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Una donna di parte

INCONTRI: PATRIZIA SENTINELLI

 

di Eugenio Melandri

Tutti, anche gli avversari politici, dicono che ha portato un’aria nuova nella politica di cooperazione del governo italiano. Attenta soprattutto alla società civile, ha scelto di fare politica stando in mezzo alla gente, ascoltandola, confrontandosi, mettendosi personalmente in gioco. È la prima donna ad aver avuto la responsabilità della cooperazione e dei rapporti con l’Africa Sub Sahariana.

Proprio per questo la sua attenzione si è rivolta soprattutto alla collaborazione con i movimenti dal basso, soprattutto con le donne. Non può esserci pace e affermazione vera dei diritti se non si riconosce la soggettività politica delle donne. Ha presentato un disegno di legge delega di riforma della cooperazione, ma la fine della legislatura l’ha bloccata. Ora, finito l’incarico di governo, non nasconde il suo rammarico nel lasciare a metà strada un lavoro che aveva suscitato tante speranze. “Con l’Africa - dice - avremmo potuto scrivere una nuova pagina di storia. Speriamo, in altri modi, di poterla ugualmente scrivere insieme”.

“Patrizia, come e perché sei arrivata alla politica?
Sono arrivata alla politica lavorando all’interno della società. Il movimento studentesco, prima, poi l’università, fino all’impegno sindacale. Mi sembrava giusto, fin da allora, investire la mia vita in un impegno sociale di trasformazione e di cambiamento della società. Ho sempre inteso la politica come luogo in cui mettersi continuamente in gioco. Chi fa politica, sia esso uomo o donna, a mio parere deve essere pronto a mettersi sempre in discussione. Ascoltando, interloquendo, confrontandosi. Non ci sono idee che non possono essere modificate nel confronto con gli altri. Naturalmente ci sono opzioni di principio invalicabili che stanno al centro di tutte le scelte. E questo ti fa diventare di parte. Sono da sempre stata nella sinistra e mi sento una donna di parte. Ho sempre inteso la sinistra come impegno di trasformazione della realtà, cercando di renderla più giusta. Per questo credo molto nell’azione sociale e quindi nel rapporto stretto con il movimento, e con i movimenti. La politica per me è questo.


“Fai riferimento ai movimenti. L’ultimo incarico che hai coperto prima di essere Vice-ministra degli Esteri è stato proprio quello di responsabile dei rapporti con i movimenti del tuo partito.
Ti ringrazio per avermelo ricordato. Per me si è trattato di un’esperienza importante. Perché ho sempre cercato di svolgere questo ruolo stando attenta a non prevaricare i movimenti. Vincendo la tentazione che spesso i partiti hanno di sostituirsi alle pratiche, alle esperienze, alle scelte fatte dai movimenti. Ne è nato un rapporto fecondo. I movimenti, nelle loro diverse pluralità, mi hanno ancorato alla società civile nella ricerca fatta insieme di quegli elementi e di quelle pratiche che possono fondare una società altra. La ricerca di un’altra economia, di un altro modello di sviluppo, di un’altra democrazia più partecipativa e non solo istituzionale. In una parola, di una nuova soggettività fatta di esistenze e di resistenze che la politica, se vuole essere tale, non può non intercettare. Paradossalmente posso dire che l’incontro con i movimenti mi ha convinto sempre di più della necessità della politica, anche di quella istituzionale. I movimenti mi hanno dato una carica diversa e mi hanno aiutato a leggere meglio le contraddizioni di questo nostro tempo e, dunque, della globalizzazione. Non ho mai pensato che il mio impegno si potesse esaurire nel fare movimento. Ho provato, invece, a mettere in relazione l’esperienza dei movimenti con l’esperienza della politica. Quella della politica e quella della società sono due facce che devono rincontrarsi e riappacificarsi.


“Eri da poco Vice-ministra con delega all’Africa e alla cooperazione quando hai deciso di accompagnare con un volo di Stato un gruppo di osservatori della società civile del nostro paese nella Repubblica Democratica del Congo per le prime elezioni.
Ho pensato che fosse normale e naturale per un esponente di governo raccogliere - non solo essere di sponda - le istanze che provenivano dalle pratiche dal basso fatte, in questo caso, con il Congo. In seguito, in forme diverse, questo si è ripetuto in altri casi, con le organizzazioni non governative e con diverse comunità. Quando ho accompagnato il gruppo degli osservatori con un volo di Stato, che non era scontato ci fosse consentito, con tutte le difficoltà che abbiamo incontrato, anche perché si andava in una zona non facile del mondo, il mio intento era proprio questo. Finalmente un governo sceglieva di stare da una parte: dalla parte della gente. In quel caso di una forte esperienza di base. C’erano le elezioni ed erano le prime dopo una guerra spaventosa. C’era stata da anni una relazione molto intensa tra questo movimento e la società civile congolese della regione del Kivu. Era giusto, a mio avviso, che l’Italia se ne rendesse conto e che il governo vi prendesse, in qualche modo, parte. Lo stesso è successo per Angelo Frammartino (un volontario italiano ucciso in Palestina). Mi arrivò la notizia di notte. Non lo conoscevo. Ho detto a me stessa che non era possibile limitarsi solo a parole di cordoglio. Bisogna provare a fare qualcosa. Far venire in Italia Angelo con un volo di Stato era il riconoscimento che un paese, in questo caso attraverso un’esponente di governo, dava ad un’esperienza di volontariato. In quel volo insieme ad Angelo e alla sua famiglia c’erano tutti gli altri. Era, se vogliamo, un simbolo materiale perché portava il corpo di Angelo, ma anche perché parlava di un’esperienza più generale. Lo dico non perché mi piaccia parlare di Angelo come se fosse retorica, ma perché in quel caso ho pensato che bisognasse esserci, attraversare queste esperienze e farsi attraversare da loro. Gli esempi per fortuna possono essere tanti e sono molto soddisfatta di questo. Anche dal governo ho sempre ritenuto una priorità il rapporto con i movimenti. Ciò non vuol dire che non ritenga importanti le mie interlocuzioni all’interno del governo stesso. Ma la vivacità dell’esperienza dei movimenti sociali, di alcune aggregazioni, di nuclei di resistenza, è per me fondamentale.


“In questi due anni di governo hai avuto la delega alla cooperazione. Un settore molto importante, ma molto in crisi della politica italiana.
Penso che dobbiamo innanzitutto fare una riflessione di carattere generale sulla cooperazione. E mi pare che abbiamo cominciato a farla. Perché fare cooperazione e fare aiuto pubblico allo sviluppo non è la stessa cosa. Cooperazione, infatti, è solidarietà attiva. È costruzione di quegli elementi portanti che preparano una pace duratura. Occorre, quindi, definire in modo appropriato il significato vero della cooperazione. Altrimenti può divenire una trappola. Può avere la faccia buonista, assistenzialista o addirittura d’ingerenza da parte dei paesi più ricchi del mondo. Può divenire l’esportazione del nostro modello di sviluppo, che si dice di non volere esportare, ma che, in realtà, si esporta. Di questo dobbiamo discuterne, al di là di quanti fondi stanziamo. Che tipo di interventi facciamo per sollevare i popoli dalla povertà? Che cosa mettiamo in campo quando affermiamo concetti come tutela dell’ambiente, diritti umani, democrazia e via dicendo? A volte penso che rischiamo di parlarne solo superficialmente. Abbiamo provato ad aprire questo dibattito, nel nostro paese, cercando di declinare positivamente le politiche di cooperazione. Facendo leva soprattutto sulle pratiche dei movimenti sociali. Io ho fatto una scelta. Piuttosto che partire dai documenti della comunità internazionale, che pure esistevano e dei quali occorre tenere conto, ho creduto che fosse vitale cominciare dalle pratiche delle organizzazioni sociali. Non solo delle Ong, ma anche di tutte le altre organizzazioni che fanno solidarietà internazionale. Anche le organizzazioni missionarie. Ho incontrato in Africa missionarie e missionari che fanno cose straordinarie.


“Un modo nuovo di intendere la cooperazione, allora.
Sono convinta che sia necessario rimettere tutto in discussione. Prima ancora dello strumento occorre verificare lo spirito per cui si fa cooperazione. Per esempio, nel caso dell’Africa, da dove passa il rispetto degli africani e del loro territorio? Perché, se pensiamo al Kenya oggi, ci sentiamo venire i brividi? È terribile quello che sta avvenendo. Seicento mila sfollati. Dobbiamo certo aiutarli, alleviare la loro sofferenza anche con iniziative di aiuto. Ma non è sufficiente. Il punto centrale è domandarsi chi ha determinato, chi determina il presente e il futuro del Kenya. Dobbiamo intaccare le cause strutturali che determinano la povertà, al di là del Pil che, quando cresce, va a beneficio solo di alcuni. Nel caso del Kenya forse occorre riflettere sul fallimento della riforma agraria. È di questi giorni la notizia, se viene confermata, che la Parmalat sta acquistando l’industria caserio-lattearia del Kenya. A me non sembra proprio una bella notizia. Ecco perché dobbiamo ripartire da una riflessione seria sulla cooperazione, mettendo al centro il partenariato e la coerenza della politica.

 

“Ma anche i fondi sono importanti.
Quando sono arrivata al Ministero ho trovato una situazione pesante perché certi progetti erano mal fatti, anche se molti erano fatti bene. Una situazione ancor più disastrosa in termini di impegni economici non rispettati e di finanze ridotte al lumicino. Per questo abbiamo cercato anche di avere più fondi a disposizione e, dunque, di ridefinire le priorità degli interventi. Abbiamo scelto di privilegiare le politiche ambientali e sociali. Sostenendo, in questo campo, particolarmente le donne. L’incontro con la loro esperienza, soprattutto in Africa mi porta a dire che non si può parlare di affermazione di diritti e dunque di pace, se non si riconoscono non solo i diritti delle donne, ma soprattutto la loro soggettività politica.


“Con la caduta del governo resta ancora una volta al palo la riforma della cooperazione.
Sono anni che si parla di riforma della cooperazione, senza però arrivare mai a fare una nuova legge. Proprio per questo abbiamo scelto di partire dal governo. Abbiamo presentato, infatti, un disegno di legge delega. Cioè che coinvolgesse tutto il governo, non solo nelle forze politiche, ma anche nelle competenze amministrative. In Italia la cooperazione è bicefala, perché fa capo sia al ministero degli Esteri che a quello dell’Economia. Una legge delega, che per altro aveva ottenuto l’unanimità dei pareri favorevoli dalla conferenza stato-regioni, presentata da tutti era un passo in avanti. I punti importanti della legge erano esattamente alcune cose che ho provato a dire sopra. Vale a dire: nella finalità della cooperazione esplicitare che la cooperazione è tutela dell’ambiente, è ricerca, è empowerment delle donne da promuovere in ogni campo, è promozione dei diritti del lavoro e non solo genericamente del diritto al lavoro, è costruzione della pace in senso positivo e non solo negativo come mancanza di guerra. Abbiamo voluto mettere un fondo unico per evitare che la cooperazione italiana abbia due teste. Poi tutta una serie di impegni legati a ciò che dicevamo sopra: l’aiuto slegato, ad esempio, la separazione dell’impegno civile da quello militare, la valorizzazione dei nuovi attori, non solo delle Ong, la cooperazione comunitaria fatta dagli enti locali e dalle università. Tutta una serie di impegni che potevano servire a ridefinire un quadro nuovo della cooperazione italiana. Purtroppo adesso si è fermato tutto.


“Cosa ha significato per te l’incontro con l’Africa, prima che come Vice-ministra proprio come persona e come donna?
Ho sentito una responsabilità molto grande quando ho avuto l’incarico per l’Africa. Mi ci sono avvicinata con grande umiltà, ma anche con tanta passione. Ho riscontrato, però, un limite. Perché quando facciamo le visite di governo conosciamo l’Africa solo attraverso le capitali, e questo non va bene. Ho cercato allora di farmela raccontare da donne e uomini della società civile. Questa è per me l’Africa. L’Africa rurale in particolare, quella fatta dalle donne che lavorano con una grande responsabilità e a volte anche in condizioni drammatiche. È l’Africa di chi l’abita. Fatta di una società civile vivace, molto scombinata, forse, se la interpretiamo con le nostre categorie, ma che c’è. L’abbiamo vista all’opera nel Forum mondiale di Nairobi. L’Africa non è solo povertà, ma grande dignità, volontà di determinare il proprio futuro. Mi sembra di aver capito che gli africani chiedono anche di essere sostenuti ed aiutati. Però vogliono farcela da soli, quindi rifiutano l’ingerenza. Resta tuttavia un tema aperto. Ora che ho finito l’esperienza di governo posso dire con più facilità che le classi dirigenti, formate quasi tutte in Europa, e negli Stati Uniti, spesso perseguono un modello di sviluppo mutuato dal pensiero unico. Per questo ho scelto di sostenere l’agricoltura rurale, l’attività delle donne, la società civile. Pensavo e penso che da questo tipo di azione potesse e possa nascere un’esperienza diversa. Pensa al tema della democrazia. Da parte dell’Europa si chiede all’Africa di fare le elezioni, le quali, per carità, sono sempre un bene. Ciò che sta avvenendo in Kenya, ma anche in Congo, è molto emblematico. Grande partecipazione popolare alle elezioni. Grande entusiasmo. Grandi aspettative che però spesso non riescono ad avere risposte di inclusione, e quindi di democrazia sostanziale. Quello della rappresentanza è ancora una questione irrisolta, anche qui, non solo in Africa. Per questo dobbiamo parlare, riflettere, discutere, farci delle domande. Dall’Africa ho imparato a pormi molte domande senza dare risposte conclusive. Ad esempio, le istituzioni locali mutuate dall’occidente sono sempre positive? Come si supera la clanicità, il rapporto tra tutte le etnie attraverso l’esperienza democratica? Penso che questo sia un tema da affrontare. Per ora l’ho solo messo a fuoco, senza averlo declinato sufficientemente. Una delle cose che avrei voluto fare nella mia esperienza di governo era l’organizzazione di una conferenza Italia-Africa da svolgere a maggio quest’anno. Mi sarebbe piaciuto che in ogni giornata si fosse studiato seriamente un tema: le istituzioni decentrate, ad esempio; i rapporti tra le diverse comunità locali; la ricchezza e i limiti delle etnie, ecc. Personalmente, ho vissuto questa scoperta dell’Africa con un grande interesse e sentendo una forte responsabilità. E penso che oggi, in una situazione in continuo mutamento, i problemi dell’Africa siano soprattutto legati alla presenza e all’ingerenza di paesi stranieri. Non solo la Cina, ma anche l’Europa e le vecchie potenze coloniali. Come liberare l’Africa? Come fare in modo che la grande ricchezza di risorse naturali non continui ad essere la miniera da cui attingere per i bisogni del Nord del mondo? Ci sarebbe da scrivere una nuova pagina di storia, speriamo di poterla scrivere insieme.


“Patrizia, ti faccio una domanda impertinente. Con questo mondo dominato dal pensiero unico, tu e quelli come te che cercano di costruire un mondo diverso, non vi sentite come dei Don Chisciotte che lottano contro i mulini a vento?
Può darsi che siamo una minoranza in un mondo che sembra andare da tutt’altra parte. Ma non dobbiamo sentirci minoritari. Il modello di sviluppo liberista sta vivendo una crisi profonda. Una crisi che può manifestarsi anche in termini regressivi: ambiente maltrattato, diritto al lavoro e nel lavoro messo completamente a soqquadro, il corpo delle donne considerato ancora proprietà degli uomini, ecc. Cose terribili di cui non voglio fare l’elenco. Dobbiamo essere consapevoli della necessità di una trasformazione sociale. E questa sarà possibile se portiamo avanti le nostre convinzioni non in termini ultimativi, ma lavorando per riconquistare anche in Italia la riunificazione tra la società e la politica, ricostruendo le motivazioni sociali per un cambiamento. La crisi della società accompagna la crisi della politica. In questi anni nel nostro paese sono mancate organizzazioni sociali forti e potenti. Serve una presenza politica che si connetta con le esperienza sociali. Ci sono tante vivacità che vanno conosciute, indagate, da cui si può ripartire. E ciò può e deve avvenire nel nostro paese, in Europa e nel mondo intero. Per questo penso che le ragioni della sinistra oggi siano più che mai valide. È una sfida che mi preme tantissimo. Ma non come residuo, come nicchia, come pratica minoritaria, quasi esclusivamente proclamatoria. Occorre cominciare invece a fare delle pratiche su cui chiamare altri al confronto. È importante allora incontrarsi con esperienze altre, con quelle del Sud soprattutto.


“Non sono pochi quelli che hanno criticato l’esperienza della sinistra nel governo di cui hai fatto parte. Ci si aspettava qualcosa di diverso, di più radicale. Cito, ad esempio, la lettera di Padre Alex Zanotelli molto critica soprattutto sull’aumento delle spese militari.
Non so se oggi in Italia ci sia più la possibilità di un governo che veda al suo interno la sinistra. Se facciamo seriamente e onestamente una lettura dei fatti, capiamo che stiamo andando verso un altro quadro politico. Si è consumata un’esperienza per responsabilità anche nostra, anche se il governo è caduto da destra. Vedi, il tema di una sinistra che non vuole piegarsi alle logiche liberiste che richiedono anche l’intervento della guerra non può essere gestito in modo minoritario. Dobbiamo però sapere che, nei rapporti di forza, non siamo maggioranza. In una logica di governo è inevitabile, quindi, anche accettare dei compromessi. È importante, però, dichiararli, farli percepire come tali, per misurare le condizioni di uno sviluppo diverso. Pensiamo all’immigrazione, alla cittadinanza mancata. C’è un umore di popolo che è assolutamente contrario: chi sono? Cosa vogliono? Perché non stanno a casa loro? In questo caso, se ascoltassimo questo tipo di società civile, faremmo dei lager. Li rispediremmo tutti al loro paese. Quando dico che dobbiamo ascoltare la società civile, penso che dobbiamo cercare di capire quali sono le domande che essa pone e cercare di offrire risposte rassicuranti, ma anche un progetto di società diversa. Certamente alcuni compromessi sono inevitabili dentro una situazione che è quella data. Però dobbiamo anche far capire che ci siamo, che stiamo lavorando per cambiare le cose. Per questo è importante il cimento. Io faccio la mia proposta, ognuno fa la propria e vediamo chi ha più ragioni e più consenso. Tutti, a partire dalla sinistra, per vincere dobbiamo convincere. Se non siamo convincenti diveniamo ideologici e settari.


“C’è grande disaffezione verso la politica. Perché un cittadino, soprattutto un giovane, dovrebbe, impegnarsi in politica?
Perché la politica è passione, è capacità di trasformare i luoghi dell’esistere. Perché l’egoismo proprietario non può dare risposte di tranquillità e di pace a se stessi e con se stessi. Perché il luogo del mercato può essere attraente ma non dà alla lunga risultati positivi. Perché la precarizzazione della loro esistenza si può superare solo attraverso l’investimento della politica. Possono essere tanti i motivi. Ma poi il problema è che la classe politica tutta quanta deve essere capace di rinnovarsi. Perché se si è percepiti come ceto separato non si diventa attraenti. Di qui la necessità di mettersi continuamente in discussione. Non al chiuso dei santuari, ma davanti a tutti. Se, come penso, questa è la politica, credo valga la pena di fare un appello soprattutto ai giovani perché ci stiano.

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