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La solidarietà eversiva

Guido Barbera

Solidarietà e cooperazione: due termini che fanno discutere. Della solidarietà è possibile, forse doveroso, considerare diverse definizioni, tutte giustificate. La solidarietà è insieme sia un valore che una funzione; è un bene costituzionale ed anche un modo per perseguire l’ottenimento di quel bene; certamente esprime una dimensione di relazione tra l’individuo e gli altri. La solidarietà è una caratteristica dell’agire, articolata su due elementi: la finalità altruistica dell’atto, e lo stato di bisogno in cui si trova il beneficiario dell’atto. Di essa è sicuro il pregio riconosciuto dalla nostra Costituzione, che trova specificazione non soltanto nell’art. 2, ma anche e soprattutto nell’art. 3, comma 2, nel duplice obiettivo di piena espressione dell’individualità e di integrazione della persona nella vita della collettività. Questo, sia per colui che agisce per solidarietà, sia per il beneficiario dell’azione solidale. È in tale contesto che la solidarietà diventa prima di tutto una situazione soggettiva, mentre la sussidiarietà è un meccanismo, una regola di ripartizione di competenze. La solidarietà è quindi strumento di promozione della partecipazione alla vita civile e politica della collettività: un tassello fondante della democrazia pluralistica. Per questo, è netto, chiaro e forte il distacco rispetto alla prospettiva individualistica della semplice beneficenza. A differenza della solidarietà istituzionale (verticale), la solidarietà sociale (orizzontale) non conosce il limite dato dalla territorialità. È vero che questo limite è spesso superato anche da parte delle istituzioni nei rapporti internazionali tra enti territoriali - iniziative per la pace, per la sopravvivenza ecc.; ma l’iniziativa del soggetto privato riacquista, nella sua pienezza, la dimensione della libertà. Bisogna riflettere quindi, sulle iniziative di cooperazione transnazionale delle così dette organizzazioni non governative, la cui attività è strumento di conoscenza e di valorizzazione delle diversità. La solidarietà è un diritto? Per tradizione, secondo F. Rigano, il principio di solidarietà è letto come fondativo di una situazione giuridica soggettiva passiva: è un dovere fondamentale accanto ai diritti fondamentali, ci dice l’art. 2 della nostra Costituzione. Eppure la solidarietà è anche e soprattutto esperienza di libertà, sicché è giusto chiedersi se non sia possibile dare una lettura della solidarietà come diritto fondamentale. Ernesto Bettinelli ha trasposto nella teorica la propria esperienza personale ed ha scritto della necessità di distinguere fra soccorso e cooperazione ed ha osservato che “è allora tempo di mutare impostazione e di sistemare la cooperazione non più tra i doveri inderogabili di solidarietà ma, piuttosto, includerla tra i diritti inviolabili dell’uomo: un diritto che si esercita normalmente in forma collettiva e non soltanto nei confronti dei destinatari della medesima”. Con questa prospettiva la solidarietà, non soltanto in forma di cooperazione internazionale, si presta ad essere ascritta alla categoria dei diritti: è diritto al pieno sviluppo della personalità, ma anche diritto al mantenimento di un livello fruibile di convivenza e di tranquillità nel vivere quotidiano della collettività. Vero è che se è vi è un diritto a fare la solidarietà, allora anche l’approccio al problema delle risorse dovrebbe in qualche misura modificarsi, rafforzandosi l’idea che debba esservi una adeguata destinazione di risorse pubbliche, non necessariamente, soltanto, finanziarie. La dimensione di “solidarietà” ci apre verso una visione ed una relazione globale fortemente rinnovata ed ampia.
Che senso ha dire che il lavoro è a servizio dell’uomo, finché il lavoro è tutto regolato dai concetti fondamentali dell’uso del capitale che consistono esclusivamente nella massimazione del profitto. Sarà sempre l’uomo al servizio del lavoro. L’uomo continuerà ad essere adoperato e a poco servono gli scoop e le lacrime per le decine di morti sul lavoro che si ripetono! Non sono morti per le leggi che mancano, ma perché tutti, anche noi, accettiamo un rapporto con il lavoro finalizzato principalmente a massimizzare il profitto. Maggiore profitto per vincere la concorrenza. Lavoro in nero per abbattere i costi. Riduzione della sicurezza… tutto per vincere la concorrenza ed avere un maggior profitto! Così l’uomo è a servizio del lavoro, anzi, del profitto. Quanti altri esempi: il trasporto su strada, la velocità, i rifiuti, l’ambiente, il commercio di armi… Massimizzare il profitto non è reato, anzi oggi si spinge tutto verso la concorrenza. Ma perchè fare altre cose che mi farebbero guadagnare di meno, se posso guadagnare di più? Questa è la nostra attuale morale che ci porta ad essere tutti contro tutti, nella ricerca di essere i primi, di emergere o anche, purtroppo per alcuni, di sopravvivere.
La ricchezza è qualche cosa che non possiamo ricercare come bene in sé. La ricchezza fine a se stessa, la ricerca continua di maggior profitto, annienta il valore della solidarietà e costruisce le basi di competizione, di tensione, di conflitto sociale. Le difficoltà sociali crescenti nel nostro paese e nel mondo, i senza tetto che muoiono per strada, le famiglie che non arrivano alla fine del mese, sono conseguenza dei peccati fatti da coloro che male gestiscono le risorse e le modalità di convivenza sociale. Avere di più per poter aiutare chi è in difficoltà, non può essere un modello di convivenza, quanto piuttosto la conseguenza logica del potere vincente del forte sul debole che, prima agisce sul maggior profitto possibile nulla lasciando agli altri, poi cerca di distribuirne le briciole.
Per questo abbiamo bisogno di ritrovare solidarietà concreta ed autentica, non solo nella cooperazione internazionale, ma nella vita quotidiana, anche politica italiana.

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