Michele Zanzucchi
1999 in Albania, durante la guerra del Kosovo. Tra Milot e Rubik, sulla strada maledetta (per via dei banditi che la infestano) e benedetta (per la salvezza di tanti) proveniente da Kukës, si erge un monumento nazionale, il ponte di Zog, ad arcate in cemento, che attraversa il letto del fiume Mat.
Albert, il mio accompagnatore, originario proprio di queste parti, mi spiega come risalga all’epoca − rimpianta, oh come rimpianta! − dell’occupazione italiana, che diede al Paese quella rete di infrastrutture che ancor oggi sostiene la nazione: ferrovie, strade e acquedotti. Due anni fa il ponte era stato chiuso perché pericolante: nel giro di qualche settimana le ringhiere di ferro erano sparite. Ora, nell’emergenza, è stato riaperto spontaneamente dalla gente: attraversarlo dà i brividi, per via dei pilastri di cemento armato scarnificati e delle paurose voragini nelle campate.Milot è passaggio obbligato per chi vuole scendere da Kukës verso la capitale. Su questa strada passa la lunga teoria, che parte dal Kosovo in fiamme, composta da carri, carretti, automobili e furgoni senza targhe, trattori, convogli militari, asini, potenti Mercedes che trasportano giornalisti e gigantesche jeep delle organizzazioni umanitarie. In uno dei primi giorni della tragedia, pioveva e tirava vento, un carro perse una ruota. Gli occupanti furono costretti a scendere, perché il danno era irreparabile dopo tanti chilometri di stenti. Si fermarono proprio dinanzi alla casa della famiglia K., papà musulmano e mamma cattolica: il figlio ha scelto la religione della madre. Il padre, Taip, non ha esitato più di tanto e se li è presi in casa, trasferendosi addirittura con i suoi in un locale molto più modesto, poco più di una porcilaia, nel cortile dietro l’abitazione, tra galline e un grosso maiale. «Loro erano in tredici, noi solo in tre»: Taip giustifica solo con queste lapidarie parole il suo gesto, come fosse la cosa più naturale al mondo. Mi conduce dapprima a visitare il suo appartamento, quello dato ai nuovi ospiti, costruito in decenni di lavoro mattutino nei campi sassosi, ma soprattutto nei piccoli lavori fatti nel pomeriggio in giro per la valle che porta a Kukës, preda troppo spesso delle bande di ladroni che infestano la regione. Poi scendiamo nel nuovo alloggio, che evidentemente la moglie è riuscito a rendere abitabile, nonostante l’umidità e l’assenza di un pavimento di cemento: la terra battuta tiene. «Bisogna sapersi adattare alle alterne vicende della vita», mi dice Taip, scacciando con la mano un grosso ragno che passeggia tranquillamente sul suo letto.
Parlo con la famiglia accolta da Taip. Come tanti nuclei provenienti dal Kosovo, ha una struttura matriarcale. È la nonna, la più anziana, che mi racconta l’ennesimo calvario, da Dečani fino a Milot: «I soldati ci sparavano all’impazzata appena dieci centimetri sopra la testa. C’erano morti e feriti sul ciglio della strada, e le granate scoppiavano al nostro passaggio. Davanti a Žur due case bruciavano: i miliziani serbi vi avevano rinchiuso gli abitanti musulmani, gli uomini, sprangando porte e finestre prima di appiccare il fuoco. Ho ancora l’odore di carne bruciata nelle mie narici, carne animale e umana». Ma l’anziana donna kosovara mi racconta anche un commovente gesto del vicino serbo: «Quel brav’uomo, un timorato di Dio, ci aveva dato il suo carro per fuggire. Ma dei miliziani vagavano nei paraggi. Così ci ha nascosto nel suo fienile, mentre i soldati devastavano la nostra abitazione. Una volta che se ne furono andati, ci ha fatti uscire e scappare».
Marie, la moglie di Taip, è contagiosamente ottimista. Cerco di capire cosa l’abbia spinta a ospitare gente sconosciuta. «Perché parli di gente sconosciuta? Sono come i miei figli, sono ormai della mia famiglia, non li dimenticherò più. Cosa avresti fatto al mio posto?». Non posso continuare la conversazione, Taip mi costringe ad accettare un invito a pranzo. È un fiume in piena: «Ieri ho accompagnato una signora fino al mare, a Durazzo: avevo saputo che il figlio di 21 anni era stato ucciso… Tratto i bambini della famiglia accolta a casa mia come miei figli… Io? Sono cresciuto senza una vera casa, perché mio zio era fuggito in Italia e i miei contestavano Hoxa e il suo modo di fare, per cui il governo ci aveva tolto la casa. Vivevamo in una baracca, proprio dove oggi c’è il nostro “secondo appartamento”. So bene cosa voglia dire rimanere senza nulla… Sì, c’è gente che si fa pagare per ospitare i kosovari, anche in questo paese di Milot. Potrei farti nomi e cognomi. Ma che vuole, la povertà qui è tanta, e si può capire anche questo cinismo. Io no, assolutamente, ho accolto la famiglia gratis… Questa gente resterà con noi finché non potrà tornare in Kosovo: gliel’ho promesso. Se troveranno la loro casa distrutta, cercheremo di fare in modo di ricostruirla… Certi amici e colleghi mi prendono in giro perché ho dato la mia casa ai kosovari. È vero, ora non ho più la doccia e mi devo lavare nell’orto. Ma sono più contento così».
Verrò poi a sapere che Taip, nella sua Milot, con altri amici ha attrezzato una camionetta da cucina da campo e, all’ora dei pasti, offre gratis ai profughi un pasto caldo e un bicchiere di bibita. Si sono istallati vicino al gabbiotto della polizia, sia per evitare assalti da malintenzionati, sia perché così la polizia stessa può inviare loro i casi più bisognosi. Rivedo così Taip che ferma le auto con un sorriso grande come le sue mani di indefesso lavoratore.
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