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L’Africa non è in vendita

Africa: la voce dei contadini organizzati

 

Maria Teresa Cobelli

Snocciolano cifre e statistiche. Denunciano contraddizioni e promesse non mantenute. Criticano l’incapacità dei loro governanti. Si fanno ascoltare al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali. Sono i nuovi protagonisti del cambiamento.

Bruxelles, Parlamento europeo, 18 settembre 2007, audizione parlamentare sul tema “Epa (Accordi di Partenariato Economico): una minaccia per lo sviluppo?”, organizzato dal gruppo della sinistra europea.

Subito dopo l’introduzione del presidente, la parola viene data a Mamadou Cissoko, presidente onorario del Roppa, la rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale, di cui più volte si è parlato su questa rivista. E lui, calmo, autorevole e incisivo, ne approfitta per snocciolare dati, analisi, riferimenti alle innumerevoli e non rispettate dichiarazioni internazionali sui diritti. E per mettere in evidenza le contraddizioni della politica europea nei confronti dell’Africa. Ma non manca di denunciare la scarsa leadership dei rappresentanti dei governi africani incaricati di negoziare a livello internazionale le insufficienze nazionali. Poiché estraggono ricchezza dalle campagne per investirla nelle città.
Roma, 27 settembre 2007, giornata di mobilitazione mondiale sugli Epa: Saliou Sarr, economista e contadino senegalese, presidente nazionale dei risicoltori e coordinatore del Roppa in Senegal, viene ascoltato dalla Commissione Permanente Affari esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle istituzioni e i processi di governo della globalizzazione. Con lui anche rappresentanti della Coldiretti, che il giorno stesso aveva diramato un comunicato sugli Epa, e di Terra Nuova e Crocevia, due delle Ong italiane promotrici della campagna EuropAfrica-Terre contadine, battutasi a fondo su questi temi, sia in Italia che in Europa. Subito dopo, nella sala stampa del Parlamento, i rappresentanti della campagna “L’Africa non è in vendita” ribadiscono l’importanza di sinergie con la società civile italiana, nel corso di una conferenza stampa. Bruxelles, novembre 2006, Parlamento Federale belga: Ndiogou Fall e altri leader contadini dell’Africa Occidentale, intervengono sul tema della sicurezza e della sovranità alimentare, dell’agricoltura sostenibile, delle politiche agricole a livello internazionale. Non sarà l’unica volta, poiché il Collettivo Strategie alimentari belga, che con loro collabora, ne faciliterà più volte l’accesso a varie sedi politiche nazionali ed internazionali; e le loro posizioni incideranno, ad esempio, sugli orientamenti della politica di cooperazione belga, lussemburghese e austriaca, oltre che su vari funzionari della Commissione Europea.
E la lista sarebbe lunga. Perché molte volte i rappresentanti del movimento contadino africano hanno lasciato per brevi periodi i loro campi per intervenire in molteplici sedi parlamentari ed universitarie europee, incontrarsi con i ministri, i sottosegretari, i parlamentari europei e nazionali, con gli ambasciatori e gli esperti dei paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico), con i partecipanti alle varie Assemblee Parlamentari Paritarie UE-ACP, svoltesi alternativamente in Europa e in Africa. Hanno così fatto sentire la loro voce nei luoghi - fino a poco tempo fa inaccessibili - dove si prendono le decisioni, suscitando un interesse considerevole, com’è dimostrato dalle testimonianze che seguono, raccolte nell’ambito della valutazione della campagna EuropAfrica-Terre contadine, iniziativa coordinata dall’ong italiana Terra Nuova, congiuntamente ad altre organizzazioni africane, italiane – tra cui il Cipsi - e belghe.

 

Un impatto considerevole
“Il fatto che si siano incontrati leader sociali e politici africani ed europei di alto livello – sostiene un parlamentare europeo -, che si siano potute vedere le facce, le persone in carne ed ossa, ha avuto un impatto notevole. Poiché ha fatto entrare nelle aule parlamentari la vita della gente dell’Africa, dei contadini, la dimensione concreta dei problemi di cui si parla troppo spesso in teoria. Ciò ha motivato parecchi parlamentari a un’azione più incisiva”.
“Inoltre – secondo una parlamentare italiana - la classe politica non è al corrente di molti problemi internazionali, come ad esempio gli Epa, non ne conosce i termini, non capisce da dove nascono i problemi: quindi gli interventi di queste persone dal Sud, peraltro molto preparate, sono utilissimi. Ma – aggiunge anche - quanto poi tutto ciò si traduce in iniziativa politica, lì le cose si complicano... Però molto dipende dalla sensibilizzazione, per tradurre la percezione del problema in un’iniziativa politica”.
In effetti, dopo l’apprezzato intervento di Saliou Sarr in Parlamento, ai primi di ottobre 2007 la Commissione Esteri del Senato ha accolto un ordine del giorno proposto da un gruppo di senatori in relazione ai negoziati Epa. Si tratta di un risultato che impegna, anche se in maniera non vincolante, il governo “ad una verifica e ad una revisione della politica commerciale dell’Unione europea (Ue), particolarmente rispetto ai Paesi in via di sviluppo”. L’obiettivo dovrebbe essere quello di togliere “l’esclusiva” della direzione dei negoziati ai burocrati della Commissione commercio della Ue, e riportare il confronto in sedi più democratiche come i Parlamenti nazionali, che fino ad ora hanno avuto un ruolo assolutamente marginale. Bisogna inoltre ricordare che già l’Italia, per voce della vice-ministra alla cooperazione Patrizia Sentinelli, più volte incontrata dai rappresentanti del Roppa, aveva assunto una posizione ufficiale in merito ai negoziati Epa durante il Consiglio Affari Generali della Ue dello scorso maggio, ponendo una riserva in relazione alla scadenza di questi accordi sulle economie dei Paesi ACP. Le iniziative e gli incontri citati non sono certo estranei alla nuova centralità assunta dall’agricoltura, ed in particolare dall’agricoltura familiare, nell’ambito della strategia di cooperazione italiana.
Quanto poi al Segretariato dei Paesi ACP, chi ci lavora e ha introdotto i rappresentanti delle organizzazioni contadine nell’ambiente assicura che “il loro impatto è stato grande. Se i negoziatori degli Ape non avessero avuto questo contatto , le cose si sarebbero presentate in un modo molto diverso. I contadini hanno portato elementi nuovi, che non si erano sentiti finora nei negoziati. E hanno fornito ai loro ambasciatori ulteriori argomentazioni da avanzare nei confronti della Commissione europea. Con la loro forza, preparazione e capacità dialettica, questi leader hanno stupito anche i loro avversari, che non avevano argomenti da contrapporre loro! Ed ora molte cose sono cambiate: mentre prima erano visti come dei soggetti insignificanti, se non dei guastafeste, ora godono di una ben maggiore considerazione, ed anzi sono visti come dei collaboratori, degli alleati nei confronti di chi vuole imporre degli accordi iniqui”.
Se poi ci si sposta in Africa, molte testimonianze sono concordi nel dire che “se la CEDEAO (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha preso una posizione forte e decisa in favore di un rinvio dei negoziati degli APE, con un effetto di traino anche sulle istituzioni di altre regioni africane, è stato anche grazie alla forte mobilitazione della società civile dei vari paesi, capeggiata dalle organizzazioni contadine e in particolare dal Roppa. Se non si fossero mosse loro, probabilmente tutto sarebbe passato inosservato come al solito, e l’Africa si ritroverebbe in una posizione anche peggiore”.

 

Il ricatto dell’Europa
Proprio il Roppa aveva, tra l’altro, promosso e coordinato un’operazione del tutto inedita: una valutazione a metà percorso dei negoziati sugli APE fatta non dai politici di professione, ma dalle organizzazioni contadine stesse delle varie regioni coinvolte in Africa e nei Carabi, con la collaborazione di alcuni consulenti da loro selezionati e coordinati. I risultati di questo lavoro hanno permesso di far emergere il punto di vista di soggetti di cui di solito non si tiene conto nelle elaborazioni delle politiche o nei negoziati, benché rappresentino la maggioranza della popolazione (il 65% in Africa). Ed hanno conferito ai leader contadini maggiore credibilità e peso politico. Il fatto poi che essi siano stati ricevuti ai più altri livelli politici dei ministeri e delle cancellerie europee ha contribuito a conferire loro maggior forza contrattuale anche nei confronti dei loro stessi governi e delle loro istituzioni subregionali e regionali, che sono il loro obiettivo prioritario. “Infatti - ci dice un esponente del Roppa - se l’Africa continua a subire il ricatto dell’Europa – e lo si vede bene di questi tempi con la Commissione europea che minaccia di tagliare i fondi per lo sviluppo se le regioni africane non firmano gli APE - è anche perché è mal rappresentata: nei negoziati internazionali i governanti africani, con le casse statali semi vuote e con interessi particolari da difendere, sono facilmente ricattabili ed accettano tutto pur di far entrare qualche soldo nelle casse statali”. Soldi che poi sono mal ridistribuiti, come conferma l’ultimo rapporto della Banca Mondiale la quale, dopo 25 anni in cui si era dimenticato che la vita di 2,5 miliardi di persone dipende dall’agricoltura, ha scoperto che solo il 4% della spesa pubblica e solo il 4% degli aiuti (grazie anche alle cosiddette “politiche di sviluppo” da essa imposte) vanno a questo settore vitale.
L’idea che il target prioritario debbano essere i governi del Sud è difesa anche in Europa. “Infatti - come sostiene un analista politico esperto di Africa - non ci si può aspettare che la riforma del sistema venga dai nostri governi né dalla nostra società occidentale: non abbiamo nessun interesse ad un cambiamento che toglierebbe potere, risorse e privilegi alla classe politica ed obbligherebbe tutti noi a cambiar vita. I governi non cambieranno certo per semplice buona volontà, a meno che non vi siano costretti dall’esterno, per esempio da governi del Sud se questi si decidessero a cambiare le condizioni di utilizzo delle loro risorse naturali, riguadagnando spazi di sovranità persi dai tempi delle colonie e mai più recuperati. Quanto alla nostra società civile, quanti sono coloro che, anche tra gli attivisti, sono disponibili a cambiare modo di vita? Da noi si applaude chi difende i nostri livelli di benessere ed aumenta la chiusura verso l’esterno, facendo leva sui nostri istinti più belluini. Ecco perché è necessario investire di più sulla società civile del Sud, sono loro che possono spingere i loro governi ad un cambiamento, e quindi anche i nostri. Il giorno in cui i nostri mobili costeranno di più perché il legno costa di più, le macchine costeranno di più perché le materie prime costano di più, allora qualcosa dovrà pur cambiare!”.
E, come si è visto, qualcosa sta effettivamente cambiando, grazie all’emergere di nuovi soggetti sociali e politici, proprio in quell’Africa di cui si continua a dire che non ce la fa, e proprio negli strati della popolazione, i contadini, di cui si continua a dire che sono ignoranti, poco formati e informati, che sono in ritardo e comunque non sono in grado di capire i grandi meccanismi internazionali. In realtà, se ciò ha la sua parte di verità, soprattutto in certe zone dell’Africa, bisogna anche riconoscere che le cose stanno cambiando rapidamente e che molti leader contadini africani oggi sono in realtà molto più preparati dei nostri! Al punto che un giornale francese, a proposito di un incontro tra agricoltori africani e francesi, intitolava così: “La lezione dei contadini africani!”. Ma come sono arrivati a questi risultati?

 

Forte motivazione e dinamismo interno
Innanzi tutto grazie ad una forte mobilitazione interna, facilitata e in molti casi suscitata da leader che hanno fatto da potente lievito all’interno di una massa ancora poco strutturata. L’impronta fortemente politicizzata del movimento contadino dell’Africa Occidentale, partito una quarantina d’anni fa dal Senegal, paese caratterizzato da tratti democratici più marcati rispetto ad altre realtà africane, ed estesosi con la forza al resto della regione ed oltre, è stata impressa dall’insorgere di varie forme di leadership, tra le quali molto interessante e certamente decisiva è quella rappresentata da persone di media o alta scolarizzazione che, sull’onda degli ideali egualitari coltivati nell’ambiente universitario o a seguito di letture sui padri dell’indipendenza o ancora di un ritorno alle fonti della saggezza e delle culture locali, hanno deciso di ritornare alla terra e di mettersi a fianco dei contadini che non avevano avuto le stesse opportunità per condividere la loro sorte e per aiutarli al meglio a leggere la realtà, ad analizzarla e ad alzare la testa per smettere di subirla. I leader di cui si è parlato sopra, insieme a tanti altri, fanno parte di questa categoria: se oggi sono al campo a coltivare insieme alla loro famiglia, domani li trovi a parlare a Bruxelles, a Roma, a Tokio o a Washington, peraltro sempre più sollecitati e sempre più in difficoltà a conciliare l’impegno politico e l’impegno familiare e professionale. Per fortuna si stanno moltiplicando, grazie anche agli ingenti sforzi di formazione effettuati all’interno del movimento, ma anche a consistenti sostegni esterni. Chi ha potuto seguire ed accompagnare queste dinamiche, ha avuto l’opportunità di constatare le rapide trasformazioni che si sono operate all’interno del movimento africano: da massa quasi informe, sfruttata e manipolata dalla classe politica al potere, si è trasformata progressivamente in un movimento strutturato, acquisendo consapevolezza del suo ruolo e della sua dignità. In Senegal, ad esempio, i primi nuclei organizzati sorti nella zona di Koumpentoum negli anni settanta, hanno basato la loro azione su una riflessione di carattere filosofico ed etico (“Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Quali sono le nostre responsabilità nella società?”), sostenuta da una rilettura del Corano in chiave sociale. Ciò ha portato ad un forte protagonismo delle organizzazioni contadine ad ogni livello ed in alcuni paesi ha anche prodotto risultati molto concreti, come la riduzione dei tassi sul credito agricolo, l’esonero delle tasse per le importazioni di attrezzature agricole, il cofinanziamento da parte dello Stato di progetti di sviluppo agricolo gestiti dalle organizzazioni stesse ecc.

 

Dall’aiuto all’alleanza
In questi ultimi anni, anche e soprattutto a seguito delle sollecitazioni venute dal Sud, si è finalmente arrivati a capire che se è vero che i piccoli produttori camerunesi subiscono la concorrenza dell’Europa per i polli, i guineani per le patate e i burkinabè per la salsa di pomodoro, è vero che i floricoltori della Liguria subiscono la concorrenza dei loro colleghi del Kenya.
”Inoltre – come diceva un esponente della Coldiretti ligure - il giorno in cui anche i kenioti costeranno troppo, le multinazionali che usano la povertà come vantaggio comparativo andranno altrove a sfruttare altri contadini, e quindi sia noi che i kenioti avremo perso. Se non ci rendiamo conto che i loro problemi sono anche i nostri, reagiremo quando sarà troppo tardi. È per questo che dobbiamo metterci insieme e formare anche la nostra gente su questi temi”. 

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