondiale e l’Africa, dal sedicesimo secolo ad oggi. L’irruzione di conflitti armati ha permesso ai signori della guerra di controllare le risorse minerarie e diamantifere delle zone sotto il loro controllo e di dare la stura ad uno sfruttamento incontrollato, in complicità coi trafficanti di armi e di droga, con le banche offshore e le imprese transnazionali, per promuovere gli interessi strategici delle potenze straniere. L’assenza di democrazia e la repressione feroce non hanno tuttavia impedito le contestazioni da parte della gente.
Nasce così il movimento della società civile. Verso la fine degli anni ’90, la lotta contro lo sfruttamento e la spoliazione neocoloniale, la corruzione delle élites al potere e dei partiti unici, per instaurare il multipartitismo e la democrazia, nonché per il controllo democratico, coinvolge molte forze politiche, i sindacati, i movimenti studenteschi, le organizzazioni di donne. È questo l’inizio del cammino irreversibile della società civile.
L’idea di società civile in Africa rimanda alle associazioni senza scopi politici o ideologici. Anche le associazioni di carattere religioso, pur restandone teoricamente fuori, fanno tuttavia parte di questo grande movimento popolare che persegue la trasformazione dei rapporti sociali.
In questo contesto, i principali attori della società civile sono tutte le organizzazioni popolari, non governative, che si battono per una società più giusta e umana.
Sono diverse le loro tipologie di intervento: alcune si impegnano soprattutto nei servizi sociali e nell’educazione. Altre lavorano, spesso in partenariato con associazioni del Nord, in una progettualità legata all’uscita dalla povertà e alla creazione di uno sviluppo dal volto africano. Altre ancora sono impegnate nella difesa dei diritti umani: diritti dei lavoratori, delle donne. Occorre anche dire che sovente la dipendenza di queste associazioni dai finanziamenti che vengono dall’estero, condiziona pesantemente il loro lavoro. Di qui la necessità di trovare forme e modelli nuovi di cooperazione.
I sindacati
Il sindacalismo è nato in Africa negli anni ‘30-‘40, grazie all’appoggio dei sindacati occidentali. Un appoggio che è andato consolidandosi negli anni successivi, fino ad oggi.
Il movimento sindacale ha suscitato in Africa una forte adesione di contadini e di intellettuali, ma ha anche dato una forte accelerazione ai tentativi di affrancarsi dalla tutela straniera (lotta per l’indipendenza e ricerca dell’Unità africana). Dopo l’indipendenza, il movimento sindacale ha subito una profonda trasformazione in relazione alla nuova situazione politica. Va ricordato che l’Africa è pervenuta all’indipendenza nel periodo della guerra fredda tra Est e Ovest. In quel contesto, in cui gli Stati dovevano innanzitutto rispondere alla geopolitica internazionale, il movimento sindacale africano è stato spesso “caporalizzato” e costretto a fare da stampella al potere politico. Durante quel periodo il sindacato, in quanto movimento solo teoricamente di opposizione, è stato uno strumento di inquadramento delle masse popolari e di leggera garanzia contro la repressione che si abbatteva sui sindacati più combattivi, come quelli degli studenti e degli insegnanti che continuavano a cercare di resistere. Il vento della democratizzazione, che ha percorso il continente negli anni ’90, ha dato nuovo slancio al movimento sindacale. Nel gran numero di critiche e di rivendicazioni formulate in occasione delle conferenze nazionali sovrane o delle assemblee di revisione costituzionale che si sono tenute in gran parte dei paesi africani, la voce dei sindacati si è alzata forte per reclamare, dal punto di vista politico, l’instaurazione del multipartitismo e l’esigenza di un’alternanza politica attraverso elezioni libere e trasparenti. Dal punto di vista economico, in più, il rifiuto dei programmi di aggiustamento strutturale, il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, il riconoscimento dei diritti fondamentali.





