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Pagine di diario n. 2 Febbraio 2008

Gianni Caligaris

Nelson Mandela
Finisco di scrivere queste “pagine” l’undici febbraio, anniversario della liberazione di Nelson Mandela dopo 27 anni di reclusione nella galera di Robben Island.
Venne De Klerk, il pur duro boero a cui spetta però la gloria di aver portato il Sudafrica fuori dall’apartheid senza spargimento di sangue. Capì subito che Mandela era il suo uomo, ben più dei leader in libertà che guidavano l’ANC o gli altri movimenti antisegregazionisti, era la sua strada maestra per portare a termine il suo progetto e lo liberò.

Ricordo ancora quel giorno del 1990, incollato alla televisione che trasmette in diretta l’avvenimento, quella spianata davanti alla prigione tagliata dallo stradone che finisce davanti al portone del penitenziario. Due ali composte di folla, evidentemente selezionata, reporter da tutto il mondo, polizia. Arriva l’ora annunciata, viene superata, il tempo passa lento. Il film è quasi immobile, mentre il cronista si arrabatta a coprire il ritardo rievocando le storie del Sudafrica e di Mandela. Mi telefona Aluisi per dirmi che dopo anni di impegno è emozionante assistere ad un evento che, sia pure in termini infinitesimali, è collegato anche al nostro lavoro. È vero, mi sento in quella spianata sotto quel sole del Sudafrica che non ho mai visto. Alla fine il portone si apre, Mandela esce con al fianco Winnie, sorride, saluta. Io assaporo, spengo la TV e canticchiando “Biko, Bikò, Bikoooo Biko” di Peter Gabriel raccolgo tutto il materiale della campagna di boicottaggio alle banche che finanziavano il Sudafrica e dei comitati antiapartheid e lo metto da parte. Penso che forse oggi possiamo archiviare una buona pratica. Non succede spesso.

 

Guantanamo
È vero che noi italiani siamo inguaribili ed appassionati cultori del piagnisteo autocritico; da noi non funziona mai nulla, guardate gli altri invece, etc. etc. Ad esempio, l’efficienza dell’amministrazione della giustizia, la velocità dei procedimenti, lo snellimento delle pratiche erano nell’agenda dell’ultimo governo, e anche dei venti o trenta precedenti. Tuttavia, stavolta abbiamo di che consolarci e non a carico di qualche sperduto paese di incerta democrazia. In questi giorni dovrebbe iniziare il primo processo a sei reclusi di Guantanamo, accusati di complicità con l’attentato alle Torri Gemelle, con tanto di richiesta di pena di morte. Visto che Enduring Freedom è iniziata alla fine del 2001, significa che sono serviti sei anni per imbastire un processo…
Ah, i bei tempi in cui si cantava “Guantanamera, Guajira Guantanamena. Yo soy un hombre sincero, de donde crece la palma…” e quella baia era nota solo per questo uomo sincero che coltivava la rosa bianca in giugno come in gennaio, e per Guajira, la misteriosa caraibica che lo ispirava.
Però bisogna ammettere che Guantanamo fa tendenza: nei giorni scorsi Lady Victoria Beckham si è presentata ad una sfilata di moda nuovayorkese con un elegantissimo modello arancione della stessa nuance delle famigerate tute dei reclusi del supercarcere a cielo aperto in terra cubana. E i biechi cronisti lo hanno subito sottolineato. Chiedetevi, chiediamoci, è politically correct?

 

Bankitalia
Tanti anni fa, in un paese non tanto lontano, anzi per niente, qualcuno pensò di finanziare il boom economico con il debito pubblico. Cateratte di denaro furono versate per riempire le tasche degli italiani di soldi prelevati non dalle casse dello Stato, ma dalla sua propensione ad indebitarsi. Creazione e mantenimento di enti inutili, crescita ipertrofica del pubblico impiego, baby pensioni elargite a piene mani, avvio di lavori pubblici inutili o mai finiti, sussidi indiretti alle grandi imprese attraverso gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, ………
Tutto ciò portò soldi nelle tasche degli italiani, che potendo consumare di più, diventarono il carburante per la corsa di quella che cominciava a chiamarsi, con espressione blasfema, l’“azienda Italia”.
BOT, BTP, CCT furono gli strumenti con cui lo Stato si faceva prestare dai cittadini i soldi che aveva precedentemente sperperato; gli interessi da pagare sui titoli di Stato (erano arrivati i tempi dell’inflazione a due cifre) incrementavano la spesa pubblica, che emetteva nuovi titoli, via via indebitandosi.
È ovvio che l’operazione non è ripetibile, anzi da anni sudiamo sangue per ridurre i guasti generati da un sistema che dava in dote ad ogni neonato una fetta di debito pubblico da incubo “Meno male che i bambini non lo sanno”, commentava negli anni ’80 un faceto docente della Bocconi.
Ma l’azienda Italia ha ancora fame di carburante, è un Moloch le cui fauci chiedono continuamente nuovo combustibile, il cui raffreddamento sarebbe una calamità peggiore di uno tsunami.
Allora, non potendo più indebitare il pubblico, indebitiamo il privato. Facilitiamo con ogni mezzo le famiglie ad indebitarsi, quelle che una volta esitavano anche solo a lasciare il conto da pagare dal salumiere, vendiamo tutto a credito: automobili, vacanze, home theatre, lifting. Si è creduto di organizzare lo sviluppo economico espandendo a credito i consumi e fingendo di ignorare che i debiti prima o poi vanno pagati e che ciò, in un contesto di salari stagnanti e di crescita del lavoro precario, è tutto meno che certo.
Bankitalia ci informa che aumentano le famiglie italiane in difficoltà con le rate del mutuo e dei prestiti al consumo, oppure con il conto in “rosso”. In un anno l’ammontare delle loro sofferenze bancarie è cresciuto dell’8,45% e ha sfondato quota 11 miliardi di euro. Ad ottobre scorso il conto non pagato è salito a 11.292 milioni di euro, ben 880 milioni in più dell’anno prima.

 

Grattini e Grattati
In quella stessa Italia e nello stesso anno in cui una famiglia su quattro rantola per arrivare a fine mese, il gioco d’azzardo raccoglie quasi 42 miliardi di euro. Guardate che non sto parlando di raffinati casinò alla James Bond, o di circuiti per addetti ai lavori stile “La stangata”. Parlo di roba domestica, nazional popolare: videopoker, lotterie, gratta e vinci, bingo, lotto, superenalotto, schedine.
Enrico De Nicola, il primo presidente della Repubblica Italiana, definiva il lotto “la tassa sui cretini”, ma pare fosse solo una citazione la cui origine risale fino a Cavour e sicuramente passa per Crispi.
Tutti voi, animati da sano buon senso, mi direte che i due fenomeni non sono confrontabili o sovrapponibili, che non c’è nessun rapporto fra le sofferenze bancarie delle famiglie e il consumo di gioco d’azzardo, che secondo ogni logica chi fatica a quadrare il mese non incenerisce quattrini nel lotto o nei grattini. Sicuri? Appostatevi davanti ad una tabaccaio e poi ne parliamo.

 

Sarkozy
Diciamoci la verità, checché ne pensino i francesi che l’hanno votato (una buona parte dei quali pare già pentita), Sarkozy non è istintivamente simpatico. Quell’aria troppo decisa, supponente, quell’atteggiamento che emana un “venite qua che vi insegno a mettere le braghe al mondo”, non lo rendono amabile e neppure gradevole. È un governante di destra, quella destra molto gallica e particolare che si definisce ancora “gaullismo”, una destra che però mette al centro il popolo, diversamente da Berlusconi, dalla Thatcher, da Aznar, capaci solo di fare i liberisti di seconda mano.
E comunque, questo antipatico primo della classe con la faccia da squaletto riesce a sorprendere. Alla conferenza stampa di inizio anno ha citato Leon Blum e, ripetutamente, Edgar Morin. Ha citato Amartya Sen e Joseph Stiglitz, feroci critici della globalizzazione liberista, e poi ha fatto anche di più: li ha invitati a far parte di una commissione che dovrà lavorare per lui.
Nei giorni scorsi ha annunciato un piano per la riqualificazione delle periferie di Parigi, quelle banlieues in cui ha esercitato al meglio le sue vocazioni repressive, che se funzionasse potrebbe diventare un faro per tutte le comunità europee alle prese con problemi di integrazione.
Nel frattempo continua a trattare gli immigrati come pacchi da tenere o deportare a seconda delle convenienze, e pretende la prova del DNA per i ricongiungimenti familiari.
Sarko sembra incarnare l’ultima evoluzione dell’esausta figura dello statista europeo: pragmatico, anideologico, pronto a pescare da destra o da sinistra ciò che meglio offrono i due sistemi di pensiero, per governare la cosa pubblica e mantenere il potere.
Non voglio certo fare il nostalgico dei tempi delle ideologie, ma questo sincretismo mi sgomenta un po’. È un modo forse efficace di governare per obiettivi, ma io credo che occorra governare per progetti, per visioni, altrimenti non è più politica, è pura amministrazione.

Febbraio, sapendo di essere il mese più corto perfino negli anni bisestili, l’eterno Cucciolo, sembra vivere un’ansia da prestazione che lo spinge a far casino per restare al passo dei fratelli maggiori; così si scorda (o forse non ha mai saputo) che presto e bene non vanno insieme. In questa prima decade saranno sicuramente accadute cose belle, ma nel mio aggirarmi da roditore fra i giornali non ne ho trovate un gran che. Per il calendario rivoluzionario francese, questi giorni facevano parte di Piovoso; è evidente che il tempo delle rivoluzioni è finito da un bel po’, le snobba anche il clima. Ma forse sono considerazioni oziose, da Bar Sport, di un rivale come me, nato in Termidoro. In fondo Febbraio ha una grande dote, come diceva sempre mio padre, insegnante statale: con lo stesso stipendio devi campare due o tre giorni in meno.

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