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Al mercato dei beni comuni

Amazzonia: l’ultima frontiera

Emilio Molinari

Il 16% dell’Amazzonia è già stato disboscato. Il proliferare di dighe, l’estensione dell’agro-business e degli allevamenti, le miniere, sono la politica di sempre per l’Amazzonia. Anche del governo Lula.

Ho partecipato ai Forum Pan-amazzonici e sono appena tornato da un seminario a Belem con lo staff della governatrice dello Stato del Parà. Discutiamo di Amazzonia. Sette milioni di chilometri quadrati di foresta, 1/3 del continente sudamericano, 9 Stati: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana Francese; l’11% dell’acqua dolce di superficie del pianeta.

Per quanto riguarda il Brasile, il 61% del territorio nazionale, 16 volte l’Italia, nove Stati: Parà, Amazonas, Acre, Amapà, Rondonia, Rorania, Tocantins, Mato Grosso; 5,5 milioni di chilometri quadrati di foresta, risorse minerarie di ferro, gas e petrolio, per il 90% ancora inesplorate.
Senza acqua potabile e reti fognarie
Un immenso territorio, un oceano d’acqua dolce, dove vivono 20 milioni di persone che subiscono il paradosso di essere nel luogo dell’acqua, ed essere privi per il 60% di acqua potabile, e per l’80% di reti fognarie: insomma, di essere nel bel mezzo di un’immensa ricchezza ma vivere in poverissime favelas. Questi grandi numeri dell’Amazzonia, che pesano sugli equilibri ecologici del pianeta, alimentano contrasti politici: da una parte l’idea di internazionalizzare l’Amazzonia come patrimonio ambientale dell’umanità, dall’altra la giusta orgogliosa aspirazione di affermare la sovranità nazionale brasiliana. Talvolta quest’ultimo aspetto si accompagna con la diffidenza verso l’ambientalismo internazionale, visto come politica che blocca lo sviluppo del Brasile, che gli impedisce di occupare il posto che gli compete tra i grandi paesi del mondo. Credo che, stando così le posizioni, siano entrambe mal poste, poiché non colgono la dimensione dell’attualità del problema, con la precipitazione dei collassi ambientali, economici, politici, delle relazioni sociali e civili in atto nel mondo.
Prima di tutto infatti non considerano che stiamo vivendo il tempo dell’esaurirsi dei combustibili fossili, della terra disponibile e soprattutto della risorsa per eccellenza: l’acqua, da cui dipende la vita di tutti, dal bere alla produzione di cibo. Non considerano che nel 2050 il 48% della domanda di acqua resterà senza risposta, che un miliardo di profughi idrici si aggirerà per il pianeta, che 820 milioni di contadini dell’economia di sussistenza verranno spazzati via e andranno ad ingrossare le bidonvilles. Non considerano che viviamo il tempo della mercificazione dei beni comuni, della corsa commerciale e delle guerre permanenti per appropriarsene, per escludere gli altri. Non colgono gli emblematici segnali del collasso ambientale e della democrazia che ci arrivano con la“ Secca del Rio delle Amazzoni” o con i rifiuti a Napoli. Non colgono il fatto che oggi i grandi interessi transnazionali o nazionali privati si muovono all’insegna della conquista, dello sfruttamento intensivo del Continente Verde e dell’esclusione delle comunità dei poveri. Non voglio difendere l’ambientalismo mondiale, so benissimo che molte delle migliaia di associazioni che operano in Amazzonia spesso sono avanguardie della penetrazione delle multinazionali e dei governi americani ed europei.
Nelle mani delle multinazionali
Ma l’Amazzonia è già e da tempo internazionalizzata dalle principali multinazionali, Suez compresa, dalle basi americane in Colombia e Perù, dalla Guyana, territorio francese ed europeo venduto da prestanomi a stranieri.
Il 16% dell’Amazzonia è già stato disboscato, cioè quasi 2 milioni di chilometri quadrati. I principali responsabili sono stati gli allevamenti, l’agronegozio della soia, la cui produzione è aumentata in 15 anni del 150%, ed è passata da 9 a 22 milioni di ettari coltivati in tutto il Brasile, di cui 5,4 nel solo Mato Grosso. Un mercato gestito e controllato dalla Cargill, dalla Bunge, dalla Adm: tutte multinazionali. Così come il settore industriale del legname, dell’eucalipto e della carta. Tutto si misura in crescita del Pil: quando si parla di “patrimonio della nazione o dell’umanità” si pensa a ricchezza da vendere, da immettere sul mercato. In tal senso l’Amazzonia è concepita come “l’ultima frontiera”, dove c’è ancora tanto spazio da antropizzare. Ecco, spendiamo due parole sull’antropizzazione (NdR: il processo mediante il quale l’uomo modifica l’ambiente naturale per renderlo più consono ai propri fini. Esempi di antropizzazione sono il disboscamento al fine di ottenere zone edificabili o coltivabili, lo sbancamento del terreno per la costruzione di strade, la colonizzazione umana di territori naturali…). Questa marcia a grandi tappe inizia dal 1960 con la costruzione della strada trans-amazzonica, con il grande piano di immigrazione di allevatori prima e di contadini poi, all’insegna della “rivoluzione verde”, con la costituzione della zona franca fiscale e un polo industriale a Manaus, cosa che anticipò le maquilladoras di gran parte dell’America latina.
E allora cominciamo col chiederci se oggi non siamo di fronte ad un’altra grande tappa dell’antropizzazione dell’Amazzonia. Giocata ancora sulla soia, un milione di ettari convertiti dal 2004 e 3000 chilometri disboscati in questi ultimi mesi per far posto a soia Ogm, a dighe, a centrali elettriche, a piantagioni di eucalipto, ad attività estrattive, a miniere di ferro, ma sopratutto ai bio-combustibili per rispondere all’esaurimento del petrolio. Sono scelte politiche pesanti, che spesso si traducono in violenta repressione, decisionismo, esclusione della società civile proprio nel paese della partecipazione. Gli stessi grandi progetti, come un milione di cisterne, sono messi in discussione nel loro fondamento partecipativo con l’esclusione dell’Asa, l’organismo che raccoglie tutte le associazioni della società civile.
Scelte repressive
Sono scelte che influiranno non solo su questo paese, che cambieranno gli equilibri ambientali del pianeta, la geopolitica mondiale in senso multipolare, nonché le condizioni di vita di molte persone nel mondo.
E dico questo convinto che dalla politica del Brasile dipenda il destino dell’America latina nonché la possibilità per Bolivia, Ecuador, Venezuela di sperimentare nuove costituzioni e nuovi paradigmi politici per il XXI secolo. Inoltre, poiché nel gennaio 2009 si terrà a Belem il Forum Sociale Mondiale, credo che inevitabilmente le scelte del Brasile saranno al centro del dibattito del Forum stesso, assieme all’acqua, la terra, il fuoco, l’energia e il destino di 400.000 indios. Oggi in Brasile pesanti scontri sociali spezzano il connubio tra i movimenti sociali - Sem Terra, Via Campesina, Chiesa della teologia della liberazione, movimenti indigeni - da una parte e governo Lula dall’altra, rendendo incerto il rapporto che la sinistra brasiliana storicamente ha avuto con il Forum Sociale Mondiale. I punti caldi dei conflitti hanno i nomi precisi delle dighe e delle centrali idroelettriche: Rio Madero e Belo Monte, la drammatica deviazione del Fiume Sao Francisco nel Nord-Est con lo sciopero della fame del vescovo Capio, la diga di Tucurui. E tralascio, lo ripeto, le scelte strategiche dei biocombustibili da canna da zucchero, che incideranno sui prezzi mondiali dei prodotti alimentari, delle monoculture della soia Ogm, dell’eucalipto, dell’attività mineraria, delle nuove zone franche da concepire lungo il fiume o lungo le strade che si intendono costruire in Amazzonia.
È come ripercorrere, in forme diverse, le contraddittorie strade dello sviluppo cinese e indiano, che hanno sì determinato l’ascesa di Cina e India a potenze mondiali, ma anche il collasso delle loro risorse e del loro ambiente.
Sono le stesse strade che intende percorrere la Turchia con il progetto Gap delle dighe sul Tigri e l’Eufrate, cosa che renderà questo paese il rubinetto e il serbatoio di acqua nonchè la fabbrica di cibo per l’intero Medio Oriente.
Vendesi acqua
sul Rio delle Amazzoni
So bene che questi problemi sono all’ordine del giorno nel mondo globalizzato, che ci chiedono che ci si misuri sullo sviluppo, la crescita, l’esaurimento delle risorse del pianeta. Credo anche però che l’accordo sulla soia con la Cina, il rifornimento di ferro, sempre alla Cina, per fare tondini per le costruzioni, oppure l’approvvigionamento di acqua alla foce del Rio delle Amazzoni da parte della stessa Cina, o che il governo brasiliano vuole definire il prezzo dell’acqua grezza, vadano in direzione opposta. E sulla stessa scia vanno altri governi di sinistra, come l’Uruguay con la fabbrica di cellulosa finlandese sul fiume omonimo, come Correa – presidente dell’Ecuador - che vuol consegnare la base di Manta alla Cina e avviare il collegamento Manta – Manaus, un corridoio stradale e fluviale in cui gioca un ruolo l’asse petrolifero Petrobas (BR), Sinopec (Cina), Enap (Cile). La potente crescita economica del Brasile, dicono dal governo, è un requisito per elevare il paese e tutto il Sud America al rango di potenza mondiale, il che permetterà di fare un passo in avanti verso un mondo multipolare. Certo, lo fa con l’orgoglio di un paese sovrano che persegue l’indipendenza del continente e nell’intento di ridisegnare il mondo, ma lo fa nel solco del neoliberismo, con una politica economica di continuità con i governi precedenti, con un’idea di sviluppo basata sulla crescita del Pil, bruciando risorse fondamentali come l’acqua e l’aria, provocando l’aumento dei prezzi degli alimentari. Ma soprattutto lo fa lasciando inalterati i rapporti sociali iniqui esistenti in Brasile, i poteri delle multinazionali, delle mafie internazionali, l’arbitrio dei latifondisti e le pratiche della repressione e dell’omicidio nei confronti dei movimenti, sprofondando nella corruzione. Il proliferare di dighe, l’estensione dell’agro-business e degli allevamenti, le miniere, sono la politica di sempre per l’Amazzonia. Così sono stati uccisi i contadini, i Sem Terra, gli ambientalisti, i preti e si spazzavano via le comunità indigene. Solo che oggi sembrano ripetersi in un contesto di un governo progressista, che persegue un sogno antimperialista di indipendenza dell’America latina e di un mondo multipolare.
Il pianeta non regge
Dal punto di vista del Sud-America, e forse dei movimenti sociali, un mondo multipolare è certamente più favorevole di uno egemonizzato dagli Stati Uniti.
Ma c’è da chiedersi egualmente se il pianeta lo regge, e se una pluralità di poteri forgiati sullo stesso modello Usa rappresenti un passo in avanti per i movimenti. Le multinazionali europee dell’acqua, delle costruzioni, dell’energia elettrica, con le privatizzazioni targate Wto, ormai scorazzano in tutta l’America latina e in Africa. E i disastri si vedono. Ora arrivano le multinazionali cinesi, indiane, brasiliane, messicane. Sarà un bene? Si è già aperta la contraddizione. Non è problema da leggere con ideologie. Ci chiede di ragionare con paradigmi politici diversi dalla cultura di una sinistra antica, e diversi anche da un ambientalismo Usa che ha ignorato a lungo la questione sociale. Chiede ai movimenti di misurarsi con la necessità di essere autonomi dalla politica, ma al contempo di essere dentro la necessità, di rifondarla, all’altezza dei problemi del XXI secolo.
Il Forum Sociale di Belem
Il Forum Mondiale di Belem 2009 in tal senso sarà un grande appuntamento politico. Il movimento dell’acqua è maturo per questo, in America latina e in Europa credo abbia fatto molta strada, insieme a quello della terra e dei contadini.
Credo si possa lavorare per un grande momento unitario, e si possa chiedere ai governi e alle istituzioni locali di affrontare autonomamente nei Forum delle autorità i nodi posti dagli scontri sociali, dai movimenti e dalle loro reti.
Credo che la governatrice dello Stato del Parà in questa occasione saprà collocare il proprio governo nel campo di quei paesi, gran parte dei quali Amazzonici, che hanno dichiarato l’acqua un diritto umano, un bene comune non mercificabile, la garanzia di 50 litri potabili per tutti, e la gestione dei servizi idrici e sanitari pubblica.
È solo un piccolo passo, una presa di distanza dalle multinazionali, un buon segnale per il 2009, anno del Forum Mondiale dell’Acqua.

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