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La mia Africa tra contraddizioni e speranze

Adamo ed Eva erano neri e bellissimi

Alex Zanotelli

L’Africa è rimasta fuori dal circuito mondiale dell’economia globalizzata. Questo rappresenta una speranza. I popoli neri sono il futuro perché, nonostante tutto, vogliono vivere, danzare la vita. Non avremo futuro se non riconosceremo le nostre radici africane.

L’Africa è un continente che soffre, che continua a soffrire. Penso che nessuno possa dubitarne. Di fronte a tanta sofferenza, dove si può trovare speranza, non solo per dare una mano all’Africa, ma perché questa terra diventi per noi una speranza?
Veniamo tutti dall’Africa
Noi che viviamo in Occidente dovremmo capovolgere gli assetti, rivoltarli come un calzino e cominciare così a partire non da noi, ma dall’Africa. Perché è davvero il continente madre. Non ne abbiamo altre di madri. La scienza ci ripete che l’homo sapiens è nato in Africa: i nostri bellissimi Adamo e Eva erano nerissimi neri, nerissimi e belli. Cominciamo a guardare lì, cercando di capire un aspetto fondamentale: noi proveniamo da lì, lì c’è la nostra madre. Tutto il resto è stato un lungo e difficile cammino. Ma è fondamentale ritornare alle radici.
Non dimenticherò mai un incontro con un grande pensatore africano, Cheikh Anta Diop, che ha lavorato sulla civiltà faraonica, fino ad affermare che era una civiltà nera. Ricordo un episodio: doveva essere il 1981-82, eravamo in Senegal a Dakar, io ero direttore di “Nigrizia” e lui non mi voleva ricevere, pensando che fossi lì per un’intervista politica. Alla fine è rimasto così contento che, accompagnandomi alla porta, mi ha detto: «Ricordati che questo continente non avrà futuro se non riscoprirà le proprie radici».
Penso che l’umanità non avrà futuro se non riconosce le proprie radici africane. Questo fatto ci dà una prospettiva nuova sul come leggere la storia e come guardare a noi, che non siamo il cuore del mondo. Perché, dobbiamo saperlo, tutti hanno dato un contributo alla civiltà umana.
Una volta mi è stato chiesto di presentare la figura di Paolino da Nola, l’iniziatore del monachesimo nei primi decenni del ‘400, gli anni del crollo dell’Impero romano accerchiato dai barbari. Riflettevo che, proprio in quel momento, nuove, grandi figure storiche – Agostino, Ambrogio, Martino di Tours – stavano gettando i semi per qualcosa di nuovo. Si trattava certo del crollo dell’Impero romano, ma anche dell’inizio di qualcosa di nuovo.
Quando pensiamo all’Africa, quando vediamo ogni giorno i tanti che di là, spesso anche rischiando la vita, attraversano le nostre frontiere, a tanti viene da pensare che siamo circondati dai barbari. Invece proprio loro sono le nuove risorse, che daranno vita a una civiltà nuova. Così come, alla caduta dell’Impero romano, i barbari hanno costruito l’Europa. Dalla pressione esercitata su quell’11% del mondo che consuma come l’88%, può nascere qualcosa di nuovo. Noi, in Occidente, siamo ormai infiacchiti, indeboliti, abbiamo fatto la nostra parte di storia. Penso che la novità venga dal di fuori, dall’Africa in particolare.
Danzare la vita
Raramente ho visto un popolo con tanta voglia di vivere. Sono vissuto per dodici anni a Korogocho e raramente ho conosciuto, pur tra immense tragedie, una tale forza di volontà, una tale speranza, una tale gioia di vivere e di danzare la vita. Una cosa impossibile in Italia. Sono proprio i popoli neri che costituiranno il futuro, perché hanno voglia soltanto di danzare la vita.
Motivo di speranza è che l’Africa è rimasta fuori dal circuito dell’economia mondiale. Il Sudafrica rappresenta un caso a parte. A mio parere, l’esperienza sudafricana rappresenta, infatti, il possibile cavallo di Troia per rendere l’Africa la nuova frontiera dei nostri rifiuti. Fino ad ora, per tante ragioni, per tutti i disastri avvenuti, ma anche per una resistenza culturale spesso sconosciuta, il continente africano è stato capace di stare fuori dal sistema, vivendo un sistema diverso che gli esperti chiamano informale.
L’Africa, fuori dalla globalizzazione, potrebbe forse offrire un’altra maniera di vivere in chiave economica. Non c’è un’altra via per noi: dobbiamo cominciare a capire, semplicemente, che questo sistema non può reggere.
Vivo a Napoli, città identificata con il problema dei rifiuti. Napoli, però, è soltanto la punta dell’iceberg. Gli studiosi dicono che siccome l’11% del mondo si “pappa” l’88% delle risorse, se l’88% vivesse come l’11%, avremmo bisogno di 4 pianeti come discarica. Il problema rifiuti non è il problema di Napoli, ma di tutti noi. Tendiamo a seppellire la testa sotto i problemi.
Nutro la profonda e serena convinzione che l’Africa ci indicherà vie nuove di come poter vivere, anche al di fuori di tutto questo immenso castello che non può reggere.
A Nairobi ho partecipato per la prima volta al Social Forum Mondiale insieme con padri e suore comboniane. Per me è stata un’esperienza sconvolgente. È successa infatti una cosa grandiosa: i poveri si sono impossessati del Forum Sociale Mondiale che, in buona parte, è ancora governato da un club di borghesi. Quando è approdato in Africa, ha dovuto fare i conti con i poveri e il loro protagonismo. Gli ultimi due giorni sono entrati in scena con una forza incredibile e hanno preso il controllo della situazione.
Sarebbe bello che il prossimo Social Forum si potesse svolgere di nuovo in Africa, perché questa terra ne ha bisogno. Ma anche perché noi abbiamo bisogno di lei: della sua voglia di vivere, della gioia che manifesta, della capacità di danzare, pur dentro a mille problemi.
Una nuova cooperazione
Vorrei davvero che l’Italia smettesse di pensare la cooperazione con l’Africa solo a livello di aiuti. È ora di capire che l’Africa deve essere un soggetto nella costruzione di un nuovo processo, di un mondo nuovo. L’Africa non ha bisogno della nostra carità, ha bisogno di giustizia. Se non nasce un movimento che chiede un minimo di giustizia distributiva, tutta la carità che possiamo fare e tutte le adozioni a distanza sono inutili. L’importante oggi è capire che i poveri devono diventare soggetti del cambiamento. I poveri sono capaci di trovare una forza incredibile. È fondamentale, allora, costruire relazioni e reti con le tante persone che in Africa e nel Sud del mondo stanno progettando un futuro diverso, una convivenza altra che non sia quella imposta dalla globalizzazione. Dobbiamo capire che le nostre lotte devono essere congiunte con quelle del Sud del mondo, altrimenti non avviene nulla.
In questi anni abbiamo lottato con “Viva Nairobi viva” per la cancellazione del debito fra Italia e Kenia. Ce l’abbiamo fatta e questi soldi, dati nel giro di dieci anni, in parte verranno usati per un progetto rurale e in parte per una delle baraccopoli, quasi certamente Korogocho. Il debito non si può più pagare, è una realtà odiosa con la quale i paesi ricchi tengono al guinzaglio i paesi poveri. Ma tocca a loro dire no. Purtroppo molti dei loro governi hanno paura.
Ricordo ancora Thomas Sankara in un famoso discorso: “Il debito – diceva - va analizzato partendo prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che hanno indebitato l’Africa presso i finanziatori, i loro fratelli, i loro cugini. Noi siamo estranei a questo debito, dunque non possiamo pagarlo. Il debito nella sua forma attuale è una riconquista dell’Africa saggiamente organizzata, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee. Fa in modo che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, vale a dire schiavo tout court, di coloro che hanno avuto l’opportunità, l’astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi, con l’obbligo di rimborso. Ci viene detto di rimborsare il debito, ma non si tratta di una questione morale. Qui non è in gioco un preteso onore di rimborsare o di non rimborsare. Il debito non può essere rimborsato. Se, infatti, noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, possiamo esserne certi. Al contrario, se paghiamo, saremo certamente noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sta nascendo in Africa un soggetto nuovo. Questa società civile che si organizza è quella che noi dobbiamo incoraggiare e aiutare.
Siamo fatti gli uni per gli altri
Non è concepibile che la globalizzazione sia solo globalizzazione delle merci. Questo avviene perché noi abbiamo interiorizzato il mercato e lo accettiamo come unica logica il profitto. Noi invece siamo fatti gli uni per gli altri. E allora, ecco l’importanza delle altre culture, delle altre esperienze religiose. In questo senso, penso che sia fondamentale l’apporto anche delle Chiese in Africa. Nel 2009 ci sarà il secondo Sinodo e mi auguro che non avvenga a Roma, ma in Africa, perché una cosa è parlare dell’Africa a Nairobi o a Kinshasa, un’altra cosa è parlarne a Roma.
Le Chiese in Africa hanno un’importanza fondamentale. Il secondo Sinodo si concentrerà sulla giustizia, sulla pace e sul rispetto del creato. Può diventare, quindi, se svolto in Africa, un avvenimento di grande significato, anche per rendere le Chiese finalmente africane. Dobbiamo finirla di esportare teologie, di esportare liturgie, di esportare diritti canonici. C’è un’unità della fede, ma è nella diversità delle teologie, delle liturgie, dei diritti canonici.
L’Africa è il continente crocifisso. È l’immagine stessa del Crocifisso. È l’icona di una madre violentata, perché lungo la storia ha subito ingiustizie a non finire. Se è vero che è un continente crocefisso, allora è il continente per eccellenza di Gesù. Perché Gesù è crocefisso, è colui che vive fuori dal sistema. Roma crocefiggeva solo schiavi e sobillatori contro l’Impero. Roma usava le croci per dominare, per intimidire. Così ha crocifisso migliaia, centinaia di migliaia, di persone. Come gli americani oggi usano le bombe a grappolo, Roma usava le croci.
L’Africa, allora, si identifica con Gesù, crocifisso fuori le mura di Gerusalemme, come questo continente crocifisso è fuori dal sistema. Oggi, se vogliamo davvero trovare questo Gesù, lo dobbiamo cercare in questo continente, nel Mondo Nero.
Mi ha impressionato la lettura di uno dei testi più belli della teologia africana: “Repenser la théologie africaine” di Jean-Marc Ela, camerunense. È bellissima questa parte finale: “La teologia che si cerca nelle Chiese d’Africa non può rassegnarsi a un approccio speculativo e non temporale della fede. Per i cristiani del Sud, la questione teologica primordiale non è se Dio esiste, tagliandolo fuori da ogni azione o da ogni contesto. Questa domanda apre solo un dibattito teorico dove il vero partner è un filosofo che sta in una villa borghese. Il teologo del Terzo Mondo si pone al contrario una domanda radicale: chi è il nostro Dio? Questa domanda affonda le sue radici nell’esperienza di solidarietà con i dannati della terra. Lo scandalo della povertà, in un mondo dove non si sono mai viste tante ricchezze, impone la rottura con tutti i discorsi che impediscono di riscoprire Dio ai margini della storia. A partire dalle situazioni di ingiustizia e dalle sventure, dove il Vangelo è una forza di vita capace di inventare cammini di liberazione. Come contribuire a fare uscire l’Africa dallo strangolamento in cui si trova? Questa è la questione che apre piste feconde alla teologia africana, in vista di ridonare al Vangelo la sua credibilità e la sua forza”.
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