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Hebron, la città divisa

 

Incontro con Margot, volontaria in Palestina

 

Francesca Giovannetti

I coloni sono fondamentalisti. La regione è completamente militarizzata. Frequenti le aggressioni per strada a donne e bambini. Il commercio langue. Si chiudono i negozi. L’acqua è gestita da Israele.

Dopo aver frequentato un master in cooperazione internazionale a Roma, ho deciso di partire come volontaria in Palestina, ad Hebron, dove ho iniziato a lavorare presso l’associazione palestinese “Association d’Echanges Culturels Hebron-France” (Associazione di scambi culturali Hebron-Francia)».

Una giovane volontaria, che chiameremo per motivi di sicurezza con un nome di fantasia “Margot”, ci racconta la sua esperienza a Hebron. Una città divisa in due parti, la presenza di militari e coloni israeliani, bambini e giovani in condizioni di disagio, una situazione economica difficile.
Margot e l’Association d’Echanges Culturels Hebron-France da alcuni anni collaborano con l’associazione “I Sant’Innocenti (ISI)”, soci del Cipsi: attraverso il sostegno a distanza verso bambini e giovani che vivono situazioni di disagio, anche con casi di violenza all’interno della famiglia. L’Isi in Palestina realizza anche “L’acqua nelle scuole”, iniziativa che fa parte della campagna “Libera l’Acqua”, promossa in Italia dalle associazioni del Cipsi.

Margot, tu vivi a Hebron, in Palestina.
La città di Hebron è divisa in due parti: la zona denominata H1 - che è sotto l’autorità palestinese e costituisce l’80% della città - e la zona H2 - circa il 20%, che ingloba la città vecchia, è sotto il controllo dell’autorità israeliana, e vede presenti sia palestinesi, sia colonie israeliane. Questa divisione è avvenuta attraverso un protocollo che è stato firmato nel 1997, a seguito degli Accordi di Oslo del 1993, che prevedevano che le città della Cisgiordania sarebbero state di nuovo autonome e controllate dall’autorità palestinese. Ma ad Hebron, con la presenza dei coloni, l’autorità israeliana rifiutava di applicare questi Accordi. Nel 1994, all’interno della Tomba dei Patriarchi (che è anche una moschea), durante il mese del Ramadan venne compiuto un massacro da parte di un colono israeliano che sparò sulla folla, uccidendo 29 palestinesi e ferendo più di 200 persone. Questo avvenimento è stato considerato come la dimostrazione dell’impossibilità di lasciare la città sotto il solo controllo palestinese.
Tra la zona H1 e la zona H2 non esiste un muro di divisione, ma nella zona H2 c’è una strada completamente chiusa dall’inizio alla fine, lungo la quale sono situate le colonie israeliane. Qui la presenza di coloni israeliani, circa 400-600 a seconda dei periodi dell’anno, fa sì che ci siano circa 1.500 soldati israeliani. La zona risulta fortemente militarizzata, con situazioni di disagio e violenza, in particolare contro la popolazione palestinese. I coloni israeliani di Hebron sono famosi per essere tra i più fondamentalisti, fanno di tutto per espellere la popolazione palestinese fuori da questa zona, per appropriarsene. Nella zona H2 sono frequenti le aggressioni per strada, soprattutto a donne, bambini e ragazzi.
Anche dal punto di vista economico la situazione è problematica: più di mille negozi palestinesi hanno fallito, e il 30% è stato chiuso su decreto militare israeliano perché troppo vicino alle colonie israeliane. Nella città vecchia di Hebron, prima della colonizzazione, erano presenti circa 35 mila abitanti. Oggi ce ne sono 3.500, ossia solo il 10%. Alcuni sono rimasti, altri sono partiti, e altri ancora sono tornati successivamente. Nonostante ciò, la città possiede un grande patrimonio culturale e architettonico.
Anche l’acqua è contesa. I palestinesi non hanno il controllo sulle risorse idriche locali, perché anche nei territori occupati l’acqua viene distribuita da una compagnia israeliana, sia ai palestinesi sia ai coloni israeliani. Soprattutto in estate i palestinesi non hanno più acqua. E la devono comprare. Mentre i coloni continuano ad avere l’acqua fornita dalla compagnia israeliana. Bisogna fare un buon uso dell’acqua: c’è poca sensibilizzazione, anche tra i giovani. E poi c’è l’inquinamento delle falde acquifere, dovuto soprattutto alla presenza di molti pesticidi.
Per questo l’Association d’Echanges Culturels Hebron-France (AECHF) sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo dell’acqua, in collaborazione con Isi. Realizzeremo attività e materiali informativi sull’acqua e sul suo corretto consumo ed utilizzo. Sarà redatta una piccola guida, da presentare agli insegnanti delle scuole di Hebron. Ci saranno incontri pubblici per spiegare l’uso di questa guida da parte degli insegnanti. Le stesse scuole si sono impegnate a introdurre un modulo didattico sull’acqua. Ad Hebron è stato raccolto molto materiale sull’acqua, anche se spesso non viene divulgato neanche dai mass media. Molte Ong palestinesi hanno fatto ricerche, e saranno coinvolte a livello locale.

Il nome della tua associazione parla di scambi culturali.
L’Association d’Echanges Culturels Hebron-France (AECHF) è nata nel 1997 a Hebron, fondata da persone francesi in Palestina. Ciò ha favorito maggiormente i rapporti con la cooperazione francese. Gli obiettivi dell’organizzazione sono il sostegno a distanza per bambini in condizioni di disagio, la conoscenza sociale della realtà quotidiana di Hebron, e poi attività culturali come concerti, esposizioni, dibattiti...
L’associazione ha due locali in entrambe le zone di Hebron, per svolgere attività ricreative e iniziative culturali con bambini, giovani e adulti. Nella zona H1 ci sono giovani dai 20 anni in su, e adulti sui 45 anni. Invece nel locale della zona H2 ci sono bambini tra i 6 e 12 anni, e ragazzi tra i 13 e i 18 anni. I locali sono un luogo di incontro per i minori, per non correre rischi, aggressioni... Noi abbiamo un forte partenariato con il Consolato e il Centro culturale francese di Gerusalemme, e questo ci permette anche di realizzare mostre fotografiche. In particolare io mi occupo dei progetti di solidarietà. Poi ci sono tre animatrici che svolgono attività con i bambini e li accompagnano nel percorso educativo, e un ufficio di assistenza sociale con due persone. E poi c’è un importante promozione di scambi e dialoghi culturali.
Per questo ci stiamo impegnando anche in iniziative di turismo solidale. Abbiamo conosciuto molte persone che volevano venire a visitare Hebron. Vogliamo organizzare viaggi che permettano alle persone di visitare la città, la regione, le associazioni che si occupano del patrimonio culturale, delle donne, dei bambini, ecc. La presenza di stranieri può spingere i soldati israeliani a far rispettare il protocollo di Hebron. L’esercito israeliano è l’unico responsabile dell’applicazione di questo protocollo, poiché la polizia palestinese non può entrare nella zona H2, che è esclusivamente sotto l’autorità israeliana. Questo progetto è anche un modo per i palestinesi di incontrare persone straniere.

In conclusione, che senso ha quest’esperienza per te?
È un’esperienza molto significativa. È un lavoro, ma anche una vocazione e, al tempo stesso, un piacere. Sto a contatto con la gente che vive situazioni difficili, non posso rimanere insensibile a quello che succede. Mi sento coinvolta completamente in questa realtà. In Palestina ho imparato che a volte bisogna intraprendere le cose anche se il futuro è incerto, perché può accadere di tutto. Adesso ritorno in Palestina. Il mondo arabo e la sua cultura ormai mi hanno conquistata. 

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