Lettere ed opinioni
Carlo Cefaloni
Caro Eugenio,
anche i più radicali quando vanno al governo devono mediare. Per cui sembra scortese e inopportuna l’ostinazione con cui Alex ha continuato a gridare “vergogna” verso Prodi e il suo governo. Esemplare, in questo senso, la solitudine della conferenza stampa di Zanotelli con la sola Sinistra critica…
Lidia Menapace ha invitato a mantenere in vita il governo almeno fino alla caduta di Bush. Adesso l’esecutivo è caduto, a primarie Usa ancora aperte, per lotte intestine di tutt’altra origine, e ci dobbiamo chiedere se davvero abbia contato di più, ad esempio, il presenzialismo “caciarone” di un sottosegretario come Paolo Cento o l’azione efficace e silente di un altro sottosegretario, quel Massimo Tosoni, supertecnico prodiano chiamato direttamente dalla grande banca d’affari Goldman Sachs.
Come, anche, bisogna comprendere a cosa sia servito riempire di economisti e studiosi di area rifondazione la “commissione per la politica industriale 2015” se, poi, il presidente di Finmeccanica davanti all’Accademia dei Lincei ha potuto affermare che le sinergie e la progettualità della politica industriale del nostro Paese era l’oggetto di un gruppo di lavoro, radunato da Mediobanca, che prevedeva la presenza di Fiat, Finmeccanica, Telecom, Eni, Smts e similari. E, infatti, le scelte di aumento delle spese per investimenti sulle armi ha reso esplicito questo indirizzo.
… E qui ci affacciamo alla questione di una reale mancata presa popolare di un tema centrale come una politica di pace che sappia incidere sui fondamentali dell’economia e della struttura sociale. La retorica occidentalista, il culto della bandiera “alla Ciampi”, hanno generato una accondiscendenza verso tutte le missioni militari che facilmente possono essere battezzate come “azioni di pace attiva”, di fronte a quella che viene definita la codardia calabraghista e inconcludente dei pacifisti.
Una forza politica può solo cercare di gestire con oculatezza i consensi che provengono da questa area minoritaria, almeno tra quanti andranno ancora a votare. E si vede che la dirigenza della “cosa rossa” non prevede la possibilità di puntare a un grande consenso sulla questione sociale, ambientale, di lotta alla povertà e difesa dei beni comuni e della pace, perché associa questi punti programmatici indissolubilmente con le istanze, appunto, bioetiche, regalando tutta la vivacità di parte dell’associazionismo cristiano alla mediazione con i dogmi del pensiero liberista professati da gran parte dei partiti maggiori.
Come riconosce Emilio Molinari, nello stesso numero di Solidarietà internazionale di gennaio, l’ossessivo anticlericalismo, che diventa facilmente offesa anticristiana tout court, sembra l’esito di una memoria personale eretta a sistema, che ostacola la necessità di lavorare assieme di fronte alla minaccia di un mondo esposto al rischio nucleare e all’esaurimento delle risorse come effetto di un senile capitalismo predatorio.
Sarà pure una esperienza personale limitata, ma io ho visto che in famiglie (operaie!) ormai indottrinate dal verbo predominante della televisione commerciale, l’unico che ancora osa dirsi di sinistra è il figlio che frequenta l’azione cattolica…
Non si riesce a comprendere che la questione dell’aborto non è solo un residuo del potere maschile sul corpo della donna, ma una profonda ferita alla radice della convivenza che dovremmo essere in grado di affrontare con totale trasparenza e compromissione, senza perbenismo e senza chiusure preventive? …
Non si comprende come mai dobbiamo lasciare che temi così complessi siano gestiti solo da chi giustifica le guerre preventive e non riesce a comprendere come l’offesa alla vita umana sia figlia di quella ideologia dominante fondata sulla solitudine competitiva che rompe ogni legame sociale fraterno.
Se infine, dovendo fare delle scelte e accettando, quindi, la complessità della esistenza, ci si decide comunque a dare il proprio sostegno a forze che mantengono la priorità della giustizia sociale, e si scopre che questo programma è da rimandare continuamente, allora viene l’idea di dover ripensare tutto da capo. E riconsiderare quanto affermava don Milani in Esperienze Pastorali, secondo cui, già a quel tempo, il «diffondersi del comunismo ateo» era non la causa ma la conseguenza «di un materialismo già ben radicato» dato che «un popolo intimamente cristiano avrebbe saputo esprimere il suo giusto bisogno di rivoluzione senza perdere per questo la sua fede».
Finita l’attesa messianica marxista, non gli elementi di analisi forse, rimane il materialismo dei nostri giorni che ha il bisogno ontologico delle armi per esistere. Dobbiamo edificare dunque un soggetto capace di vincere e perdere non per le lobby che lo sostengono, ma per “un giusto bisogno di rivoluzione”.





