Approfondimenti
di Teresa Maisano
Quando ero piccola e mi chiedevano di dove fossi ci tenevo sempre a dire di essere metà e metà, ovvero metà italiana e metà portoricana. Di solito la gente rispondeva “Che bello! Ma dove sei nata? Deve essere un posto splendido il Costa Rica”. Ed io con sapiente calma spiegavo la differenza tra Costa Rica e Puerto Rico. Poi continuavo dicendo di essere nata a Roma e la gente rimaneva un po’ delusa pensando di trovarsi davanti una italo-portoricana meno Doc. Sì, sono nata a Roma… ma il luogo di nascita può anche contare relativamente poco con una madre come la mia che, da sempre, ha mantenuto viva con la sua forza, amore e spontaneità le sue radici boricue.Certo, per tutta l’epoca della mia infanzia e parte dell’adolescenza la globalizzazione era viva solo nelle teorie di qualche sociologo quale ipotesi a venire, e allora reperire a Roma yuca, platanos, ñame, schede telefoniche pre-pagate e molte altre cose era più difficile. Oggi queste cose si possono facilmente trovare a Piazza Vittorio e le persone che mi chiedono di dove sono, scoprendo la mia metà portoricana, rispondono: “Ah! La terra di Ricky Martin e Jennifer Lopez!”.
Hanno ragione.
Ma torniamo un momento indietro. Portorico è l’isola dove ho trascorso tutte le mie vacanze estive durante l’infanzia e oltre, è l’isola dove ritrovo molto di me, di quello che sono come donna e come persona. È l’isola di mia madre, e ancor prima di lei, di mia nonna Laude, una donna straordinaria che ci ha sempre insegnato quanto sia importante essere “Mujeres de Provecho”, ovvero donne di profitto. Ogni risorsa è utile, nessuna va sprecata: libertà e liberazione. Ora mia nonna non c’è più, anche se i suoi insegnamenti vivono attraverso una linea matrilineare che parte da mia madre, passando per mia zia e le mie cugine.
Portorico è uno Stato Libero Associato, dalla scoperta dell’America non è mai stata indipendente, passando dagli spagnoli agli statunitensi. Questi ultimi erano convinti di arrivare a Portorico e di farla divenire un perfetto discepolo del proprio American Way of Life in pochissimo tempo, il tutto condito con la solita arroganza che contraddistingue da sempre la politica estera dei governi di Washington. Dopo la salita al potere di Fidel Castro, Portorico diventa lo stato specchio di Cuba, la bandiera è identica, si invertono solo i colori, diventa il progetto dell’altra Cuba, quella che gli esuli e gli statunitensi vorrebbero. Ma Portorico diviene anche una prodiga fonte di giovani da poter arruolare e mandare a morire nelle guerre statunitensi. C’è solo un fattore che gli Usa non prendono in considerazione: la cultura caraibica di Portorico, cultura che trasuda dall’epidermide di ogni singolo uomo e donna che lì abitano. Non si tratta di nazionalismo, ma di una profonda e sentita identità culturale, si tratta di un patrimonio di saperi considerati come un bene pubblico, prezioso, condiviso.
Certo c’è il dollaro, c’è un’economia totalmente dipendente dagli Usa, ci sono i Suv e i grandi centri commerciali, ma ci sono anche el arroz con pollo, el merengue, el español y el borinquen. Tutti elementi essenziali per costruire una rete sociale in grado di consolidarsi sul territorio, tutti elementi che nel tempo si sono tramutati in uno strumento di resistenza popolare e non violenta… Perché, ancora oggi se uno statunitense chiede delle indicazioni gli si risponde rigorosamente in spagnolo, perché nel corso del 2000 la contestazione isolana contro la presenza della base militare statunitense nell’isola di Vieques ha conosciuto una grande partecipazione popolare con il sostegno dello stesso Ricky Martin. Proprio lui. Perché ci sono gruppi di universitari che partono alla volta della Palestina a cercare di costruire ponti di solidarietà con il Medio Oriente, mentre molti dei portoricani stanno morendo o sono morti in Iraq, perché Giuliana Sgrena, invitata a Portorico da mia zia anche lei giornalista, si è sentita accolta nonostante la paura di contestazioni, vista l’origine portoricana di Lozano, il soldato che ha sparato e ucciso Calipari. Perché è nata un Indymedia Portorico che cerca di offrire informazioni diverse da quelle della Cnn, perché c’è un gruppo di donne che lavora instancabilmente con e per le altre donne dell’isola per riaffermare il diritto all’autodeterminazione.
Ed è verso questa Portorico mista all’altra Portorico che mio fratello ha deciso di viaggiare e di inoltrarsi. Eh sì, mentre mia madre arrivava in Italia nel lontano ’74 per segnarsi ad un corso d’italiano insieme alle sue valige gialle, che mia nonna le aveva regalato sapendo che una figlia senza ali per volare non sarebbe mai stata libera, così mia madre 30 anni dopo ha regalato un paio di ali a mio fratello sotto forma di zaino da trekking per ripercorrere lo stesso percorso al contrario.
Mio padre stesso, romano de Roma, racconta alla famiglia italiana che mio fratello a Portorico sta benissimo, è portoricano 200%... In lui l’isola vive davvero per intero. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )
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