Giancarla Codrignani
Avreste dovuto vederla Marianela Garcìa Villas, figuretta non appariscente, tailleurino grigio, voce e gesti tranquilli, intervenire nelle nostre conferenze all’inizio degli anni Ottanta a denunciare gli orrori della dittatura in Salvador, il paese in cui lei era stata parlamentare e restava presidente della Commissione per i diritti umani.
Quella del Salvador era una questione spinosa: solo nel 1980 l’uccisione in chiesa, durante la messa, dell’arcivescovo Romero, voluta dal maggiore D’Aubisson (fondatore del partito Arena, ancor oggi al governo con la presidenza di Elias Antonio Saca) aveva fatto capire la ferocia di un regime di cui la locale Democrazia cristiana era complice. Ma fu duro perfino onorare la memoria di Romero, e la cripta in cui fu sepolto più che un monumento di gloria parve una segregazione dalla realtà ecclesiale: bisognava volerci andare per trovarlo.
Ancora oggi, di fronte alle richieste - da parte della Commissione interamericana dei diritti umani, impegnata a fare giustizia sull’assassinio di mons. Romero - di “realizzare un’indagine giudiziaria completa” e di “superare la legge di amnistia generale”, il vescovo Saenz Lacalle, membro dell’Opus Dei, collabora con il governo e destituisce il legale del Socorro Juridico diocesano che tutela i diritti umani, voluto dal predecessore mons. Rivera y Damas.
Anche nel 1980 la situazione non solo era politicamente pericolosa: dietro le quinte, come nei climi dittatoriali, era torbida. Marianela, collaboratrice del vescovo assassinato, venne in Europa a denunciare la prassi criminale del governo, il nome dei responsabili delle uccisioni, il bisogno di giustizia che usciva dal messaggio di Oscar Romero, interprete del suo popolo. Il 13 marzo del 1983 toccò a lei. Aveva 34 anni e oggi sarebbe giusto che ne compisse 59 insieme con le donne salvadoregne ancora prive di tutela. Era già stata arrestata e torturata. In un momento confidenziale tra donne, mi disse, quietamente, che l’avevano anche violentata. La storia non può dimenticare una donna così, il coraggio, la dignità con cui “fece il suo dovere”: per il suo popolo, ma anche per tutte e tutti, per un futuro più degno di quei diritti umani che sono ancora poco applicati, in quest’anno che per la sessantesima volta celebriamo.





