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I colori e gli odori dell’India

Il premio di letteratura “Grinzane Cavour” a Torino

 

Paola Bizzarri

Tredici scrittori della diaspora indiana ospiti a Torino, un mosaico di lettere e voci che permette di entrare nella letteratura indiana contemporanea. Il valore delle radici nell’India che cambia.

«Ci si può smarrire in mezzo a questa folla di 400 milioni di anime. […] Come in un rebus, di cui con la pazienza si può venire a capo, sono difficili i particolari». Così Pier Paolo Pasolini descriveva l’India, visitata nel 1960 e narrata nel “Diario Indiano”.
E il convegno “L’odore dell’India. Scritture e Narrazioni”, magistralmente organizzato dal Premio “Grinzane Cavour” a Torino il 18 e 19 gennaio 2008, ha voluto ripartire dall’affermazione pasoliniana, quasi a riprendere in mano il filo di una matassa la cui materia è letteratura, per fornire una soluzione ad un rebus nuovamente irrisolto.
Un rebus la cui anima è l’analisi dei particolari letterari di un paese vastissimo e complesso, in cui la letteratura viene paragonata all’aroma della sua cucina immersa in una miscela di odori, dolci, amari, fragranti o speziati. L’odore dell’India, appunto.
Ospiti del convegno tredici scrittori, figli di quella diaspora indiana prodottasi nell’ultimo cinquantennio, che scrive e pubblica in inglese: Shashi Tharoor, Lavanya Sankaran, Nirpal Singh Dhaliwal, Altaf Tyrewala, M.J. Akbar, Anita Nair, Tarun J. Tejpal, Vikas Swarup, Sudhir Kakar, Sunil Deepak, Bhagwan Dass Morwal. Ma anche alcune voci narranti lontane dalla lingua inglese, come Gayathri Murthy, fisica e scrittrice in kannada (una delle principali lingue indiane) o Uday Prakash, uno dei più popolari e controversi scrittori in lingua hindi.

 

Un mosaico di voci
Tutti presenti per raccontare, ognuno a suo modo, gli infiniti rivolgimenti storici e culturali prodottisi nei sessant’anni dalla proclamazione dell’indipendenza e la trasformazione del subcontinente, paradossalmente entrato nell’immaginario letterario italiano attraverso i testi di Emilio Salgari, autore che mai la visitò.
Un mosaico di voci che permette di ricostruire un dipinto della letteratura indiana contemporanea.
Si parte dall’eredità del passato. Da un’India che ha subìto più di duecento anni di colonialismo britannico con le conseguenze linguistiche derivanti. Non è un caso se il primo boom letterario indiano proviene, nel 1981, dalla penna di Salman Rushdie, con un’opera in inglese: Midnight’s Children. Se da un lato l’India si presenta come un mausoleo di etnie, con 245 lingue di cui 20 ufficiali, dall’altro lato la sua voce letteraria nota al mondo si modula sull’inglese, un “inglese fresco e energico”, dice Shashi Tharoor. Ma pur sempre una lingua europea.
Shashi Tharoor, giornalista, scrittore e - è bene non dimenticarlo - assistente esecutivo dell’ex-Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, è nato a Londra. Nel 2004 ha ottenuto il Pravasi Bharatiya Samman, il riconoscimento letterario più importante per gli indiani d’oltreoceano, eppure quasi si scusa di essere lontano dal suo popolo, di non comporre i suoi lavori in una lingua autoctona: «Non sono un derassiné, non ho cancellato le mie radici. Sono legato alla mia India pre-urbana e pre-anglofona, spesso torno dalla mia famiglia d’origine, nelle risaie. L’inglese rappresenta un filo linguistico con cui ho tessuto i miei rapporti. Oggi in India esistono scrittori in lingua inglese, ma non perché genuflessi all’ex colonizzatore, bensì vogliosi di raggiungere lettori al di là di ogni collocazione geografica. Se mi chiedete per chi scrivo, vi rispondo: scrivo per tutti voi».
Il convegno procede attraverso un’operazione di “pulizia” degli stereotipi. Non libri esotici, incentrati su induismo e pantheon divino, ma una pluralità di visioni vicine al realismo puro della quotidianità. È questo il quadro emergente dalla lettura dei libri degli autori ospiti.
Nel suo ultimo lavoro, The Elephant, the Tiger and the Cell Phone, Tharoor descrive i progressi tecnologici che hanno permesso all’India di inserirsi tra i paesi leader mondiali nella scienza e nella tecnologia. «Gli scrittori indiani attingono da un pozzo molto profondo. Tuttavia, le mie storie non raccontano i miti antichi, ma quelli contemporanei».
Lontano dai miti contemporanei, ma sempre legato alla realtà indiana, c’è Bhagwan D. Morwal, autore nel 1999 di Kala Pahar, romanzo adottato in molte università come testo di denuncia: «Nei miei lavori racconto l’India dei piccoli villaggi, dei “dalit”, gli intoccabili, i calpestati, aborigeni senza terra, cacciati dalle loro case per costruire una diga, agricoltori in lotta per la giustizia e tragicamente costretti al suicidio. Oggi, in nome dell’India che risplende, si spende solo per le grandi città, mentre nelle campagne più misere mancano infrastrutture, scuole, centri medici, strade».

 

La nuova India
Così nei libri di Altaf Tyrewala prendono anima le vite della nuova India: «… Quel mondo che non sta mai fermo abbastanza per poterlo catturare e descrivere: l’India di oggi è un’opera d’arte tragico-lirica, in cui la realtà batte ogni gioco». In Nessun Dio in vista (Feltrinelli, 2007), Tyrewala dà anima agli abitanti di Bombay, una città con 18 milioni di abitanti, 14 lingue, 8 religioni, capitale economica e culturale, ma non è che un prototipo delle megalopoli post industriali del Sud del mondo.
Emerge via via la denuncia di tutti i presenti per le condizioni di povertà a cui è sottoposta la maggior parte degli indiani.
Shashi Tharoor, per esempio, è consapevole della situazione di analfabetismo della sua terra d’origine: «Contiamo un numero enorme di analfabeti, ecco perché il cinema popolare indiano assume tale importanza».
Già, Bolliwood. Impossibile non accennare al fenomeno. Lavanya Sankaran fa notare al pubblico il legame tra i più antichi valori indiani e lo spirito dei film di Bollywood: «Le più antiche tradizioni letterarie indiane ci raccontano i valori di noi indiani: il Ramayana, antico poema epico scritto in sanscrito, narra le gesta del principe Rama, pronto a tutto pur di onorare la promessa al padre. E il tema è ancora attuale e presente nei film di Bollywood: la ragazza che cela il suo amore perché l’uomo dei suoi sogni possa vivere una vita migliore con qualcun’altra, o l’eroe che soffre vent’anni in prigione pur di non rivelare un segreto che infamerebbe l’amata».
Eppure, questi valori non appartengono ad un passato, ma sono presenti, come nota la Sankaran, nella vita quotidiana dell’India: «Qualche anno fa, Sonia Gandhi vinse le elezioni politiche. Ci fu un grande disagio fra le classi intellettuali del paese: come potevamo, dopo anni di dipendenza britannica, scegliere un’europea come primo ministro. Sonia Gandhi si fece da parte e chiese a un membro del suo partito di diventare primo ministro: un gesto degno della più nobile tradizione indiana».
Ma se l’India sta cambiando è proprio in ragione di questi valori fermi e saldi da sempre. Una grande democrazia in conflitto tra la povertà accentuata dalla globalizzazione e uno stile di lavoro e vita sempre più occidentale. A rendere bene questa tensione è Nirpal Singh Dhaliwal, nato nel 1974 in un sobborgo di Londra da immigrati Punjabi: «La prima volta che tornai in India fui segnato dalla povertà, dallo squallore: per le strade bambini nudi con in braccio fratellini mezzi morti, sofferenza, analfabetismo, milioni di esseri umani con 2 dollari al giorno per campare. Poi ho capito che l’India non è mai crollata, non ha mosso guerre, non ha prodotto Auscwhitz, ma ha una cultura profonda, una democrazia pluralista e gestisce le sue difficoltà con grazia e dolcezza».

 

“Cuccette per signora”
Dal convegno emerge un’India che pare impersonificata alla perfezione dalla protagonista del romanzo Cuccette per signora di Anita Nair: Akhila. La donna ha sempre sognato di entrare in uno degli scompartimenti riservati alle signore nei treni in partenza da Bangalore, sistemando i bagagli e stringendo in mano i biglietti. Ha sempre desiderato di sedersi e girare la schiena al suo mondo, puntando lo sguardo in direzione di una meta nuova e lontana. Di partire. Di fuggire. Di staccare la spina. Ma è un sogno. La realtà è altro. E l’India resta attaccata alla sua realtà, continuando a seguire quanto affermato da Ghandi: «Voglio che i venti delle culture di tutte le terre soffino nella mia casa il più liberamente possibile, ma rifiuto di essere spazzato via da alcuna di esse».

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