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Donne nella sfida della vita

Testimonianza da Bukavu (Repubblica Democratica del Congo)

Lorensia Ntakwinja

Dopo la guerra, la vita sta riprendendo a Bukavu. Ma la città è cambiata. La popolazione è aumentata a dismisura a causa dei profughi fuggiti dalla guerra. Si è rotta l’armonia delle relazioni tra città e campagna. Nella vita quotidiana è centrale il ruolo delle donne.

Bukavu è il capoluogo del Sud-Kivu, una regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. È una città in bellissima posizione panoramica, con cinque penisole che si allungano sul lago Kivu, assai profondo e abbastanza ricco di pesci e anche di gas, ancora pressoché intatto. Il combustibile usato fin qui dalla maggior parte della popolazione della città è il carbone di legna, che però causa la perdita di molti alberi. I più poveri raccolgono rami di legna secca che si trovano anche in città. Bukavu è una città di frontiera: al limite Sud del lago, un ponte collega al paese vicino, il Ruanda, cui appartengono le sponde orientali del lago. Molte donne congolesi varcano la frontiera, si approvvigionano al mercato di Cyangugu, per rivendere poi a Bukavu, pagando varie tasse alle frontiere. Nella parte che dà sul lago sorgono molte costruzioni di epoca coloniale e molte altre nuove, cresciute come funghi dopo la guerra. Le abitazioni più semplici e povere si trovano nei versanti delle colline che non guardano al lago o che lo vedono da lontano. La popolazione della città è aumentata di molto negli anni di guerra (ancora recenti): molti infatti sono sfollati dalle campagne per trovare protezione in città. Si è rotto così quel legame campagna-città che faceva sì che i contadini dalla campagna portassero i loro prodotti in città, per poi tornare al villaggio con il denaro o con acquisti di altri articoli utili come sale, pesce, materiale scolastico, abbigliamento… e tutti avevano di che vivere. Oggi sono pochi i contadini che vengono in città con i prodotti dei loro campi sulla testa per vendere e la gran parte del cibo viene da lontano.
Al porto
Moltissime donne di Bukavu sopravvivono con le loro famiglie grazie al trasporto sulla schiena di pesi spesso enormi, che superano il loro peso, dal porticciolo sul lago Kivu, chiamato Beach Manzi, fino al mercato o alla casa dell’acquirente.
La donna che svolge questa attività si alza al mattino presto e, se non ha figlie, attinge lei stessa l’acqua alla fonte comune o chiedendola alla famiglia vicina, perché non ha i soldi per pagare la quota mensile che le darebbe accesso al rubinetto comune. Poi, senza mangiare nulla, per le otto va al porto, in attesa che le piroghe arrivino. I figli passeranno la giornata da soli, inquadrati da uno più grande, se c’è, spesso vagando per la città come ragazzi di strada, a volte chiedendo un aiuto ai passanti o offrendo qualche piccolo servizio, come lavatura di auto o trasporto di pesi.
In breve, una folla si raduna sulla spiaggia antistante il porto, in attesa delle piroghe provenienti dall’isola di Idjwi, cariche di sacchi di farina, fagioli, carbone di legna, sabbia… alcuni sono acquirenti; molte donne, e anche uomini, sono alla ricerca di poter trasportare la merce acquistata; a volte disputandola energicamente. Un viaggio è tutto quel che si può ottenere in un giorno, ma capita anche che si torni a casa la sera senza aver trasportato nulla e perciò senza alcun soldo.
Il compenso è patteggiato con l’acquirente e varia tra i 200 e i 300 franchi congolesi (un dollaro vale attualmente circa 550 franchi): in genere la donna accetta per 200 franchi, data anche la concorrenza. Con questa cifra potrà acquistare un mucchietto di “kabuchungu”, pesciolini amari che si danno al pollame, o un mazzo di “lengalenga”, verdura simile agli spinaci. La donna mette il peso sulla schiena, tenendolo a sé con una corda che passa sulla fronte, e procede, curva, accanto al proprietario, fino al mercato o a casa sua. Gli uomini portano il peso sulla testa, deposto su una base di foglie o di stoffa.
A volte arriva mezzogiorno, le tre del pomeriggio e la donna non riesce ancora a trovare un viaggio; arrivano le sei di sera e lei è ancora lì, perché non può tornare a casa senza nulla; resisterà fino alle otto di sera, per poi tornare a casa sconfortata. Se ha guadagnato 200 franchi, troverà anche tardi una donna che vende un po’ di cibo, anche lei sperando di guadagnare qualcosa prima della notte.
La donna che fa quest’attività è magra per la fame e la fatica: a volte arriva a casa alle otto di sera senza aver toccato cibo, né lei né i figli che la aspettano, se non qualche pezzetto di manioca cruda. Con qualche pezzo di legna trovato qua e là accende il fuoco e cuoce, con un po’ di sale, senza olio, le patate o le verdure che ha comprato e le divide tra tutti; bevono un po’ d’acqua, poi dormono; all’indomani si riparte. Io stessa mangio solo a tarda sera e a volte vado a letto senza aver mangiato. Spesso la donna approfitta della notte per lavare e far asciugare l’unico suo vestito.
Mariti assenti o malpagati
Nell’associazione che abbiamo costituito sono circa cinquecento le donne portatrici di pesi che sono iscritte e undicimila i loro figli orfani di padre o abbandonati. Molte di queste donne infatti vivono sole con i loro figli, perché vedove o “madri speciali”, come le chiamiamo, cioè abbandonate dal marito. Altre volte il marito non lavora o, se lavora, riceve una paga irrisoria o non la riceve affatto.
Certi uomini lavorano come domestici presso delle famiglie benestanti, spesso per un pasto al giorno e dieci dollari al mese. Talvolta portano a casa pezzetti di sapone rimasti dal bucato del “padrone”, la testa, le zampe e le interiora del pollo che egli mangia. Le sentinelle che custodiscono le case dei benestanti vengono in genere pagate 25-30 dollari al mese. A volte fanno anche tre ore di strada a piedi per arrivare al posto di lavoro. Chi fa questo lavoro si considera fortunato: dieci dollari gli resteranno per qualche spesa personale, il resto andrà alla famiglia.
La spada di Damocle dell’affitto
Queste donne mancano di un benché minimo capitale - che potrebbe consistere anche in dieci dollari - per fare un piccolo commercio. Il sistema del microcredito è per loro inaccessibile, perché non hanno beni da segnalare come garanzia, come un pezzo di terra o una casa. In genere, specialmente le donne senza marito, abitano in case in affitto e alla sfida quotidiana di trovar da mangiare si aggiunge quella mensile dell’affitto, il cui valore minimo è di dieci dollari, per una casa di fango. Se accumulano alcuni mesi senza pagare, il proprietario le metterà sulla strada, insieme alle loro poche cose. In tal caso, l’unico ricorso è l’accoglienza solidale di un’altra famiglia spesso povera anch’essa. Per ridurre le spese, a volte due famiglie condividono una stessa casetta, separate da un telo. In seguito al terremoto, iniziato il 3 febbraio di quest’anno, molte di queste abitazioni sono inclinate e costituiscono un pericolo permanente.
Piccole commercianti
Se una donna riesce ad avere un capitale di 10 o 20 dollari, compra in mercati spesso lontani carbone di legna, farina, pomodori, lengalenga, o altre verdure. Un mercato frequentato dalle piccole commercianti è quello di Cyangugu, nel vicino Ruanda. Prima della guerra, il cibo veniva dall’interno della nostra provincia, oggi non più, a causa delle distruzioni, dello spostamento di popolazione dai villaggi alla città e delle minacce che permangono sul territorio; per questo, molte donne vanno oltre frontiera per approvvigionarsi di cibo e altri articoli di prima necessità, che poi venderanno in città.
Un altro mercato frequentato è quello congolese di Mudaka, a oltre dieci chilometri da Bukavu. Per evitare spese di trasporto, spesso le donne si mettono in viaggio alle cinque del mattino per arrivare a Mudaka a mezzogiorno. Acquistano e poi chiedono ospitalità per la notte a una famiglia del posto, che condividerà con loro anche il cibo della sera, gratuitamente. All’indomani mattina si rimettono in viaggio, di nuovo a piedi, portando la merce acquistata. Arrivate in città, la disporranno in piccoli mucchietti al mercato, oppure cammineranno lungo le strade con una bacinella di merce sulla testa. Questa seconda soluzione eviterà loro di pagare la tassa giornaliera di 50 franchi che le autorità riscuotono da chi vende al mercato o in un luogo fisso lungo la strada. In genere, le donne tornano al mercato di Mudaka un’altra volta nella settimana.
Il guadagno dipende dal capitale investito. Una donna piccola commerciante guadagna in genere 1000 franchi al giorno, cioè quasi due dollari. Deve stare attenta a lasciare intatto, o aumentare se possibile, il piccolo capitale, utilizzando solo il guadagno netto.
Gli imprevisti
Il fermo proposito di non toccare il capitale cede quando nella famiglia capita una malattia - infatti tutta la sanità si paga, dal dispensario, all’ospedale, alle medicine – o una morte.
Anche la morte è una spesa. Oggi in città nessuno più seppellisce i suoi morti avvolti in una stuoia o in un lenzuolo, come nell’interno: tutti cercano una cassa di legno, il cui prezzo si aggira attorno ai 50 dollari. Se si abita lontano dal cimitero, c’è da pagare il camion che trasporta la bara e le camionette che portano i partecipanti al funerale. Al cimitero c’è da dare un contributo alla sentinella, che indica il posto della sepoltura; scavare la fossa spetterà ai giovani della famiglia del defunto. C’è chi spende per tutto questo il suo capitale di 30 dollari e completa la cifra chiedendo soccorso alla comunità cristiana di base.
Un aspetto che mostra a che punto è giunta la fame in città è il fatto che la collina, un tempo destinata a camposanto, è diventata una distesa di campi. Le tombe più antiche sono divelte e la gente vi pianta fagioli e altro cibo. Ai morti è rimasta solo la parte estrema della collina. Le autorità hanno provato a scacciare questi coltivatori, ma essi hanno dichiarato di non avere altro posto, e allora le autorità tollerano. I militari a volte spadroneggiano per ottenere qualche soldo: “Chi ti ha dato il permesso di coltivare qui? Paga!”. Chi coltiva la collina dei morti lo fa con dispiacere. Se si chiede loro: “Perché coltivi dove hanno sepolto tuo fratello?”, risponderanno: “Che dobbiamo fare? È la fame!”. Spesso, chi coltiva la collina non mangia il raccolto, dice che ha un sapore strano: “È un raccolto che viene dal corpo di una persona!”. Allora magari lo vendono al mercato.
Tra gli imprevisti, non ultimo è il furto di denaro o di beni, ed è raro che sia punito. Toccare il capitale, o addirittura perderlo, porta la famiglia alla miseria.
Donne artigiane
Certe donne fanno attività di artigianato, come sartoria, lavoro a uncinetto, a maglia, ricamo. È vero che oggi molti acquistano vestiti usati venuti dall’Occidente o, a basso prezzo, venuti dalla Cina, però se ci fosse un po’ di benessere, queste artigiane non mancherebbero di lavoro. Altre preparano sapone, colorano i vikwembe, i tipici vestiti che noi portiamo, preparano la birra di banane. Altre coltivano i campi, allevano pollame, capre, maiali, mucche. Sono attività che domandano un minimo di risorse, ad esempio gli utensili di lavoro, un campo… e la possibilità di trovare clienti.
Anziane spesso sole
Le donne più povere sono le anziane, oltre a molti portatori di handicap. Quelle che possono camminare, è diventato abituale che il venerdì percorrano la città, chiedendo nei negozi a proprietari e clienti e alla gente per strada un’elemosina. Quante non hanno neppure questa possibilità sono veramente senza risorsa. Fortunate loro se hanno un figlio o una figlia che porta loro qualche soccorso. Molte però non hanno mai messo al mondo figli, oppure i loro figli sono morti tutti per malattia o guerra; altre abitavano all’interno e le milizie tipo Rasta – un misto di miliziani ruandesi e di banditi congolesi - hanno attaccato il loro villaggio bruciando le loro case e uccidendo sotto i loro occhi i figli, o trasportandoli in campi nella foresta da cui non sono più tornati. A queste donne sole non resta loro che la comunità cristiana di base e la parrocchia. Noi dell’associazione cerchiamo di render loro visita, di dar loro coraggio, di portare loro, quando possiamo, un po’ di zucchero o farina.
Miseri in un paese ricco
Perché questa miseria? Penso che almeno in città siamo molto numerosi, le famiglie mettono al mondo troppi figli. Soprattutto, questi figli non trovano lavoro, perché non c’è quasi nessuna industria.
Io non so che cosa vogliono dire quando dicono che il nostro paese è ricco. Chi ha tanti soldi – ce ne sono parecchi anche qui in città – spesso pensa a se stesso, si costruisce ville e si dimentica del povero e di pagare giustamente il suo operaio. Molti hanno dimenticato la parola di Dio. C’è gente che lavora duramente da anni e sopravvive appena, mi domando da dove viene la ricchezza degli altri.
Una grande causa della fame è la guerra, che ha distrutto persone, infrastrutture, ha fatto sfollare in città migliaia di persone che, a causa dei pochi mezzi e dell’insicurezza che permane, non possono ancora tornare nei loro villaggi. Interi villaggi sono stati bruciati, delle popolazioni sono sfollate, delle ragazze e donne violentate, il che ha comportato spesso lo sfascio delle famiglie. E chi all’interno produce riso, per esempio, non riesce a mandarlo in città per il cattivo stato delle strade e per l’insicurezza; allora in città si mangia del riso del Sud-Est asiatico. Vaste parti del nostro territorio sono ancora occupate e coltivate da gruppi armati stranieri. I ricchi, loro, vanno a fare spesa lontano: in Kenya, in Uganda, negli Emirati Arabi (Dubai) e perfino in Cina.
Felicitare o dispiacersi?
Felicitare queste donne che lottano per la vita? Forse, ma soprattutto penso che bisogna dispiacersi per loro, perché in questo grande sforzo soffrono molto, perdono forza e anche la vita e i loro figli resteranno orfani. Chiedo alle donne dei paesi del Nord che aiutino queste donne, affinché escano da questa dura condizione e siano anch’esse considerate come le altre donne del mondo. Chiedo a chi ha il potere politico di fare il possibile affinché gli stranieri armati, che sono sul nostro territorio, possano tornare nel loro paese e noi possiamo ritrovare la serenità di abitare i nostri villaggi e coltivare le nostre terre. Non li odiamo, anzi li amiamo; ricordiamo che Gesù ha detto di non restituire male a chi ci fa del male; chiediamo semplicemente che possano tornare nel loro paese e che possiamo ritornare all’intesa reciproca di un tempo.
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