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Ci restano cinquant’anni

Incontri: EMILIO MOLINARI

 

Eugenio Melandri

 

Non usa mezzi termini nel descrivere la situazione di crisi in cui versa il pianeta. Stiamo raschiando il fondo del barile e non siamo pronti a gestire la scarsità delle risorse. Una scarsità che ha effetti non solo ambientali, ma soprattutto sociali.  Saranno i più poveri, infatti, a soffrirne di più.

Il percorso umano e politico di Emilio Molinari, uno dei leader storici della nuova sinistra, è sempre stato caratterizzato dall’attenzione ai cambiamenti, e alle nuove sfide che questi cambiamenti ponevano alla sinistra, troppo schiava della sua stessa ideologia. Facendo spesso anche scelte di rottura, che soltanto in seguito diversi suoi compagni di strada hanno potuto capire. Parlare con lui è piacevole e stimolante, perché attraverso la sua storia si ripercorrono i sogni e le conquiste, ma anche le frustrazioni e i fallimenti di una generazione che avrebbe voluto cambiare il mondo. Oggi, dopo aver coperto diversi ruoli politici, consigliere comunale e regionale, Deputato europeo e senatore, è Presidente del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale dell’Acqua.


“Emilio, non è facile oggi essere di sinistra. Anche perché si fa fatica a capire cosa significhi veramente.
Ciò che significa lo dobbiamo scoprire. Anche mettendo in crisi alcuni miti sui quali ci siamo formati. La mia è la storia di una persona che da sempre si è impegnata nella sinistra. Sono nato nel 1939. Negli anni ‘50 ho cominciato a lavorare in fabbrica e ci sono rimasto per 22 anni. Provengo, quindi, dal mondo operaio e dalla militanza comunista. Ho partecipato al movimento sindacale. Ho fatto il ‘68 e contribuito alla nascita della nuova sinistra. In sintesi, posso dire che la mia formazione è stata di matrice operaia, comunista, marxista. La mia cultura politica si è sviluppata, quindi, nei luoghi classici della sinistra.
Una sinistra, quella del ‘900 che ha rappresentato, certo, una grande epopea nella conquista dei diritti, da parte soprattutto dei lavoratori. È innegabile che essa abbia contribuito a cambiare la società, a difendere la giustizia. A costruire un pensiero democratico e a mettere le basi dello stato sociale. Ma una sinistra che ha anche coltivato miti di cui è rimasta essa stessa vittima. Pensa solo al mito della centralità della classe operaia, come classe che trasforma il mondo, e del potere, da prendere ad ogni costo. Oppure alla convinzione, che ha percorso gran parte del secolo scorso, dell’inesauribilità delle risorse. Al mito dello sviluppo, o della crescita come bene assoluto. Miti, questi, presenti non soltanto nel capitalismo, ma anche nel pensiero e nella prassi della sinistra. Lo stesso si può dire anche di un altro mito, quello della centralità del lavoro, presa in termini totalizzanti. Esso ci ha condizionato pesantemente. Contribuendo così a creare dei veri e propri mostri.

“Quando hai cominciato a capire che qualcosa doveva cambiare?
Alla fine degli anni ‘80, un infarto mi ha costretto a fermare la mia attività e a passare diverso tempo in ospedale. Forse proprio questa condizione mi ha portato a riflettere e anche a mettere in crisi la mia militanza. Intendiamoci, non ho messo in crisi i valori di fondo che mi hanno sempre accompagnato: la lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la libertà, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La lotta per una società più giusta dove a tutti sia garantito il diritto di vivere dignitosamente. Ma trovarmi in ospedale con gente normale, con l’idea che l’infarto che mi aveva colpito avrebbe potuto limitare definitivamente la mia attività, mi ha fatto capire che forse vivevo in modo astratto questi valori. Lontano dalla vita comune della gente. Sai, chi si impegna in politica in modo quasi totalizzante corre il pericolo di parlare solo con chi usa lo stesso genere di linguaggio. Le sofferenze vere ti sfuggono e rischi di perdere il contatto con quelli che dici di voler difendere. In più, proprio in quegli anni cominciavano a emergere prepotentemente alcune nuove questioni.

“Quali?
Innanzitutto la questione ambientale. C’era stata la prima conferenza delle Nazioni Unite a Stoccolma nel 1972, e proprio nello stesso anno era stata pubblicata la ricerca del M.I.T (Massachusetts Institute of Technology) che denunciava i limiti dello sviluppo e proponeva la crescita zero. Non ce ne eravamo accorti. Ma poi i fatti ci hanno portato a capire che l’emergenza ambientale aveva una grossa rilevanza sociale. Ho cominciato a interessarmene in modo assiduo. Penso di essere stato ai tempi il primo politico che ha cominciato a girare le discariche. Abbiamo scoperto così che i rifiuti tossici del Nord d’Italia finivano in Campania o peggio nel Sud del mondo, in Africa, fra i Saharawi, in Venezuela, in Somalia. Una partita, questa, a cui la sinistra pareva completamente indifferente. Poi, siamo a metà degli anni ‘80, fu il tempo della denuncia della corruzione politica cominciava a delinearsi tangentopoli. Una realtà che non i compagni sembravano non capire, credendo che fosse un fenomeno solo interno alle istituzioni, senza riflessi sociali. Eppure si trattava di un vero e proprio sistema, che coinvolgeva sia il governo che l’opposizione. Ho cominciato allora a capire che qualcosa non funzionava nella sinistra storica. Nel marxismo stesso. Che dovevamo rivedere e correggere i nostri parametri.

“Per cui…?
Ho lasciato Democrazia Proletaria, avvicinandomi al mondo “verde”. Poi nel ‘94 ho lasciato anche i verdi, poiché anche nel mondo politico ambientalista non avevo trovato punti e stimoli per una nuova narrazione, ma  soltanto una sommatoria di piccole storie e di piccoli interessi, anche personali. Per me, te lo assicuro, si è trattato di scelte traumatiche e difficili.
Nel ‘94 ho incontrato l’esperienza del Chiapas di Marcos e ho cominciato a seguirla e poi ciò che succedeva in Bosnia e nella ex Jugoslavia. Due situazioni diverse che mi hanno fatto scoprire realtà nuove e drammatiche. Poi, dopo un incontro organizzato qui a Milano da Mani Tese e da Punto Rosso, mi sono avvicinato al movimento dell’acqua, con Petrella.  Mi è sembrato allora di capire che non si trattava di una semplice battaglia politica, anche importante, ma di un nuovo modo di fare politica a partire dai beni comuni. Poco tempo dopo abbiamo dato vita al Comitato Italiano dell’Acqua. Da allora mi sono impegnato fino in fondo in questa partita.

“Torniamo un attimo indietro. Sono passati 40 anni dal ‘68. A tanti anni di distanza, quali sono state le luci e le ombre di questo evento?
Il ‘68 è stato una cosa molto complessa e contraddittoria. La tendenza oggi, a quarant’anni dagli accadimenti, è quella di demolirne la memoria, presentarla alle giovani generazioni come la madre di tutti i mali. Credo tuttavia si possa dire che si è trattato di una rivoluzione mancata che, però, ha gettato i semi di  nuove narrazioni, assolutamente riprendere se vogliamo uscire dalla crisi di civiltà che ci ha consegnato il ‘900. Il ‘68, infatti, ha segnato la rottura con alcuni elementi tipici del potere. Tutto è nato all’insegna di alcuni fenomeni internazionali, che a quei tempi abbiamo letto in termini classici, ma che portavano dentro di loro i germi di un futuro. Abbiamo capito che se ce la potevano fare i contadini vietnamiti, se ce la potevano fare a Cuba, potevamo farcela anche noi. Il potere, malgrado abbia la bomba atomica e i servizi segreti, può avere i piedi d’argilla. Può essere sfidato se prendiamo in mano il nostro destino: “Non deleghiamo!”, si disse allora.
Ma la cultura con cui abbiamo affrontato questi temi era ancora quella del passato. Ricca, certo, ma non in grado di leggere le nuove realtà. Non siamo riusciti a collocare questi nuovi  scenari dentro al territorio dove vivevamo. Non siamo stati capaci di cogliere che si stava costruendo una società angosciante, stretta nel morso dell’industrializzazione. C’erano già i segnali di una crisi ambientale. Ma non siamo stati in grado di valutarne la sua portata, presi, come eravamo, dai nostri miti. La centralità della fabbrica, ad esempio. La fabbrica non è un valore, è un incubo. Che costruisce al suo proprio interno modelli gerarchici e di dominio. Non siamo stati capaci di fare davvero i conti con le questioni legate al potere e alla sua gestione, perché dentro di noi avevamo stampati gli stessi modelli di potere. L’idea della violenza come levatrice di nuove relazioni. La creazione di partiti, piccoli eserciti strutturati per prendere il palazzo. In più, senza quei legami di massa che avevano caratterizzato le lotte dei nostri padri. In una sorta di nuova aristocrazia di sinistra. È innegabile tuttavia, che nonostante queste contraddizioni, il ‘68 abbia rappresentato un grande momento di modernizzazione di questo paese e di un grande processo di acquisizione di diritti.

“Ma poi, alla fine, sembra che tutto sia rientrato.
Forse proprio perché non eravamo attrezzati culturalmente a cogliere la portata del grande cambiamento per cui ci stavamo battendo. Ti faccio un esempio che ritengo molto significativo e che mette in evidenza il significato, anche culturale, di alcune conquiste che abbiamo fatto. Dal ‘66 al ‘69 i metalmeccanici abbattono otto ore di lavoro settimanale. Passano da 48 a 40 ore. Ottengono questo diritto, con la convinzione che ci siano altre cose importanti: il tempo libero, il sabato per stare con la famiglia, andare con la morosa. Oppure per leggere, andare al cinema o a teatro. C’è dietro una nuova concezione della vita e del lavoro. Non si vuole più legare il salario alla produzione. Nasce la battaglia contro il cottimo, che in pochi anni scomparirà definitivamente. Il salario, dicevamo, non deve essere legato alla produzione, ma ai rapporti che si stabiliscono con la contrattazione tra gli operai e gli imprenditori. Se leggiamo oggi questa conquista, ci accorgiamo di quanto sia attuale. Siamo ad un punto di non ritorno. I  cambiamenti climatici e la scarsità delle risorse (acqua e petrolio in primo luogo) ci impongono di frenare la crescita. Di cominciare a decrescere. Ma se vogliamo decrescere dobbiamo abbandonare l’idea di produrre sempre di più.

“Senti, Emilio, mi pare di sognare. Mentre diciamo queste cose, oggi i sindacati per primi propongono di legare i salari alla produzione.
È questa la sfida. Se non siamo capaci di mettere insieme in fretta gli spezzoni di un nuovo pensiero politico su scala mondiale, non riusciremo a cavarcela. La sfera della politica tradizionale va infatti da tutt’altra parte. Anche i sindacati. Per questo sono importanti i movimenti come il Social Forum o i Movimenti dell’acqua. Anche la sinistra sta dentro all’involucro della crescita. Non si ha il coraggio di dire che siamo arrivati al limite. Che il modello precedente non regge più. Dobbiamo ridurre i consumi e rimodellare la nostra vita. Per cui dobbiamo anche ridurre e ridistribuire il lavoro. Siamo arrivati al capolinea del petrolio e non sappiamo che fare.  E tutto questo ha implicanze sociali enormi, i cui costi cadranno sui più fragili. La carenza di risorse e i costi degli interventi pubblici stanno espellendo i più deboli dal diritto alla vita. Il venire meno delle risorse non fa altro che selezionare chi le usa.

“Noi occidentali responsabili del disastro abbiamo il diritto di chiedere agli altri paesi comportamenti diversi?
È vero. Paradossalmente, però, questi paesi devono capire bene verso che tipo di sviluppo stanno andando. La Cina in questo momento ha il 12% di crescita del Pil, sta invadendo i mercati, sta avendo un peso indiscutibile nel mondo, finalmente multipolare. Ma lo sta facendo in termini capitalistici. Lo stesso sta avvenendo in India e in Brasile. Il Brasile, ad esempio, sta mettendo sul mercato l’Amazzonia. Ma la gente non regge questo sforzo. La Cina non ha più risorse idriche. Deve fare dighe per mantenere tutta l’acqua. E questo la mette in conflitto con il Sud-Est asiatico. I livelli di inquinamento sono spaventosi. Le falde diminuiscono di tre metri all’anno, i costi di recupero dell’acqua sono enormi. Se continuerà in questo modo sarà costretta a fare una selezione spaventosa nell’accesso ai consumi e si determineranno divisioni e spaccature sociali di rilevanza enorme. L’India è nella stessa situazione. E intanto si stanno raschiando i barili. La strada dei bioconbustibili è impercorribile, perche ci sono centinaia di milioni di persone che devono mangiare. Cina e India non se lo possono permettere. L’unico paese che può farlo è il Brasile. E sta tentando di giocare fino in fondo questa carta. La gioca bene perché lo fa in nome dell’autonomia del Sud America. Ma cosa avverrà nei rapporti sociali complessivi? Sta bruciando  l’Amazzonia, ma rischia di creare un disastro mondiale. Sbilancia il mercato dell’alimentazione, con conseguenze che non riusciamo a immaginare. Devia i fiumi, come il Rio San Francisco. Ma quali devastazioni umane sta creando? Alle foci del Rio delle Amazzoni ci sono in continuazione petroliere cinesi che vengono a prelevare acqua e la portano via. Il che significa che sono ormai davvero con l’acqua alla gola. Da Gasprom arriveremo a Idroprom? Dobbiamo capire che l’idea del progresso e della modernità come l’abbiamo concepita fino adesso è arrivata al capolinea.

“Uno scenario non certo incoraggiante.  Non temi l’accusa di catastrofismo?
Io credo che i problemi debbano essere guardati in faccia. E sono sicuro che ormai abbiamo poco tempo a disposizione per trovare la strada. Paradossalmente mi pare che stiano nascendo alcuni importanti anticorpi proprio al centro dell’impero. La posizione di Al Gore, ad esempio, pur con tutte le contraddizioni che porta, è da questo punto di vista molto interessante. Per il resto non si vede molto all’orizzonte. Anche perché lo stesso movimento troppo spesso soffre di autoreferenzialità, e rischia di riprodurre al proprio interno le contraddizioni e i vizi dei partiti politici. Va costruito con tenacia un modello diverso.

“Facile dirlo, ma come?
Vedi, non è un caso che ormai tutti, anche i mass media, riconoscono che questo è il problema, senza però riconoscere i soggetti sociali che cercano di individuare nuove strade. Eppure i Movimenti dell’acqua e della terra stanno cominciando ad ottenere qualcosa. I Movimenti dell’acqua hanno vinto in Bolivia, in Uruguay, in Ecuador. Stanno condizionando le scelte in Italia. Lo stesso si può dire dei movimenti per la terra. Di nuovo siamo sfidati dalla terra, dall’acqua e dal fuoco (energia).
Io penso che se tutto questo è vero, se acqua, terra e fuoco stanno esaurendosi, non passiamo più ragionare nei termini del novecento. O anche di prima. Abbiamo sempre pensato al futuro con l’idea che l’età dell’oro stia davanti a noi. Oggi bisogna pensare a una politica che non ha tempi indefiniti. Abbiamo poco tempo. Dobbiamo risolvere questi problemi nei prossimi cinquant’anni e innescare processi di cambiamento capaci di rimodellare i principi produttivi, gli stili di vita e i consumi. Anche la sinistra, attorno a questi grandi temi essenziali, deve abbandonare il mito dell’avvenire.

“Prova a spiegare, come?
Occorre ridare alla politica una missione e delle priorità. All’inizio del novecento le reti pubbliche, idrica, ferroviaria ed elettrica, furono costruite insieme dalla destra e dalla sinistra. Come una conquista sociale a cui tutti erano interessati. È necessario allora che regoliamo l’agenda su queste priorità. Una sinistra che mette tutto sullo stesso piano rischia  di diventare demenziale. Occorre definire le priorità. Tu sai quanto sia stato sempre attento ai diritti civili. Ma mi pare che oggi i veri problemi siano altri e che non sia intelligente cadere dentro la trappola dell’anticlericalismo inseguendo o precedendo il Papa su temi che sono sì rilevanti, ma non “ultimativi” come questo. Ma sono davvero queste le priorità dell’umanità? A me sembra che ci sia una sinistra impazzita. Che si porta dentro la memoria dei propri passati personali e si muove partendo da questi, dal proprio personale, erigendoli a linea politica generale. È importante il femminismo, certo. Sono importanti i diritti degli omosessuali. Ma non è questa la dimensione dei problemi del mondo.
Il mondo è attraversato dalla crisi delle risorse. Tre quarti di questo mondo vivono altri problemi. E noi scambiamo i nostri desideri  per diritti e i desideri della nostra memoria o della nostra esperienza personale per politica generale. Guarda ciò che è successo col Papa alla Sapienza. Se questo è vero, i nostri parametri della politica sono andati a pallino. Ci sono ancora persone che hanno fatto parte dei comitati antifascisti militanti degli anni ‘70 e continuano così, come se niente fosse cambiato. Anzi, vedono il pericolo fascista oggi con gli occhi del passato. Invece abbiamo pochi anni per costruire una politica capace di dare risposte nuove. Ecco la centralità dell’acqua e dei beni comuni, che non possono non interessare sia la destra che la sinistra.  Sui beni comuni non possiamo dividerci come popolo, come cittadini.

“Emilio, riprendiamo da dove eravamo partiti. Ha ancora senso allora, essere di sinistra? E che significato ha?
Certo che ha senso. La  sinistra è per me la lotta al privilegio dei potenti e la riscossa dei deboli. Da sempre ho conosciuto questa divisione sociale: da una parte i “sciuri” e dall’altra i poveri. È ciò che ha accompagnato le lotte della fine dell’ottocento e del novecento. Non per invidia. Per senso di giustizia. Questa per me è ancora la sinistra. Le sovrastrutture arrivano dopo.
La sinistra deve ripartire da qui, e con una visione mondiale. Prima erano i poveri del tuo paese, della tua nazione. Al massimo era il proletariato internazionale, dove però i poveri africani, ad esempio, non avevano spazio. Oggi, se vogliamo ricostruire davvero la sinistra,  dobbiamo ritrovare questa dimensione mondiale di lotta al privilegio. Dobbiamo metterci al fianco di chi è davvero “proletario”, cioè ricco soltanto della propria prole.

“Un’ultima domanda. La sinistra ha sempre voluto cambiare il mondo. In che relazione sono cambiamento del mondo e cambiamento personale? È possibile cambiare il mondo, senza cambiare se stessi?
Faccio parte di una generazione che ha vissuto il periodo del boom economico. In quegli anni, forse noi giovani di allora abbiamo avuto a disposizione più possibilità di quelle dei ragazzi di oggi. Potevamo andare al cinema, anche alle “prime visioni”. Andare in vacanza. Stare fuori nei weekend. Posso dire che la mia è stata una generazione molto felice. Ma il cappotto mi durava vent’anni e non mi vergognavo se non era nuovo e mi veniva passato da un altro della famiglia. Non avevamo l’orgia dei vestiti, della macchina nuova, del telefonino da cambiare ogni anno. Eppure eravamo felici. Forse dobbiamo andare alle origini vere della felicità. Non facendo del pauperismo, ma ritornando all’essenziale.
Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo anche cambiare noi stessi. Dopo di che non so se siamo in grado di farcela. Dobbiamo cambiare i nostri modelli personali. Le modalità già ci sono: il consumo critico, il commercio equo e solidale, il turismo responsabile. Tutte cose e comportamenti che dobbiamo certo riempire di contenuti politici. Ma che sono indispensabili per rendere vere, credibili ed efficaci le proposte di radicale cambiamento che sono necessarie per far sopravvivere il mondo. Cambiare se stessi non è sufficiente, ma è certo necessario per cambiare il mondo.

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