- La pace, la politica, la mediazione
- Alex Zanotelli: il mondo della pace sta a guardare
- Lidia Menapace: così si fa cadere il governo
- Enrico Peyretti: l’autocritica paziente della nonviolenza
- Lorenzo Scaramellini: non sono d’accordo
- A quando gli interventi nonviolenti?
- Renzo Craighero: una indignazione motivata
- Angelo Gandolfi: se questa è sinistra
- Gianni Alioti: perché sono d'accordo con Alex
Ma vedo bene che certi armamenti non sono affatto difensivi, ma per loro aggressivi, offensivi, perciò anticostituzionali, come tutto il Nuovo Modello di Difesa (vedi allegato) che, dal 1991, tutti i governi successivi mandano in attuazione. So anche - come diceva un amico, importante amministratore comunale - che “in politica, come in famiglia, bisogna volere anche cose che non si vogliono”. È vero. Il “tengo famiglia” non è sempre solo una scusa ipocrita. Non sempre la coscienza di una persona è libera: abbiamo doveri verso la verità e la giustizia e altrettanto verso il prossimo e la sua situazione di fatto. Possono esserci conflitti assai faticosi, tormentosi. Bisognerebbe però che si confessasse questa fatica. Bisogna che un governo che ha la pace nel programma confessi e spieghi perché non può fare una migliore politica di pace. Bisogna che Prodi dica, o faccia dire, o lasci capire perché sul raddoppio della base Usa di Vicenza ha le mani legate; faccia capire se e come è ricattato. Oppure se crede che sia bene e giusto permettere agli Usa questo abuso. Bisogna anche - ma l’informazione ci dice tutto sui dibattiti parlamentari? - che i parlamentari dicano tutta la verità anche se poi, nel votare, devono fare il migliore possibile. Allora posso capire che il possibile non è sempre la verità, ma non per questo è una falsità. Lidia Menapace più di una volta, nelle sue lettere dal palazzo, ha parlato chiaro e ha spiegato questa differenza. Posso sostenere un governo e la sua politica che non approvo in tutto, perché vedo bene che abbattere quel governo non porterebbe a maggiore verità e giustizia, ma a maggiore falsità e ingiustizia. È il dibattito che ci affatica dal 2006. Non possiamo evitarlo. Se la nonviolenza non fosse anche critica, autocritica, paziente (cioè che soffre di non riuscire), specie quando entra nelle strettoie della politica, rimarrebbe retorica.
Enrico Peyretti





