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Le nostre radici partono dallo stomaco

di Rashelle Burns

Sono nata il 15 novembre 1973 in Hatorrey, Portorico, da genitori portoricani figli di famiglie appartenenti a due realtà di vita molto diverse. Nonno paterno, americano benestante, trasferitosi a Portorico per costruire la sua importante azienda e sposato con una portoricana. Non ha mai imparato lo spagnolo. Nonno materno portoricano di discendenza spagnola, sposato con una portoricana, tenente colonnello dell’esercito americano e veterano del Vietnam. Negli anni ’70, quando i miei si sposarono, mia mamma era studentessa di arte plastica, libera, ribelle, cosciente, forte, sicura, lottatrice. Mio padre portava con sé un sogno da musicista convinto, senza il minimo appoggio da parte di suo padre. Dopo la nascita di due figli però mio padre scelse la via più facile, quella di andare a lavorare nell’azienda di mio nonno, rinunciando alla musica e deludendo immensamente mia mamma, che si trovò a fare da accompagnatrice per i clienti americani, a sorridere in maniera ipocrita e a rinunciare d’un colpo anche ai propri, di sogni. Fu il divorzio, quando io avevo tre anni. Mia madre si risposò con uno studente e coltivò la sua parte ribelle e rivoluzionaria. Erano anni caldi, di fortissimo attrito con gli Stati Uniti. Solo dieci anni prima era stata accettata la realtà del Commonwealth, e a metà degli anni ’70 si seppe che l’esplosione della Maine probabilmente non c’entrava nulla con la guerra ispano-americana e con l’invasione della nostra patria. L’accettazione del Commonwealth era l’accettazione del sopruso americano. Mia madre si oppose finché poté, come poté, qui in Portorico, poi decise di andare a vivere in Messico. Anche perché la realtà completamente opposta alla sua che viveva mio padre, nel lusso dell’economia americana colonizzatrice, non riusciva più a digerirla. Abbiamo vissuto in Messico fino al settembre del 2001, lo ricordo bene perché era pochi giorni dopo la tragedia delle Torri Gemelle e il viaggio in aereo fu un inferno. Ora mia madre è più tranquilla, non lotta più, ma in qualche modo vive la “sua” Portorico, e la rappresenta in dipinti magici, pieni di umanità, di dolore collettivo per le ingiustizie del mondo, di culture, di allegria e nostalgia. Vive alla giornata, con la pittura e l’artigianato, provando sulla sua pelle quanto sia difficile tirare avanti in un sistema da terzo mondo se non ci si vuole piegare allo stile di vita dei colonizzatori. Quando eravamo in Messico ci ha sempre lasciato liberi di decidere, insegnandoci la coscienza e il rispetto della vita, ci ha cresciuti anticonformisti e lottatori, incapaci di lasciarci opprimere da un sistema malfunzionante e così evidentemente ipocrita. Ci ha insegnato a far valere i nostri diritti, di persone e di Popolo. Con mio padre ovviamente il rapporto è sempre stato complicato, se non inesistente. Si è risposato ed è convinto che se ci avviciniamo a lui è per avere dei favori economici. Non sa quanto sia distante dalla realtà, perché non sa cosa sia sentire un’appartenenza culturale, delle radici che partono dallo stomaco. In Portorico ci si aggrappa alle radici con tutta la forza che si ha, perché quelle sono nostre, le nostre facce raccontano una storia precisa . E anche se abbiamo i centri commerciali più imponenti di tutti i Caraibi, i fast food praticamente vivono dei guadagni raccolti nella nostra isola e le automobili sembrano dover essere grandi almeno quanto un fuoristrada, abbiamo un’identità forte, che dura nei secoli pur rinnovandosi. Con lo “spanglish”, un misto di spagnolo e qualche parola inglese che si parla solo qui, con la musica che partendo da salsa e merengue sfocia nel reggaeton, uno stile tutto portoricano che oramai si conosce ovunque, con la poesia, la danza, il teatro, le birre bevute in strada a notte fonda, il riferirci a noi stessi con il termine “boricua”, quello usato dai Tainos, gli antichi abitanti della nostra isola.
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