Il Pakistan verso le elezioni
Laura Giallombardo
Indispensabile alleato degli Stati Uniti. Si allarga l’influenza degli integralisti. Crescono gli attacchi dei kamikaze. Il governo è in difficoltà.
Benazir Bhutto sapeva cosa avrebbe rischiato al rientro in Pakistan. E infatti già a poche ore dal suo arrivo, il 18 ottobre 2007, due esplosioni avevano colpito il suo corteo, provocando la morte e il ferimento di decine di persone che assistevano al suo passaggio.
All’indomani della strage, le sue parole rispecchiavano lo stato d’animo di una donna sicura di sé: “I pachistani vogliono ascoltare direttamente e senza intermediari i loro leader parlare con megafoni e altoparlanti. In condizioni normali tutto ciò è impegnativo. Con una minaccia terroristica che incombe è straordinariamente difficile. Mio dovere è far sì che non sia impossibile. […] Le intimidazioni da parte di assassini codardi non dovranno far deragliare il cammino del Pakistan verso la democrazia”.
Donna arrogante, ingenua o coraggiosa?
Benazir Bhutto era nata in una famiglia con la politica nelle vene. Suo nonno, Sir Shahnawaz, era alla guida della Lega Musulmana, determinante nella decisione di fondare il nuovo Stato del Pakistan, mentre suo padre Zulfiqar Ali fu giustiziato nel 1979 dopo aver perso la poltrona di primo ministro a causa di un colpo di Stato. Due fratelli entrambi impegnati politicamente morirono in circostanze misteriose. Lei stessa era stata per due volte capo di governo, prima donna in un paese musulmano. Il paragone con grandi famiglie politiche come i Ghandi e i Kennedy è dunque spontaneo. E come tutte le famiglie potenti, anche i Bhutto hanno luci e ombre. Originari del Sindh, la regione dove sorge Karachi, sono una delle più ricche famiglie del paese. Hanno proprietà in tutto il mondo. In passato alcuni membri sono stati accusati di corruzione. La stessa Benazir è stata accusata in più di un’occasione, motivo che l’ha spinta verso l’esilio volontario nel 1999. Che siano vere o meno le accuse in patria, nel 2003 Benazir e suo marito Asif Ali Zardari sono stati condannati per riciclaggio da una procura svizzera.
Dopo diversi mesi di trattative Musharraf ha concesso un’amnistia a tutti i politici e funzionari incriminati per corruzione tra il 1986 e il 1999, rendendo possibile il rientro in Pakistan di Benazir. La pressione del governo statunitense ha giocato un ruolo fondamentale. Di fronte alla crescente impopolarità di Musharraf, la vittoria elettorale di Benazir Bhutto e la sua nomina a primo ministro avrebbero infatti diminuito i poteri del presidente e dato una maggiore credibilità democratica al governo. Gli Usa e i paesi occidentali guardano con crescente inquietudine all’evoluzione della situazione in Pakistan.
Alleato indispensabile degli Usa
Paese dalle molteplici anime, diviso tra laicità e religione, tra governanti civili e governanti militari, il Pakistan nasce nel 1947. Invece di sfruttare pienamente l’eredità coloniale di stampo democratico, i suoi leader hanno preso decisioni politiche, legali e religiose sbagliate che hanno portato alla nazione attuale. Un paese attraversato da profonde divisioni e tensioni. In sessant’anni di vita governi civili si sono alternati a governi militari, quattro i colpi di Stato, nel 1971 la secessione della regione orientale, diventata poi il Bangladesh. Lo Stato attuale è scosso da campagne separatiste nella regione Sud occidentale del Beluchistan, da tensioni etniche nel Punjab e nel Sindh e dal controllo della parte Nord occidentale da parte dei talebani. Dal 2001, l’alleanza con Musharraf è diventata indispensabile per gli Usa che si apprestavano a invadere l’Afghanistan. Da quel momento il Waziristan è diventato territorio di transito per talebani e fondamentalisti, che ne hanno fatto una propria roccaforte e, su pressione occidentale, è stato necessario l’invio dell’esercito a presidiare i confini. Questo ha di fatto sancito l’indebolimento delle amministrazioni tribali che da anni governano la zona e ha causato decine di morti e feriti sia tra le truppe che tra la popolazione. L’influenza dei fondamentalisti si sta allargando a tutto il Pakistan, e gli attacchi dei kamikaze si moltiplicano. Il governo non riesce a controllare la situazione. L’esercito ha evidenti difficoltà nelle aree tribali e la polizia non riesce a controllare in modo adeguato le scuole coraniche, che sono un vivaio per gli integralisti, senza contare i fondamentalisti che sono nelle fila dell’esercito e dei servizi segreti. In novembre, a seguito della sua rielezione, Musharraf ha dichiarato lo stato d’emergenza, imponendo la legge marziale, sospendendo la costituzione, imprigionando migliaia di avvocati e politici, sostituendo decine di giudici della corte suprema chiamata a decidere sulla legittimità della sua elezione.
Benazir Bhutto era tornata in Pakistan per cercare di porre fine all’instabilità e per riportare il Pakistan sulla strada della democrazia e dare così vita a un nuovo corso nella storia del paese. Avrebbe presto reso noto un dossier sui brogli previsti per le elezioni di gennaio 2008. Schede elettorali già compilate, intromissioni nei computer della Commissione Elettorale, manipolazione dei dati sugli aventi diritto al voto. Nei suoi comizi ha attaccato apertamente l’estremismo islamico e il governo militare, colpevole ai suoi occhi di fare poco o niente contro i terroristi, ma ha anche dato nuova linfa al suo partito, il PPP (Partito del Popolo Pakistano), che grazie alla popolarità della sua leader si apprestava a vincere le elezioni. Il presidente afgano Hamid Karzai contava sulla vittoria di Benazir per migliorare le relazioni tra i due paesi.
La morte di Benazir ha provocato un’ondata di proteste in tutta la nazione. Permangono numerosi dubbi sulla regolarità delle indagini. Il luogo dell’attentato è stato pulito rapidamente, impedendo così la raccolta di prove, e non è stata fatta un’autopsia. Sarebbe necessaria un’inchiesta indipendente, come quella dell’Onu sulla morte dell’ex premier del Libano Hariri. Un’inchiesta governativa sarebbe infatti poco credibile, poiché molti hanno individuato in Musharraf il mandante. Ma Benazir, come ha più volte affermato lei stessa, aveva molti nemici. Potrebbe essere stata realmente Al Qaeda ad ucciderla, come sostiene il governo, oppure esponenti dei servizi segreti deviati, o avversari politici o fondamentalisti.
Ora il futuro è più che mai incerto. Molti si chiedono se nella battaglia tra il regime militare, la maggioranza moderata e i fondamentalisti la federazione pakistana riuscirà a sopravvivere. Il Pakistan è l’unico paese musulmano ad avere un arsenale nucleare. Cosa succederebbe se i fondamentalisti prendessero il controllo? Musharraf accetterà di dimettersi? Il PPP potrà vincere le elezioni senza Benazir? E sarà in grado di accordarsi con l’altro grande partito della Lega musulmana? Un accordo tra questi due partiti e i militari potrebbe essere il primo segnale di un reale cambiamento. Ora il marito di Benazir è alla guida del partito, ma l’erede designato è il figlio, Belawil Bhutto. La dinastia continua.





