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L’inchino, il kimono e la Toyota

Giappone tra passato e modernità

 

Niccolò Rinaldi

L’unico paese che ha sperimentato il fuoco di Hiroshima. Alienato e coccolato dal consumismo. Inquinato da mafie e irrequietezze. Attaccato alle proprie tradizioni. Globalizzato. È la metafora del mondo di domani.

Osaka - Vi sono paesi che si mostrano ai viaggiatori come spettacoli di funamboli o fuochi d’artificio, altri come rappresentazioni sacre o lectio magistralis. Ogni paese ha i suoi trucchi, il suo guardaroba di paesaggi, luci, incontri, colori, sapori da mettere in bocca, parole, segni, e quant’altro.

Bisognerebbe poter, saper viaggiare così: colti di sorpresa, guardinghi su quanto riserva la scena successiva. E l’oscurità della cabina degli aerei induce a pensare alle sale di teatro che piombano nel nero prima che il sipario si alzi, per permetterci di sbarazzarsi dei nostri pensieri, delle nostre ansie, di far posto al nuovo.
Se dal mondo s’apprende che viaggiare è una metafora dello spettacolo - e dal canto suo uno spettacolo è un micro-viaggio - il Giappone è uno dei cammini oltreoceanici più teatrali. Come gli attori sul palcoscenico, figure esili e consapevoli della loro postura, ci s’inchinano davanti, obbedendo a un rito. Lo fa l’impiegata della banca quando si entra e quando si esce, s’inchina il cameriere alla fine della cena, s’inchina la controllora dei biglietti sul treno, s’inchinano i politici nelle più svariate occasioni, e questo popolo intero che pare abusare dell’inchino quale saluto od omaggio, sulle prime disorienta, poi diverte, infine c’inchioda alla nostra ignoranza, perché dietro un inchino c’è un codice antico, misterioso.
Le signore in kimono
Anche nostalgico, perché un inchino è roba d’altri tempi, e oggi è un modo di aggrapparsi a un mondo in via di estinzione, un trascinare nell’era delle masse globalizzate una traccia di devozione interpersonale, di riconoscimento dell’altro. E come a teatro, paiono primedonne gelose del proprio ruolo le distinte e anziane signore che in kimono fanno la fila la mattina alle sette e mezzo davanti alla porta del monaco buddista. Il loro vestito è un costume, un tocco di colore su una seta spessa e altrettanto fragrante, ma lo indossano come da noi portano piumini plasticosi e pellicce di animali morti. E non è solo questione di kimoni: come in Italia, dove tante donne amano vestirsi di tutto punto con la mania dei marchi ben in vista anche alla cassa del supermercato o per andare a prendere i cocchi di mamma all’asilo, in Giappone a tutte le età la donna vuole ricoprirsi come in un gioco mascherato. Del resto, se l’industria della moda italiana è sana e vegeta, è merito del mercato nipponico, dove vestirsi non è un atto semplice. Così, nella galleria commerciale di Shinsaibashi di Osaka scorre fino a mezzanotte una sequela di vetrine aperte e scintillanti con tutto lo scibile del vestirsi mondiale, non una marca che manchi, e uno struscio di ragazze e signore vestite con “tutto” ricercato e griffato. Idem per quelle con pantaloni bucati, ma altrettanto ricercati; infatti, poco accanto al quartiere alternativo di America Mura, i negozi di vestiti usati ambiscono alla stessa precisione, con lo strappo giusto, e così appartengono alla stessa famiglia del megastore di Prada. Sfacciata esemplificazione del celebre consumismo giapponese, perfino stucchevole con tutto il luccichio d’insegne luminose, ma guai a fermarsi alle apparenze.
E guai a snocciolare le solite prediche sul Giappone, guardando dall’alto verso il basso, ridacchiando. Il Giappone è una contraddizione, un’alienazione, e una speranza, una realtà. Il Giappone non è né lontano e tanto meno ai margini di quanto accade nel pianeta, è uno dei centri del futuro, della scienza e anche della solidarietà. Anche in questo il Giappone è un paradigma del mondo e dei suoi equilibri, anche del mondo a venire.
La visita al pachinko
È un alveare di slot machine, dove appiccicati l’uno all’altro gente d’ogni genere gioca fissa sulla propria macchina; non uno sguardo al vicino, men che mai una parola, è un esercito di alienati, pigiati e d’ogni morfologia - giovani e vecchie, sbracati a incravattati, truccate e tatuati. Ma non è Las Vegas: non si giocano soldi, ma palline asessuate, che poi si cambiano, in caso di vincita, con premi da fiera di paese, come bambolotti, cavatappi, cibarie; pertanto tutti si annoiano da morire, nessuna eccitazione traspira dalle fila serrate. Per questo non è nemmeno una fiera di paese, e anche perché due elementi fanno del pachinko una mostruosità anche peggiore delle peggiori sale da gioco: il tanfo di fumo micidiale che stordisce chiunque varchi la soglia di una sala grande quanto un nostrano supermercato, ma dal soffitto basso, e il volume della musica rincoglionente, che chiude la bocca a chiunque volesse pronunciare una sola parola. Neanche a gridarla.
Poi accanto, il ristorantino giapponese: le bacchette, perché il cibo va sollevato, accarezzato, non spezzato, che porta male. Cibo disposto scenograficamente su vassoi dove ogni ingrediente è meticolosa decorazione dell’altro. E il tè, la civiltà del tè, persa nella cerimonia meticolosa d’un tempo, ma sopravvissuta nella calma con cui si sorseggia da tazze minute - e la fretta della strada è svanita. Ogni trattoria è così. Altro che fast food, altro che pachinko. L’altra faccia della medaglia.
E ancora: musei favolosi, quadri con pennellate alla prima (il tutto in un tratto), culto della musica classica, rock suonato da ragazzi per strada che commuove per l’intensità, teatro privo d’isteria e meticoloso nella codificazione di maschera/trucco/gesto/parola, lunghe discussioni con studenti assettati di sapere, grande amore per l’Italia nei suoi lati migliori (l’arte, la cucina, la dolce vita, la fantasia, e altri miti), un erotismo latente al posto giusto (memore che in Giappone la sessualità sta nel sesso, non altrove, mentre negli USA, ad esempio, sta ovunque tranne che nella sessualità), e via dicendo. Lo spettacolo giapponese stordisce, da non capirci niente, solo stupirsi.
Gli scenari di Osaka
Tanto più che a Osaka la società disegna scenari che riguardano tutti. La mafia impera, manovrando la finanza e tanta politica, ordinando flussi ed equilibri. È un monito per il prossimo futuro del pianeta? Un annuncio dell’inadeguatezza strutturale dello Stato e del ruolo regolatore di una discreta e potente criminalità organizzata? Un’esemplificazione della poca trasparenza della finanza mondiale? Eppure Osaka e il Giappone non fanno rima con mafia. Magari la fanno con Toyota, il costruttore che più d’ogni altro investe in motori puliti, o con mille altri nomi dell’elettronica e di beni di consumo che conosciamo fin da ragazzini e che portano nelle case di tutti roba solida, prodotti avanzati, ricerca applicata e divenuta alla portata di tutti.
Qua, nella culla scienza, nel futuro, qua in un paese rifondato sulle voragini atomiche.
Per risorgere ieri ed esserci oggi si pensa alla giapponese, ma si guarda all’Europa. Nel bene e nel male: con l’influenza democratica e liberale dell’ottocento e col fascismo del novecento (fino alle smanie imperialistiche di antica data, che giunsero a rivendicare l’Oceania e perfino la California nel nuovo ordine mondiale del nazi-fascismo); e con le mode di oggi e con una voglia vera di democrazia e partecipazione, mai perfette, inquinate da interessi occulti e minacciate dalla dipendenza consumistica e dall’emarginazione metropolitana. Ma sono queste lacerazioni a rendere il Giappone complesso, contraddittorio, dunque più umano e plausibile, tanto da collocarlo al centro dei riferimenti dell’Asia, con Corea del Sud e Taiwan sulla sua scia, con gli altri - la Malesia islamica, l’India - a riflettere sul suo modello, mentre nessuno, né a Osaka né a Giacarta, invidia la Cina, repressa e disumana. Così che, dopo aver invaso le nostre case con la sua elettronica, il Giappone delinea già uno scenario prossimo per buona parte del pianeta: sovrappopolato come queste isole, desideroso di viaggiare e curioso, costretto a lavorare troppo, alienato e coccolato dal consumismo, inquinato da mafie e irrequietezze, disperatamente attaccato alle proprie antiche abitudini da preservare e futurista, globalizzato e abbastanza solidale col resto del mondo. Lo spettacolo del Giappone si fa allora grande opera di ammonimento.
Come queste parole: “Noi abbiamo sofferto troppo. Noi, solo noi, abbiamo visto l’atomica, siamo speciali proprio per questo, abbiamo saggiato la vanitas del mondo. Per questo la nostra costituzione ci dice che non possiamo più fare la guerra e per questo investiamo molto nella cooperazione allo sviluppo. Siamo una società di stampo militarista e maschilista che è stata talmente stravolta da divenire una grande fabbrica dove la generosità internazionale è una necessità. Non tanto per espiare vecchie colpe, quanto perché sappiamo che siamo tutti vulnerabili”.
Sono le parole di un giovane giapponese che ha lavorato come direttore di Oxfam in Mongolia e in India. Sono il viatico al viaggio in Giappone, al grande spettacolo dei suoi riti, inchini e pachinko compresi, al decifrare i mille segni e malumori ed energie di questo paese, che conosciamo poco perché occultato dai pregiudizi, come si fa, noi europei, con troppa parte dell’Asia.

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