Burundi: il futuro sulle colline
Petronilla Kibwa
Dirige diverse cooperative di produzione agricola. Ha le idee chiare: l’Africa può e deve perseguire l’autosufficienza alimentare. Ciò le consentirebbe di liberare risorse per la salute e l’istruzione. Ma i mercati sono ancora troppo chiusi ai prodotti africani.
Nel mio paese, il Burundi, mi occupo di tredici cooperative agricole riunite in una federazione. Tutte realtà dislocate all’interno del paese, non nella capitale.Il Burundi, come la maggior parte dei paesi africani, vive di agricoltura ma, come in tutta l’Africa, la resa è molto bassa per una serie di fattori: strumenti di lavoro poco efficaci, lavorazioni eseguite manualmente, meccanizzazione quasi nulla, sono alla base di un’agricoltura poco redditizia, dai risultati incerti. Ne è esempio l’uso di aratri in legno che consentono di arare estensioni limitate di terreno.
Questo stato di cose non permette di fare fronte all’aumento della popolazione e alla necessità conseguente di nutrire un numero sempre maggiore di persone. Di qui il fallimento degli obiettivi dei governi in campo alimentare. Si allontana così la realizzazione di una delle priorità assolute per il continente: l’autosufficienza alimentare. Anche le continue guerre rappresentano una causa di questo deficit alimentare. Esse infatti hanno provocato una diminuzione di offerta di prodotti, un calo della loro qualità, soprattutto di quelli destinati all’esportazione, una perdita del patrimonio animale e una riduzione delle risorse naturali. Questo drammatico processo ha portato a carestie vere e proprie, costringendo l’Africa ad accettare aiuti dall’esterno spesso consistenti in prodotti alimentari scaduti, in più accompagnati da atteggiamenti assistenziali che provocano dipendenza.
Sicurezza alimentare
Il nostro governo dovrebbe mettere in atto una politica di sicurezza alimentare e portare l’alimentazione della popolazione a livelli accettabili. Sono ancora troppe le persone sottoalimentate. I governi amici, anziché distribuire viveri, perché non ci aiutano finanziando colture ad alto valore nutritivo? Un intervento del genere ci consentirebbe di ottenere più di un risultato. Primo fra tutti il miglioramento della bilancia commerciale, che farebbe crescere il reddito delle famiglie contadine e migliorerebbe la produttività del settore agricolo. Si permetterebbe così il passaggio fondamentale da un’agricoltura di sussistenza a un’agricoltura di mercato reale. Nel lungo termine, strategie valide potrebbero essere quelle volte ad aumentare la produttività per unità di superficie, venendo aiutati dall’esterno a praticare coltivazioni intensive piuttosto che estensive.Nei miei viaggi in Italia ho osservato che i terreni sfruttati non sono molto grandi, eppure riuscite ad averne per voi e ad intervenire anche con aiuti. Occorrerebbe avere accesso a un numero maggiore di mercati dove poter vendere i nostri prodotti di qualità. Così potremmo gestire in modo più razionale i redditi di quel settore e scegliere le nuove nicchie di investimento. Nelle cooperative dove lavoro, abbiamo predisposto un sistema di stoccaggio dei prodotti con lo scopo di prevenire i periodi di carestia e di poter trarre profitto dal mercato. Abbiamo ottenuto buoni risultati, ma le perturbazioni climatiche hanno reso vane le nostre speranze. La meccanizzazione e l’esistenza di sistemi di irrigazione sono diventati bisogni assoluti nel campo agricolo. La realizzazione di aziende per la produzione di concimi chimici, ammesso che sia necessario usarli, ci esonererebbe dall’acquistarne all’estero, consentendoci forti risparmi. Non possiamo tenere separata l’agricoltura dall’allevamento del bestiame.
A causa delle guerre, il numero degli animali domestici è diminuito e il concime naturale non è più sufficiente. Il governo si è molto preoccupato di favorire le fattorie moderne perché incrementino la commercializzazione delle razze animali ad alto valore genetico, cioè gli incroci. Le industrie di questo settore sono praticamente inesistenti, in parte perché non produciamo a sufficienza, ma anche perché non troviamo mezzi per conservare eventuali surplus agricoli. Potessimo arrivare a questo punto produttivo, potremmo anche esportare in modo ben più importante di quanto avvenga oggi.
Collaborazione e non cooperazione
A volte, per allontanare i nostri prodotti dai mercati, i concorrenti ci accusano di non essere in grado di fornire le quantità volute. A questo punto potrebbe intervenire la collaborazione dei popoli. Sottolineo collaborazione, non cooperazione. Chiquita Brands ad esempio, potrebbe acquistare banane del Burundi, piccole ma straordinariamente buone, collaborando così col mio paese. Stesso discorso nel campo della piscicoltura. Chiedo scusa se decanto i prodotti del mio paese, ma ho sempre pregato Dio di offrirmi una tale possibilità. Ebbene, abbiamo piccoli pesci eccellenti di gusto e di alto valore nutritivo. Vorremmo poter accedere ai mercati internazionali con aziende che possano conservarli. Cooperazione e collaborazione sono parole che sembrano simili, ma che non significano la stessa cosa. Se la società accetta di collaborare col Burundi, il mercato cambia. Di lì potremmo realizzare i redditi utilizzabili per la tutela silvicola, per arginare il disboscamento delle colline spogliate del legno per fabbricarne mobili e ricavarne carbone, per produrre energia da fonti alternative.Gli effetti della guerra
Le conseguenze della guerra colpiscono gravemente il sistema agroalimentare, così come il sistema della salute. Non si può parlare di mondo agricolo senza parlare di salute e di educazione scolastica. Gli effetti della guerra sono la distruzione delle infrastrutture, della salute delle popolazioni, l’abbandono del territorio da parte del personale medico e paramedico, la penuria dei farmaci, l’aumento del loro prezzo anche a causa della svalutazione delle monete nazionali. Il congelamento dei finanziamenti esterni blocca o riduce drasticamente i servizi sanitari per la popolazione. I numeri parlano chiaro. Durante la guerra il tasso di copertura dei vaccini per bambini sotto i cinque anni è sceso dall’80 al 55 per cento. Il tasso di mortalità infantile è stimato attorno ai 150 casi ogni 1000 entro i cinque anni; l’attesa di vita alla nascita è di 35/39 anni a causa dell’Aids, che colpisce tutti i settori della vita economica e sociale. La lotta contro quel virus non riguarda solo la salute, ma anche lo sviluppo produttivo del paese.Spesso si definisce l’educazione scolastica diritto universale. Nei paesi africani, invece, un grande numero di bambini non frequenta la scuola a causa della grande povertà delle famiglie. Così i bambini, invece di andare a scuola sono costretti ad andare a lavorare.
Partendo dall’agricoltura, abbiamo visto che tutto è contenuto in questo argomento: mancanza di mercati, monete nazionali deboli, deboli produzioni e, dunque, povertà e scolarizzazione insoddisfacente. Anche chi può frequentare la scuola, finiti gli studi, diventa un disoccupato. Bisognerebbe poter creare posti di lavoro. Molti vengono in Europa convinti di poter fare fortuna. Ma vengono delusi e respinti da un muro di rifiuti. È intollerabile che ciò avvenga, perché le ricchezze che avrebbero potuto permettere a queste persone di non dovere emigrare sono state saccheggiate.
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