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Al mercato del dialogo

Dalla democrazia politica alla democrazia economica

Abel Gbetoenonmon

Il Benin, dopo anni di dittatura, sotto la spinta della società civile, ha conquistato la democrazia. Ora si presentano due sfide: la lotta alla corruzione e l’inserimento nel mercato che, per essere umano, deve essere basato sul dialogo e non solo sul profitto.

Nel mio lavoro racconto l’esperienza di un popolo che ha combattuto, che continua a combattere e che rappresenta, secondo me, una piccola luce di speranza per l’intera Africa. Questo piccolo paese è il Benin, in Africa occidentale. L’Europa, in quanto potenza coloniale, ha svolto nella nostra storia un ruolo, certamente negativo ma, d’altro canto, anche utile.
Occorre abbandonare le vecchie parole e i vecchi concetti che ci hanno accompagnati per anni: socialismo, capitalismo, imperialismo. Dobbiamo abbandonare questi “ismi” e domandarci piuttosto: che cosa deve essere l’Africa in Africa? Perché ci sarà sviluppo solo quando ogni africano capirà che il destino dell’Africa dipende da lui e non da altri.
Il nostro destino è nelle nostre mani
Noi stessi dobbiamo insediare e rendere efficaci buoni governi, dobbiamo agire noi in modo che i frutti della ricchezza siano equamente suddivisi. Questo non ce lo può dare l’Europa, dobbiamo trovarlo da soli. L’Europa ci può accompagnare in questo cammino, accompagnandoci in questo mercato mondializzato, globale, che provocatoriamente vorrei chiamare mercato del dialogo, l’Europa deve porgere la sua mano all’Africa e l’Africa deve rispondere rimanendo in piedi, ossia rifiutando tutto ciò che ci può riportare indietro.
In Benin l’indipendenza risale al 1960. Ad essa è seguito un periodo di scontri, colpi di Stato e cambi di regime prima che il controllo del potere fosse preso da Mathieu Kérékou. La sua è stata una dittatura marxista-leninista durata diciassette anni e quando, dopo il 1985, gli studenti hanno capito che non si poteva continuare, l’hanno sfidata.
Tanti amici sono stati messi in prigione, io con loro, ma non abbiamo mai abbandonato la nostra lotta. Ci dicevamo che finché non fossimo riusciti ad abbattere la dittatura, non ci saremmo fermati. La Francia e altri partner elaborarono allora un piano perché si potesse affiancare al Presidente di allora, il generale Mathieu Kérékou appunto, un primo ministro. Questo fatto avrebbe concluso quell’esperienza e si sarebbe instaurato un regime semi-presidenziale privo della connotazione marxista-leninista. Il Presidente Mathieu, però, sarebbe diventato una specie di sovrano, un nuovo imperatore. Un piano segreto voluto dalla Francia, senza tener conto della popolazione. Noi, però, ne venimmo a conoscenza. La società civile allora si mobilitò. Presentò un documento alternativo ai lavori della Conferenza nazionale, alla fine dei quali fu stabilito che il Benin doveva diventare un paese democratico. La pluralità doveva diventare una realtà, non si poteva più accettare che le libertà fossero imbavagliate.
Era il 1990. Noi, tuttavia, non abbiamo incrociato le braccia dicendo ce l’abbiamo fatta, siamo a posto. C’è stato uno sforzo continuo per proteggere e consolidare la nuova democrazia, perché proprio i momenti successivi alla sua affermazione sono quelli più pericolosi. Avevamo un progetto preciso: agire in modo che la nuova democrazia non cadesse. Perché, se questo fosse accaduto, avrebbe tarpato le ali ad altri paesi che erano ancora sotto dominio della dittatura. I nostri fratelli della società civile di altri paesi si sarebbero scoraggiati. La sfida non era soltanto per noi, ma anche per gli altri paesi africani.
Lo sforzo di consolidamento di questa nuova e giovane democrazia divenne l’elemento condiviso da tutti gli elementi della società civile. Avevamo bene in mente che la democrazia è una necessità per lo sviluppo dell’Africa, che l’appoggio interno alle istituzioni non è sufficiente a un paese appena consolidato e privo di un’economia che lo sorregga, minacciato all’esterno da mercati spietati.
Tra il 1990 e il 1995, scelte economiche sbagliate portarono ad una svalutazione del franco cefa. Arrivò la crisi, con licenziamenti e disoccupazione. Soprattutto le donne e i contadini hanno capito che era necessaria una nuova suddivisione della ricchezza. Il sistema messo in opera non lo permetteva perché una specie di cancrena, ancora più accentuata di quanto non fosse sotto la dittatura, si era inserita nella burocrazia: la corruzione.
Una locomotiva senza stazioni
Con l’abbandono del primo presidente e il ritorno al potere del generale Kéréku, abbiamo potuto vedere che un’intera mafia si era organizzata all’interno del potere, riuscendo ad affamare il popolo. Abbiamo insediato, allora, un fronte delle organizzazioni per la lotta contro la corruzione. Attraverso questo fronte, varie organizzazioni hanno fatto di tutto per sensibilizzare e fare informazione, così che si potesse porre fine a questo flagello. Come un sol uomo, il popolo intero ha spazzato via tutto ciò che era il sistema politico esistente utilizzando le sole vie della democrazia. Abbiamo messo al potere un uomo che non aveva nessun legame con il mondo politico del passato, il dottor Boni Yayì, presidente della Banca Occidentale Africana dello sviluppo.
Era arrivato il momento di potersi dedicare all’economia e ai problemi dello sviluppo. Come era possibile per un paese come il Benin arrivare a raggiungerlo? Si è risposto alla domanda seguendo una linea guida che si articola su tre punti guida: buon governo interno, integrazione regionale, lotta alla povertà. Da realizzarsi attraverso il decentramento amministrativo e l’apertura del mercato interno, che potesse finalmente diventare uno spazio aperto. L’istituzione che avrebbe consentito tutto ciò sarebbe stata la Piattaforma della società civile, costituita nel 2003, di cui sono segretario generale.
I mercati luogo di dialogo

I mercati non devono essere solo il luogo dell’incontro tra domanda e offerta, ma anche un luogo di dialogo. Se fossero solo luogo di incontro tra domanda e offerta, vincerebbe sempre il più forte. Se vogliamo invece creare un mercato umano, dobbiamo creare al suo interno uno spazio di dialogo. Abbiamo bisogno di rileggere la teoria economica, dunque. In questo contesto l’Organizzazione Mondiale del Commercio deve servire come spazio di sviluppo dei più poveri attraverso il commercio. Qui l’Europa dovrebbe intervenire perché l’Africa possa vendere i suoi prodotti a un prezzo giusto per ottenere un reddito giusto. Invece è l’Europa stessa a proporre l’aberrazione degli “accordi di partenariato economico”. Così si crea il mercato degli inganni.
Dobbiamo invece costruire un fronte comune, altrimenti in Europa verranno altre migliaia di clandestini per soddisfare i loro bisogni elementari. Gli accordi di partenariato economico parlano di reciprocità tra noi e l’Europa, ma di quale reciprocità possiamo parlare tra un’Europa sviluppata e un’Africa disarticolata? Di una reciprocità asimmetrica, quindi di una farsa.
Bisogna, invece, mettersi in una logica di vero partenariato per aiutare i paesi africani a migliorare la loro capacità di governo e di democrazia, anziché badare alle sole relazioni commerciali. Tra Europa e Africa deve esserci un dialogo prima di tutto, ma non una reciprocità impossibile quale quella tra un povero e un ricco. Se l’Africa è sviluppata può risolvere alcuni problemi dell’Europa.
L’Europa dovrebbe aiutare la società civile dell’Africa, anziché i suoi governanti corrotti. Se la mondializzazione è una locomotiva che bisogna assolutamente prendere, dobbiamo ricordarci che l’Africa non ha stazioni. A che servirà allora avere una locomotiva?
Gli accordi di Lomè (1975) prevedevano che le merci provenienti dalle ex colonie africane potessero entrare in Europa senza diritti doganali. Gabellando la cosa come un trattamento a favore dei paesi africani, il WTO/OMC ha stabilito la fine di questi rapporti preferenziali e la loro sostituzione con accordi fondati sulla reciprocità (APE), ovvero una vera e propria introduzione del libero scambio tra le merci dei due continenti. In altri termini, l’Europa vorrebbe che le sue merci accedessero all’Africa senza pagare dazi.
I paesi africani nel dicembre 2007 hanno abbandonato il tavolo delle trattative del Vertice Unione Europa-Africa di Lisbona. Il presidente della Commissione europea Barroso è stato costretto a cedere e ad accettare la rivendicazione degli Stati africani, impegnandosi a riprendere i negoziati nel febbraio 2008.
Un altro problema per il Benin è costituito dal fatto che il governo vorrebbe trovare tre milioni di ettari di terre agricole e forestali per destinarli a piantagioni industriali per produrre etanolo e diesel. Le conseguenze sarebbero tragiche per la popolazione che vedrebbe aumentare il prezzo dei prodotti alimentari che servono alla sussistenza.

 

 

Integrare l’Africa nell’economia globale sembrava, almeno a prima vista, promettente. Con le strategie di liberalizzazione imposte all’Africa dal FMI (Fondo monetario internazionale) e la Banca Mondiale, i beni sono diventati largamente disponibili, i trasporti sono migliorati, e le monete sono diventate più stabili. Ma è proprio questa la via per vincere la povertà? Gli incontri che, lungo la storia, ebbero luogo fra l’Africa e il mondo hanno fruttato schiavitù, occupazione coloniale e neo-colonialismo; hanno di- strutto le strutture sociali, politiche ed economiche del- l’Africa. La globalizzazione non sarà un altro nome per lo stesso gioco? Siamo solo agli inizi e l’Africa ha già pagato un caro prezzo. La speranza di vita è diminuita in maniera drammatica, non solo a causa dell’AIDS, ma perchè i poveri non possono più pagarsi l’ospedale. La mortalità infantile è in aumento. Le cure mediche e l’istruzione stanno diventando non un diritto di tutti, ma un privilegio dei ricchi. La linea di divisione economica si allarga non solo fra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, ma dappertutto fra poveri e ricchi e larghi settori della popolazione che sono esclusi dai benefici economici. L’Africa sta diventando sempre più marginalizzata in termini di commercio mondiale. Il 20% più povero della popolazione ha solo l’1% del commercio mondiale. La globalizzazione ha portato un aumento nel commercio di armi, sesso e droghe.

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