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Sei in: Home page / Anno XIX / n. 02 Feb. 2008 / Torna a fiorire la speranza

Torna a fiorire la speranza

Dopo la conferenza di pace in Kivu

 

Silvio Turazzi

La Repubblica Democratica del Congo non ha ancora trovato la pace. Nel Nord del Kivu le truppe del generale Ribelle Nkunda hanno provocato migliaia di profughi. La speranza suscitata dalle elezioni sembrava definitivamente delusa. Fino al 23 gennaio scorso, quando, inaspettatamente, è stata firmata una carta di pace.

La conferenza per la pace, la sicurezza e lo sviluppo nel Nord e Sud Kivu si è conclusa a Goma con la firma di un “atto di impegno” da parte dei gruppi armati, in vista di una cessazione immediata delle ostilità. Autorità politiche e militari, società civile e comunità internazionale, tutti sono d’accordo nell’affermare che è si è dato un passo molto importante verso la pacificazione di queste due province martiri. Nel documento conclusivo sono riportate le tappe principali di un cammino di pace: proclamazione di un cessate il fuoco, amnistia per fatti di guerra e di insurrezione, ritiro progressivo delle truppe, creazione di zone tampone, disarmo dei gruppi armati, integrazione nell’esercito nazionale o ritorno alla vita civile, disarmo e rimpatrio dei gruppi armati stranieri ancora presenti sul territorio congolese, ritorno degli sfollati ai loro villaggi, rimpatrio dei rifugiati congolesi dall’estero. Sono proposte che riaccendono la speranza nei cuori delle persone che vogliono ritornare a vivere in pace nelle loro case, per coltivare i loro campi e festeggiare la fine della guerra. Affinché ciò diventi realtà, non sono sufficienti le dichiarazioni o la firma di un documento, è necessario l’impegno di tutti e, soprattutto, la fedeltà alla parola data e agli impegni assunti. Sarà un cammino lungo e difficile che richiede di risolvere alcune grandi questioni rimaste in sospeso e affidate ad una commissione di controllo.
L’annuncio della forma di questa carta di pace è arrivata all’improvviso, dopo lunghi giorni in cui la trattativa sembrava segnare il passo. Ancora una volta sembra che la voglia di pace della gente abbia vinto le resistenze dei signori della guerra e dei loro interessi. Padre Silvio Turazzi, per vent’anni missionario a Goma ed ora animatore di Chiama l’Africa ci racconta come ha vissuto questo evento.

Sono contento di avere vissuto da vicino la Conferenza per la pace-sicurezza-sviluppo, che si è tenuta a Goma (Repubblica Democratica del Congo) dal 6 al 23 gennaio 2008. Un avvenimento che mi ha ricordato il lavoro della Commissione verità e giustizia nel Sudafrica per superare l’apertheid e cominciare un nuovo cammino di popolo valorizzando il meglio di ogni gruppo. Ho visto l’eredità dei Vescovi martiri Munzihirwa e Kataliko. L’impegno a superare il conflitto, non con la forza delle armi, ma con il dialogo, per arrivare alla pace durevole e alla riconciliazione per il bene di tutti è frutto dell’esperienza di vari gruppi della Società Civile e della scuola politica della non-violenza.
La gente protagonista
Così mi è sembrato. Protagonista soprattutto è la gente con il carico di sofferenza della guerra e delle sue conseguenze, i milioni di morti di questi anni, la società civile organizzata, la resistenza ai signori della guerra e al tentativo di frammentazione del paese da parte di potenze e gruppi economici esterni. Non si può dimenticare inoltre la speranza ancora viva suscitata dalle libere elezioni dello scorso anno, l’approvazione della nuova costituzione e il riconoscimento della cittadinanza a tutti i gruppi etnici presenti nel territorio dall’indipendenza (1960).
Certo ci sono nomi e volti di uomini e donne che hanno dato vita e “tessuto” il progetto di pace che riguarda in particolare il Nord e Sud Kivu, ma anche il Congo e coinvolge i paesi vicini. Vital Kamerhe – presidente del Comitato dei saggi, Apolinaire Malumalu, presidente della Conferenza, Mons Kaboy e la rete della Commissione giustizia e pace hanno dato un contributo determinante; essi sono l’espressione di quella scuola che sta creando coscienza e dignità politica nel paese.
Il metodo di lavoro della Conferenza ha lasciato alle spalle il regime dittatoriale mobutista ed ha aperto chiaramente la strada della verità e del dialogo nella ricerca della coabitazione e della riconciliazione.
È già la pace?
Tutti i problemi sono risolti? È già la pace? Nessuno si illude. Ma un grande passo avanti è stato fatto. Così molti hanno detto. Le conclusioni impegnano tutti i partecipanti alla conferenza davanti al tribunale della coscienza e alla comunità internazionale ad assumere responsabilità precise: il cessate il fuoco, a riconoscere e ristabilire l’autorità dello Stato, al funzionamento di una commissione tecnica mista per la sistemazione dei gruppi armati.
Le componenti maggiori dell’accordo sono: il governo, i rappresentanti delle varie tribù presenti nel territorio, i gruppi armati, la società civile, il settore privato (commercianti), le confessioni religiose, gli osservatori internazionali (facilitateurs). L’indice dei soggetti aiuta a capire la rete di contatti, di confronto e di dialogo, avvenuti nella fase preparatoria e durante la Conferenza, che ha permesso di affrontare con una certa serenità la realtà e i temi complessi della situazione orientale del paese.
Il diario della conferenza
Forse alcune righe del diario di quei giorni possono aiutare a capire la lunga attesa, la gioia nella conclusione e lo spirito di quei giorni.
Il 6 gennaio si apre la Conferenza. A voce alta e forte i rappresentanti delle comunità delle varie tribù e dei gruppi armati esprimono le loro denunce, proposte, opinioni. In alcuni momenti la tensione è alta, ma prevale il desiderio di parlarsi. Il dialogo nella sua prima fase porta a tirar fuori tutto ciò che è represso… le proprie ragioni che hanno spinto a prendere le armi. È un primo passo. La Conferenza è vista e si manifesta come uno spazio di “incontro”. Da parte di molti prevale la volontà di arrivare alla pace. In città, circolano giornali sull’aggiornamento dei lavori. Nel paese l’attenzione è rivolta alla Conferenza e agli sfollati che vengono dal Masisi, la zona montagnosa vicina. Sono decine di migliaia e vivono in condizioni durissime. Andremo a visitarli nei prossimi giorni. Molti sono accampati nel territorio di Mugunga, nella parrocchia San Francesco Saverio. La televisione congolese segue i lavori con molta attenzione e informa sulle marce di sostegno alla Conferenza (Lumunbashisi, Kinshasa…), la raccolta di fondi per gli sfollati, le preghiere ecumeniche, l’adorazione nelle chiese cattoliche. Ci incontriamo con alcuni amici. Ci dicono: è una guerra di occupazione fin dall’inizio, gli interessi delle multinazionali per lo sfruttamento delle ricchezze sono troppo grandi. Carichi di cassiterite, coltano, armi, arrivano e partono ogni giorno dall’aeroporto della città. Ci saranno risultati veri dalla conferenza? C’è chi fa la guerra come mercenario senza distinzione di tribù, ciò che conta è il guadagno; l’Armata “mista” congolese ha vari elementi che sono dalla parte opposta agli interessi del Congo, sarà difficile la costituzione e la fedeltà di un esercito nazionale; ma la sofferenza è troppo grande… speriamo. Erano discorsi ricorrenti. Siamo con Massimo Toschi e Lisa Clark, presenti come rappresentanti della Regione Toscana. La loro presenza e la loro esperienza è un vero dono. Ci collegano con i coordinatori della Conferenza di pace. Attraverso di loro sentiamo le difficoltà, le attese, le volontà per arrivare al cessate il fuoco e alla pace. C’ è un disegno politico – così sembra di intuire – occorre pazienza e intelligenza per arrivare a un dialogo tra le varie comunità che costituiscono questa società.
Un’esperienza storica
Giorno dopo l’altro la conferenza si manifesta come un’esperienza storica per il popolo congolese. Là dove germoglia la pace è una ricchezza per tutti. L’esperienza che si sta vivendo sembra portare al dialogo e alla convivenza pacifica. Continuano le manifestazioni nelle varie province e le assemblee religiose a favore della pace. A Bukavu hanno cominciato a consegnare le armi. Per un mitra vengono date 10 lamiere, possono servire per coprire il tetto di una casetta. Ci raccontano che la gente applaudiva quando qualcuno consegnava le sue armi. Il dialogo soprattutto mi è sembrato sia stato lo stile e la vera novità di questi giorni oltre tutte le difficoltà e le resistenze. La volontà di dialogo apre al perdono fondato sul riconoscimento degli errori, sulla volontà di far scorrere la vita anche dove è passata la morte. Un perdono che permetta di ricominciare sulle base della giustizia che riconosce la dignità della vittima e riapre al futuro.
È possibile tutto questo? Molti se lo chiedono. Abbiamo incontrato alcuni rappresentanti della Commissione giustizia e pace della chiesa congolese. Abbiamo sentito l’impegno, la forza intelligente, la voglia di giocarsi per la pace insieme alle forze vive del paese. È un gruppo di persone che lavora creando una rete tra le varie commissioni, nello spirito di servizio, quasi in silenzio come l’anima nel corpo.
Le trattative nella notte
Il 22 gennaio incontriamo ancora i rappresentanti di giustizia e pace. Ci raccontano le trattative della notte per arrivare alla firma di cessate il fuoco. Sono stanchi e tristi. Il vero soggetto dell’ostacolo si rivela lontano. Mi chiedo perché l’intelligence non rivela con chiarezza i responsabili di tanta sofferenza? Oltre il generale dissidente Nkunda, c’è il capo di stato del Rwanda, dietro di lui una lobby americana, così ci dicono varie persone che abbiamo incontrato. Ma la partita resta aperta. Chi vuole la pace sta tentando l’impossibile. Mi sembra opportuno in questo momento un sostegno aperto da parte della popolazione, di tutte le comunità tribali, al sì per la pace, e manifestare l’attesa perché l’ultimo gruppo armato aderisca.
Si vive nella città un momento di grande amarezza: la guerra continuerà? Il gruppo CNDP si rifiuta di sottoscrivere il cessate il fuoco e a molti sembra inutile il lavoro fatto in tutti questi giorni. Sono lunghe ore di attesa.
Ore 20: sembra impossibile! Ascoltiamo alla Tv l’annuncio ufficiale del consenso al cessate il fuoco e all’impegno per la pace da parte di tutti i rappresentanti dei gruppi armati presenti alla Conferenza. Un sogno si realizza: è stato fatto un passo grande verso la pace. “Oggi 23 gennaio 2008 è chiusa la Conferenza per la pace – sicurezza – sviluppo. Siamo davanti al tribunale della coscienza, assumiamo la responsabilità comune di attuare quanto ci siamo impegnati a fare”. Così concludono il presidente della conferenza l’Abbé Malumalu e il presidente della Repubblica Joseph Kabila.

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