Michele Zanzucchi
Tripoli, Libia, quartiere di periferia. «Proprio ieri è venuto da me all’ospedale un giovane per donare del sangue: qui in Libia non c’è penuria di sangue, la gente è generosa. Ma facendo le analisi su Ahmed, questo il suo nome, abbiamo scoperto che era portatore sano di epatite B. Gliel’ho dovuto dire, con cautela, ma con chiarezza.
Il giovane non ci credeva, è rimasto letteralmente scioccato, non sapeva più cosa fare, cosa dire, dove andare, come organizzare la sua vita. Si sentiva letteralmente distrutto. Ho cercato di tranquillizzarlo, di trovargli il medico giusto per capire come condurre la sua vita. Al termine del colloquio ero stanco morto, la giornata era stata dura. Eppure mi sono trattenuto con lui anche oltre l’orario di lavoro, non potevo lasciarlo solo. Quando ci siamo lasciati, nel mio cuore ho avvertito una felicità inattesa. Ne avevo bisogno».
Mosharraf è analista in un laboratorio ospedaliero. Ha la trentina portata come una benedizione del cielo. Parla per fatti, non per concetti: «L’altro giorno abbiamo fatto una serie di test di screening contro l’Aids in un gruppo di giovani a rischio. Uno di loro, Muhammad, s’è trovato Hiv positivo. Dramma. Ma qualcosa non quadrava, e così abbiamo inviato un campione di sangue all’Istitut Pasteur di Parigi per un contro-test. Negativo! Per due volte il risultato era positivo a Tripoli e negativo a Parigi. Muhammad è distrutto: mi telefona ogni giorno per avere notizie o per sapere cosa fare. Lo ascolto, non posso fare altro, è il mio lavoro, la mia missione».
«Da alcuni cristiani incontrati qui a Tripoli – continua – ho imparato che debbo amare sempre, tutti e per primo. Questo è diventato il mio imperativo categorico. Prima di incontrarli, la mia era una strada impolverata, mentre oggi è finalmente sgombra, è evidente. Tuttavia non sono cristiano e mai lo diventerò. Sono musulmano e fiero di esserlo. Ho scoperto che questi stessi principi sono contemplati anche nel Corano. Ora li vivo prendendoli dalla nostra Sacra Scrittura».
Mosharraf abita a Tripoli assieme alla famiglia composta da ben dieci persone, un nucleo originario del deserto, di Misdah. Negli ultimi anni ha lavorato come un matto per costruire una casa di famiglia come si deve, rinunciando a tutto, anche a una possibile fidanzata. Ora può finalmente pensare a sé stesso, a farsi una famiglia sul serio. Ma non ha fretta: «Sono convinto che la cosa più importante da fare nella vita sia amare Dio e il prossimo: così sono un perfetto musulmano».
Ma con Mosharraf è difficile divagare. Lui torna al suo imperativo. «Debbo dire che lo tengo presente 24 ore su 24. Me ne stupisco io stesso, ma è così, è una grazia di Dio, sicuramente. Questo è quanto m’insegna il deserto, quando dimentico tutto e non penso più al lavoro, alle preoccupazioni della vita, al futuro della mia famiglia, ai miei amici. Allora mi rivolgo a Dio e mi ritrovo nel cuore l’esclusivo desiderio di amore, qualcosa che mi riempie l’anima, che avvolge il mio cuore di pace».
Ma non riesce a concettualizzare più di tanto la sua vita, Mosharraf: deve tornare ai suoi privilegiati fatti concreti. Mi racconta così un altro episodio vissuto al lavoro: «Due giorni fa ero solo e un po’ triste con le mie provette. Desideravo che arrivasse qualcuno nel laboratorio per scambiare quattro chiacchiere. Volevo rendermi utile. Una ragazza, che registra al computer le analisi da me eseguite, s’è sbagliata e ha scritto un valore fuori norma, proprio assurdo. Non ho controllato il foglio delle analisi, perché di solito la mia collega lavora correttamente e mi fido di lei. Ma il cliente interessato, spaventato da quel numero fuori posto, ha protestato con l’amministrazione dell’ospedale per l’errore. Il responsabile si è rivolto ovviamente all’impiegata, redarguendola pesantemente e minacciando di licenziarla. Ma a quel punto non potevo tenermi fuori dalla vicenda: mi sono alzato dicendo al responsabile che la colpa era solo mia, che io avrei dovuto controllare quel referto e che in fondo quella ragazza non era che una subalterna a cui non poteva essere imputata alcuna colpa. Il responsabile si è stupito non poco del mio atteggiamento, e ha immediatamente cambiato tono. Mi sentivo tranquillo, avevo di nuovo cercato il bene dell’altro (e anche il mio), e ogni tristezza se ne era andata via».





