Un’analisi della crisi politica italiana
Marco Damilano
Siamo una società dove nessuno rappresenta più nessuno,
siamo tutti contro tutti. Prevalgono interessi e angosce, senza più mediazioni, né dei partiti, né dei sindacati. Saprà il Pd evitare il rischio di sembrare un puro contenitore elettorale? La sfida della democrazia italiana passa anche di qui.
«Lentamente muore chi non cambia marcia, chi evita una passione...». Al momento di annunciare il suo voto contrario al governo, un ex ministro ha letto nell’aula del Senato l’ode alla vita di Martha Medeiros, attribuendo la poesia a Pablo Neruda. Parole quasi profanate nel clima del Parlamento di quel pomeriggio: risse, sputi, mortadelle, spumanti, trasformismo. Eppure adeguate a descrivere questa nuova stagione di campagna elettorale che ci troviamo a vivere.
Lentamente muore, la democrazia italiana. Lentamente muore, il sistema rappresentativo. Lentamente muore, la speranza di partecipare con il voto a un reale e profondo cambiamento dei rapporti di forza che dominano la nostra società. È con questo spirito che in tanti seguono il dibattito tra i leader e i partiti sui giornali e alla televisione: l’enfasi sui contenitori, i nuovi partiti che si confrontano, il Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi e il Partito democratico di Walter Veltroni, nati dalle primarie (come è nel caso del Pd) o da un discorso improvvisato su un predellino (come è successo al rassemblement berlusconiano). Il dibattito sulle regole, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, le mitiche riforme di cui si discute da quasi trent’anni, mai approvate. I programmi di governo, sempre più simili e improvvisati. E le formule ipotizzate per la prossima legislatura: la grande coalizione, la coabitazione, il dialogo tra gli schieramenti.
Politica lontano dalla realtà
Su questi temi si svolge prevalentemente la campagna elettorale. Caratterizzata da toni più civili e più gentili, senza la demonizzazione dell’avversario che ha segnato gli scontri precedenti. Ma anche da un senso di distanza da quanto succede fuori, lontano dai teleschermi. Fuori c’è una società in cui si agitano passioni, paure e speranze che difficilmente trovano spazio nel confronto tra i leader. Un ribellismo sociale sempre più evidente, che si esprime nelle forme più diverse: i tifosi di calcio che assaltano la polizia dentro e fuori gli stadi, per esempio, com’è successo dopo la morte del ragazzo ultrà della Lazio nello scorso autunno. Ma anche i posti di blocco in Campania dei comitati di quartiere e dei paesi contro l’apertura delle discariche nella loro zona. Oppure le ronde anti-immigrati, i gruppi di sorveglianza del territorio, il fai-da-te della sicurezza nelle province del ricco Nord-Est. E ancora, i tassisti che bloccano le città per protestare contro la liberalizzazione delle licenze. Fenomeni molto distanti tra loro, che raccontano di quella che il Censis nell’ultimo rapporto ha definito la «coriandolizzazione» della società: una società dove nessuno rappresenta più nessuno, siamo al tutti contro tutti, alla rappresentanza immediata di interessi e angosce, senza più mediazioni, né dei partiti, né dei sindacati. Un processo che va avanti da tempo, ma che nell’Italia 2008 sembra arrivato al punto più alto e forse al punto di non ritorno.
Non è il ritorno della distinzione pasoliniana tra società e Palazzo. Piuttosto, come ha spiegato il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, avanza una nuova divisione che taglia trasversalmente i cittadini elettori: non più destra e sinistra, categorie superate. La nuova frontiera taglia l’anti-politica, chi alla politica non ci crede più, da quelli che chiedono una politica del fare, un’unione tra i politici per governare al di là degli schieramenti. Di qua, insomma, chi vuole le riforme, qualsiasi sia il colore delle sue bandiere, di là chi frena lo sviluppo e ha un atteggiamento ostile nei confronti della politica. Un’analisi che ignora come su tante questioni, dalle politiche sull’immigrazione alla politica estera, sia difficile trovare punti in comune tra i due grandi partiti. Il “fare” in democrazia non è mai neutrale, è una scelta di valore. Ma è anche vero che nella società italiana i movimenti di rivolta, i conflitti prescindono ormai quasi totalmente dalla politica e che i partiti vivono queste schegge di protesta come un problema più di ordine pubblico che di contrasto politico. È una novità: solo fino a pochi anni fa grandi movimenti, il movimento no global, il movimento della pace, il movimento sindacale sulla difesa dell’articolo 18 e poi i gruppi nati sulla difesa della legalità come i cosiddetti girotondi nascevano su un rapporto di reciproca influenza con la politica. Erano movimenti politici che cercavano con le manifestazioni di piazza e con l’attività sul territorio di incidere sulle scelte politiche e istituzionali.
L’anti-politica
I nuovi movimenti, invece, si formano nel vuoto della politica, sulla spinta dell’anti-politica, di un rapporto di separazione e di ostilità nei confronti della politica. E i partiti che si confrontano alle elezioni tentano di tenere saldo il confine che li separa da questi umori della società. Non sapendoli rappresentare, non potendo rimettere in campo un circuito di partecipazione, almeno nella maggioranza dei casi, i nuovi listoni che si scontrano per la guida del paese fingono di ignorarli e di parlare un linguaggio comune (la politica del fare) per evitare la spiacevole sensazione di essere assediati.
I più penalizzati, in questa situazione, sono quei mondi vitali dell’associazionismo, della cooperazione, della società civile organizzata che con la politica hanno sempre mantenuto un rapporto virtuoso, anche di critica se necessario, ma nella convinzione che è nella politica la leva del cambiamento sociale. Mondi che hanno sempre cercato di rappresentare gli interessi generali e non solo di categoria. Se prevalgono il ribellismo e il particolarismo i primi a soffrire sono le associazioni di solidarietà e di cittadinanza attiva: private della loro interlocuzione con la politica e della possibilità di portare la voce di chi fatica a farsi ascoltare da solo. È anche così che lentamente muore la democrazia.
Una crisi comune a tutti i paesi occidentali, dove si sperimentano ricette diverse. Il decisionismo, il culto dell’uomo solo al comando che chiama attorno a sé le energie migliori nella Francia di Nicolas Sarkozy. E il vento del cambiamento, il ritorno della partecipazione con grandi masse popolari e finora poco rappresentate che si sta manifestando nelle primarie americane attorno alla candidatura del senatore nero Barack Obama. Qui, in Italia, siamo in bilico tra le due vie d’uscita, ben simboleggiate dalle personalità dei leader principali, Berlusconi e Veltroni. Da un lato, ancora una volta, l’idea, o meglio l’illusione, che il capo possa segnare il destino di un paese, il mito della semplificazione che arriva a fare piazza pulita dei problemi complessi, il populismo: la vera cultura che fa da collante a quel che resta della vecchia alleanza di centrodestra. Dall’altro, il riformismo soft, a volte un po’ vago, predicato dal nuovo Partito democratico che si candida ad occupare quello spazio di centro che guarda a sinistra così importante nella storia politica dell’Italia. In quello spazio, durante la lunga era democristiana, hanno convissuto grandi nefandezze e formidabili virtù: un partito che si adeguava alla società italiana, nel suo bene e nel suo male, il partito del volontariato e della solidarietà ma anche della corruzione e della mafia, senza pretendere di guidarla dall’alto. In quello spazio si vorrebbe collocare il Pd, per ricoprire il ruolo del grande partito di massa del XXI secolo: un partito nazionale che superi le divisioni tra italiani. Per farlo, però, deve saper dare voce alla società italiana inquieta che si avvicina al voto di aprile. Non solo alle lobby e alle corporazioni, al pulviscolo di chi grida più forte, ma a quella parte di società che non strepita, non ha soldi e non ha facile accesso ai media ma che rappresenta il tessuto vitale della cittadinanza, quello che tiene nei momenti di crisi e che impedisce il prevalere del ribellismo e degli egoismi. Saprà essere questo partito, il Pd, evitando il rischio di sembrare un puro contenitore elettorale? La sfida della democrazia italiana passa anche di qui. Per evitare di morire, lentamente.





