Approfondimenti
Ruanda, dopo il genocidio
Laurien Ntezimana
Il genocidio ruandese ha segnato un punto tragico nella storia recente del continente africano. L’associazione “La via della pace” da anni lavora nella costruzione di rapporti nuovi che, partendo da questa catastrofe, la interiorizzino e sappiano far riemergere l’amore della vita.
Laurien Ntezimana è un teologo. Un uomo alto, altissimo. Ha due enormi occhi neri che esprimono tutta la drammaticità della sua vita, come racconta egli stesso nell’articolo seguente.Vorrei raccontarvi l’esperienza di una piccola associazione, “La via della pace”, creata insieme ad altri amici. Durante il genocidio del 1994 in Ruanda, l’associazione ha cercato un linguaggio che non fosse quello della violenza. Per tentare di generare meccanismi nuovi e diversi da quelli che ci avevano portato a quella tragedia. Per trasformare la lotta e per cambiarla in danza. Perché la ricostruzione di una società equilibrata deve somigliare più a un passo di danza che a una lotta.
Ogni giorno spiego a chi incontro che si può fare un buon uso delle catastrofi, perché esse ci aiutano a sperimentare una vita a prova di morte. Infatti é la morte che rivela la vita, la svela. La nostra cultura e la nostra educazione non ci preparano a vivere passando attraverso questa grande verità: la morte rivela la vita. Allora, quando capitano catastrofi come quella che abbiamo vissuto in Ruanda, è necessario partire da loro per far fiorire la vita. Per imparare dalle battaglie perdute e non ripetere gli errori commessi. Noi che ne siamo stati testimoni abbiamo il dovere di tramandarne la memoria alle nuove generazioni. Dobbiamo utilizzare il genocidio dei Tutsi e il massacro degli Hutu moderati al meglio per la vita. Abbiamo il dovere di tenere a mente la sequela di egoismi e di incoscienza che li hanno resi possibili, di aprire gli occhi sulle crudeltà che li hanno caratterizzati.
Una catastrofe prevedibile
Sappiamo, col senno di poi, che la catastrofe era prevedibile e, per questo, evitabile. Sappiamo anche che succede sempre così: c’è qualcuno che sa, che avrebbe potuto agire prima dell’irreparabile, ma ha lasciato fare.Proprio per questo dobbiamo oggi apprendere le lezioni che ci vengono dall’esperienza di questa tragedia.
La prima: nonostante quanto è stato detto e scritto sul valore della vita umana, ci sono individui che stanno molto in alto, che hanno responsabilità, i quali hanno interessi superiori al valore della vita umana. Per avidità e per voglia di potere. Occorre cambiare i paradigmi. Cominciare a pensare e ad agire in maniera diversa. Ho in mente individui che, mentre il genocidio era in atto, ne hanno approfittato per costruirsi una posizione sia economica che politica.
La seconda: non pensiamo mai che ciò che per noi è innominabile lo sia per tutti. Dobbiamo, invece di arrabbiarci e piangere, far sì che il livello della coscienza umana, a forza di compassione, sia più alto.
La terza: è necessario che ci impegniamo e lavoriamo per aumentare la nostra e l’altrui umanità. Gli eroi dell’umanità durante il massacro ruandese oggi non sono abbastanza ricordati.
Infine la quarta: si ricorda più facilmente il negativo che il positivo. Bisogna perciò cambiare il nostro sguardo sulle cose. La Passione ruandese può servire alla salvezza di tutto il mondo, com’è servita quella di Cristo.
La via della pace
Con la nostra associazione “La via della pace” abbiamo voluto tentare di iniziare un nuovo cammino. Innanzitutto attraverso la decostruzione della violenza in ogni nostro atto pubblico. Abbiamo iniziato ad organizzare corsi durante i quali abbiamo cercato di preparare chi ci ascoltava a scoprire la violenza anche quando ha forme inattese. Per questo scopo, abbiamo utilizzato l’antropologia, la teologia e la storia del Ruanda per mostrare che il problema non sono le etnie, ma il potere. Nei corsi facciamo anche informazione, cerchiamo di insegnare la salute del corpo, della mente e dello spirito attraverso esercizi di rilassamento e di concentrazione. Facciamo in più esercizi di respirazione perché, nei momenti difficili, bisogna saper respirare.Proponiamo poi esercizi intellettuali, perché bisogna imparare a leggere senza violenza un contesto violento. Infine, curiamo anche la formazione spirituale, soprattutto attraverso una liturgia che declini correttamente la storia e la parola di Dio. Altrimenti la Parola di Dio resta sospesa, non tocca la terra. E, senza toccare la terra, rischia di essere inefficace. Lo scopo del nostro lavoro è quello di diffondere la pace intorno a noi per creare nuclei generatori di pace.
Il Prefetto di Butare, dove noi lavoravamo prima del genocidio, pensando che il nostro metodo fosse utile anche per i responsabili della pubblica amministrazione, ci ha invitato a dare formazione ai membri dell’esercito, della polizia, delle sottoprefetture, del settore amministrativo. Quando abbiamo concluso questa formazione di circa 400 persone, ci ha incaricato di attraversare le linee dei due eserciti e di portare queste tecniche di pace al Fronte Patriottico Ruandese. Io e Innocent (uno dei fondatori dell’associazione) abbiamo attraversato le linee a nostro rischio e pericolo e siamo andati a parlare ai militari del Fronte Patriottico. Siamo riusciti, ma ciò non ha avuto gli effetti sperati perché, nell’aprile del ‘94 avremmo dovuto tornare per parlare con i membri dell’esercito. Il genocidio, però, aveva vanificato tutti i tentativi di pace intrapresi fino a quel giorno. Innocent ne fu una vittima e qualche anno dopo anche Modeste (tra i fondatori dell’associazione) morì. Vide allora la luce l’AMI, “Associazione Modeste e Innocent”, fondata nel 2000. L’AMI vuole promuovere pratiche di pace, come il diritto di stare bene: nella salute del corpo, del cuore, della mente e dello spirito; e vuole promuovere la responsabilità di essere efficace in ogni campo della vita e della società civile: economico, politico e sociale.
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