Approfondimenti
Repubblica Democratica del Congo dopo la guerra
Pierre Kabeza
Dopo una guerra spaventosa che ha fatto milioni di vittime, la strada della ripresa democratica e della riconciliazione appare irta di difficoltà. Dopo le elezioni ora è urgente ricostruire la democrazia e instaurare uno stato di diritto. La testimonianza di un insegnante sindacalista.
Sono sindacalista e insegnante a Bukavu, provincia del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Sono molti i problemi nel Congo. Uno di quelli che più mi sta a cuore sta nella difficoltà dell’insegnamento e dell’educazione.Ma, prima ancora, sento il dovere di illustrare la durissima condizione in cui vivono le donne nel mio paese. Perché penso al fatto che, se mia madre fosse stata uccisa prima di mettermi al mondo, io non sarei nato. La mia fede cristiana poi mi dice che Gesù, per venire al mondo è passato attraverso il corpo di una donna per poterci liberare dal peccato.
Fa orrore il modo in cui in Congo vengono trattate le donne. Vorrei davvero che tutte le donne si mettessero a fianco delle congolesi, in lotta ogni ora e ogni minuto per la loro dignità, per la loro vita.
Ogni minuto nel mio paese una donna viene violentata. Nel Kivu, in particolare, il corpo della donna è diventato una specie di campo di battaglia: uomini armati violentano, uccidono, distruggono la vagina delle donne con bastoni e con armi da taglio.
Le adolescenti vengono rapite e ingravidate. Molte donne, a causa di queste violenze, vengono rifiutate dalla loro famiglia e si ritrovano in un ospedale. Una situazione del genere è molto dura e veramente drammatica.
Il genocidio dell’Aids
In più nella mia regione, quella dei Grandi Laghi, la regione del genocidio ruandese, un altro genocidio si prepara in silenzio, a causa della diffusione dell’Hiv.
Vorrei chiedere a tutte le donne, a tutte le madri, a tutte le figlie, di mobilitarsi per difendere la dignità della donna congolese. Esattamente come il mondo si è mobilitato per lottare contro altri genocidi, contro la siccità in Etiopia o a favore del popolo palestinese. Si dia un forte contributo per mettere la parola fine a questo crimine, a questa situazione veramente drammatica vissuta dalle donne congolesi dei nostri villaggi.
A mio avviso si tratta di una forma nascente di terrorismo in Africa. Le donne sono violentate, rapite e portate nella foresta dove diventano schiave sessuali. Sarebbe necessario vedere, perché non basta immaginare, per capire in che condizioni vengono poi liberate. Se non vengono uccise, dopo essere rimaste incinte e avere vissuto nella foresta, qualcuna viene liberata. Ma la liberazione avviene perché la vittima possa tornare al villaggio a chiedere un riscatto alle famiglie per le altre prigioniere. Se quanto chiesto non viene esaudito, saranno uccise.
Ci rapiscono le madri, le figlie, le sorelle e, dopo averle violentate e mutilate, ci chiedono un riscatto per liberarle. Ma con quali soldi pagare? Questo denaro deve essere ricercato tra gli abitanti del villaggio, impoveriti sì dal sistema economico, ma anche dalle continue guerre. Questo è quanto io chiamo “terrorismo africano nascente”.
Lo stupro di donne, e le conseguenti nascite di bambini, rappresentano una “bomba a scoppio ritardato”. Bambini, che mai hanno chiesto di nascere, vedono la luce in seguito a terribili violenze. Sono loro la “bomba a scoppio ritardato”. Contro di loro sta avvenendo un fatto pericoloso: a due, a tre, a cinque anni vengono rifiutati dalla società. Cercheranno, comunque, di trovarsi un posto al suo interno. Ci si può chiedere: come si comporteranno quando verranno rifiutati e avranno dodici, quindici, diciotto anni? Eppure, il nostro paese ha firmato la Convenzione dei diritti del bambino del 1989. Un documento in cui si sancisce anche il diritto allo studio per ogni minore.
Il diritto all’istruzione
Eppure, nella RDC, l’insegnamento è stato completamente abbandonato. Sotto questo aspetto il Congo si trova tra gli ultimi cinque paesi dell’Africa. Le statistiche sono terribili: solo il 30% dei bambini può recarsi a scuola. Gli esperti non esitano a parlare di più del 60-70% di giovani congolesi analfabeti, per non dire degli insegnanti. Ormai si fugge da questa carriera. Alcuni lasciano il Congo per andare in Ruanda, nell’altro Congo, in Zambia o negli altri paesi vicini. Altri abbandonano la carriera di insegnante per intraprenderne altre, per lavorare con istituzioni che pagano meglio. Morale della favola. Nel Congo l’educazione è completamente sabotata. Come insegnanti, quest’anno, abbiamo indetto uno sciopero cominciato nella mia regione, nel Kivu, e allargatosi a tutte le provincie del paese. Il Congo è grande come l’Unione Europea, 2 milioni di chilometri quadrati, forse anche di più. Lo sciopero è cominciato a Bukavu e si è esteso a tutto il territorio. Quest’anno non c’è stato un ritorno a scuola, nessuna apertura dell’anno scolastico. Vorrei spiegare le ragioni. Al momento del referendum, abbiamo votato per una Costituzione che, all’articolo 43, riconosce a tutti i bambini congolesi il diritto di andare a scuola gratuitamente, se non altro in quella elementare. Dopo più di un anno e mezzo dalla promulgazione, l’insegnamento della scuola primaria è ancora impedito. I bambini vedono violato questo diritto un giorno dopo l’altro. Per questo abbiamo deciso di non cominciare l’anno scolastico. Sappiamo che il paese dispone di grandi ricchezze potenziali, ma ci sono anche ricchezze finanziarie mal gestite e mal distribuite. È scandaloso confrontare lo stipendio di un ministro con quello di un insegnante o lo stipendio di un deputato con quello di un militare. È scandaloso quanto percepisce l’amministratore di un’impresa pubblica in confronto allo stipendio di un poliziotto. Io credo che i soldi ci siano nel Congo e posso assicurarvi che questo è lo sciopero dei poveri di fronte a una minoranza che ha concentrato nelle sue mani tutte le ricchezze. È cominciato il 3 settembre 2007 e continua tutt’oggi. (N.d.R.: La testimonianza che pubblichiamo è della fine del mese di ottobre). Le sole scuole aperte sono quelle per i bambini dei ricchi, dei ministri, degli amministratori delegati, dei deputati, di coloro che hanno in mano i soldi. Il 98% delle scuole del paese, quelle per gli alunni di tutte le altre categorie sociali, sono chiuse.
Io e i miei compagni chiediamo che i diritti degli insegnanti siano riconosciuti e non solo i loro. Ci sono stipendi passati da un dollaro e mezzo a 40 dollari al mese. È il caso dei custodi delle scuole. Questo miglioramento significa che risultati ne abbiamo ottenuti. Pensiamo che 40 dollari siano sempre pochi. Nemmeno con 200, infatti, si riesce a sopravvivere bene. Perciò crediamo che questa lotta debba continuare.
Vivere con nove dollari al mese
Accanto a noi ci sono tutte le famiglie di altri dipendenti dello Stato. Ad esempio i militari. Un militare in Congo percepisce 9 dollari al mese e gli si chiede di lavorare sempre di più. Noi abbiamo chiesto anche che vengano migliorate le loro condizioni di vita. Abbiamo chiesto che si migliorino le condizioni di vita dei poliziotti e in generale di tutti i congolesi. I bambini sono mal nutriti, quando non addirittura sottoalimentati. Spesso svengono in classe perché non mangiano da due o tre giorni. Io ho una formazione da biologo e posso dire che, se non ci sforzeremo per nutrirli, nell’arco di dieci anni non saremo più competitivi nei confronti degli altri paesi, perché l’intelligenza si può sviluppare grazie ad una buona alimentazione. Prima di poter riaprire le scuole, è necessario che si avveri una condizione: il miglioramento della vita di tutti i lavoratori. Solo così questi bambini, che ogni giorno svengono per la fame, potranno migliorare la qualità della loro vita.
Nonostante le elezioni, il dramma congolese non è ancora finito. Però, siamo un popolo che si batte. Siamo convinti che anche con l’appoggio della comunità internazionale, accompagnati da voi, il Congo riuscirà a tirarsi fuori da questa situazione, esattamente come gli altri paesi.
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